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 419 - Dossier: Je suis Charlie / Je ne suis pas Charlie 1

 

Parigi, 7-14 gennaio 2015

I GIORNI «CHARLIE»

 

 

Mercoledì 7 gennaio 2015, ore 17,30

«Ne pas faire d’amalgames». Non fare di ogni erba un fascio: è la prima frase che leggo sul sito del governo, dopo la telefonata di Claudia che mi riferisce della strage a Charlie Hebdo. Esco nel corridoio, entro negli altri uffici, chiedo se hanno saputo... “Oui, c’est horrible”, e riprendono il lavoro. Si moltiplicano gli autorevoli inviti a non cadere nella tentazione di identificare islamismo e terrorismo; da Hollande a Sarkozy, dall’università Al-Azhar alla Lega delle Associazioni anti-razzismo (Licra), tutti si sforzano di non alimentare la facile conclusione della vendetta dell’islam alle caricature su Maometto. Il Sindacato Francese dei Giornalisti chiede di rispondere a questo “assassinio della libertà di espressione” con un’informazione onesta e di qualità. Ma certo è difficile, proprio ora, non lasciarsi prendere dalla paura che il magrebino che ti siede accanto in metro, mentre sgrana il suo tasbih, non sia uno dei lupi solitari istruiti in Siria alla guerra santa da Al Qaeda o dall’ISIS o da quantaltri, e che la sua sacca non contenga un kalashnikov o una bomba. In ogni caso io adesso tornando a casa guarderò bene sotto i sedili...

Questa sera, su tutti i media, la Francia è unita per difendere la libertà d'espressione, colpita dall’ignobile attentato a un valore irrinunciabile, sentito a tutte le latitudini politiche e religiose. Passa sulle tv francesi l'intervista del 2011 a Charb (Stephane Charbonnier), direttore e disegnatore capo della rivista. L'indomani dell'attentato incendiario alla sede di Charlie Hebdo, Charb affermava: «La satira si esprime come il giornalista sente di esprimersi. Esistono poi la legge e il giudice per decidere se la satira diventa offesa. Quello che il giudice stabilisce noi rispetteremo». Unanimi, gli esperti e i politici negli studi televisivi (compreso l'imam di Drancy, personaggio notevole), come il francese medio interrogato per la strada: «Questa è la nostra idea di libertà; cosi devono funzionare le istituzioni nella nostra democrazia; nessun kalashnikov ce ne priverà». Domani la Francia si fermerà a mezzogiorno per rendere omaggio ai suoi martiri.

 

Giovedì 8 gennaio 2015, ore 12,15

Oggi a mezzogiorno in punto la mia riunione si è interrotta, ci siamo alzati in silenzio e così siamo restati. Fuori della sala, in tutti gli uffici, i colleghi si sono alzati in silenzio. Nella fabbrica, le linee si sono fermate e tutto si è fatto silenzio. Nelle scuole, nei negozi, negli uffici dell'amministrazione pubblica, nelle caserme dei pompieri, nelle piazze, nelle vie di Parigi, e in tutta la Francia ci siamo fermati, in piedi, in silenzio. Per un lunghissimo minuto. Per difendere la libertà, la libertà di espressione, per onorarne i martiri. «Unis pour la liberté ! Nous sommes Charlie!».

Il Governo ha proclamato lo stato di “Alerte Attentat”, ultimo stadio del dispositivo di sicurezza antiterrorismo Vigipirate. Non è proprio la dichiarazione dello stato di guerra, ma poco ci manca. Strana guerra questa (7 morti a Toulouse per mano di Mohamed Merah, 12 a Charlie Hebdo per mano di Saïd e Chérif Kouachi, 1a Montrouge per mano di Amedy Coulibaly; e altri 4 ne farà più i 3 terroristi, ma non lo sappiamo ancora stamani), contro un nemico che non è un’altra nazione, o un popolo o un’organizzazione strutturata. Il nemico è un fratello come Amedy Coulibaly per i suoi sei fratelli, famiglia apprezzata nel quartiere. Il nemico è francese come le sue vittime. È giovane, fragile, squilibrato, violento e affascinato dalle armi. Parla di imprese folli e tremende, che un passaparola fanatico fa arrivare fino alle multinazionali jiadiste Al Qaeda, Isis, Boko Aram, ecc. A una di queste il progetto piace, lo finanzia, procura le armi e la formazione specialistica. Se va in porto se ne vanterà. Succederà puntualmente tra qualche giorno (giovedi 15 gennaio 2015 con un video dallo Yemen).

Intanto 120.000 uomini e donne, tra poliziotti e militari, presidiano il territorio. E i corpi speciali danno la caccia ai terroristi. Quando ci sarà la sparatoria, sarà all’angolo della mia strada?

 

Venerdì 9 gennaio 2015, ore 14,00

Sulla cancellata del liceo Théophile Gauthier, davanti al quale passo quattro volte al giorno, è comparso un grande triangolo giallo: “Alerte Attentat”. Attraverso la griglia del liceo si vedono le vetrate delle classi. Alla porta di ogni classe l’insegnante controlla le cartelle degli studenti. Provo a immaginare se succedesse in Italia... sciopero degli insegnanti (di preferenza un lunedì o un venerdì): già siamo pagati male, e in più dobbiamo fare da poliziotti, tanto non serve a niente. Gli insegnanti francesi non sono più stupidi degli italiani, ma applicano le consegne, disciplinati e coscienziosi. A cosa serve frugare nelle cartelle? Intanto a dimostrare che tutti siamo implicati nella protezione della sicurezza, che ogni gesto conta, che siamo solidali, che la situazione è grave. In alcune scuole si era fatto fatica a far rispettare il minuto di silenzio nelle classi. Il mito del cavaliere nero, armato e potente, che si fa la sua giustizia da solo e sfida gli sgherri del sistema, ha una sinistra capacità di presa su adolescenti e pre-adolescenti. Frugare nelle cartelle è anche un pretesto per affrontare l’argomento, per lanciare un dibattito (la dissertation, tanto cara alla pedagogia francese), per spiegare che questa guerra puo’ fare delle vittime anche qui, come le ha fatte nella scuola di Toulouse sotto i colpi del terrorista Mohamed Merah.

Il portone si chiude, nelle classi inizia la lezione. Alla mia stazione di metro ci sono i soldati.

A partire dalle due del pomeriggio, di solito Parigi è paralizzata dal caos più caotico della settimana. Oggi il périphérique è stato chiuso eppure non solo si circola, ma il traffico progressivamente scompare. Siamo tutti davanti agli schermi a vedere come finisce nel supermercato casher della Porte de Vincennes e nella tipografia a Dammartin-en-Goële. Verso le sei la caccia è finita: si contano quattro morti ebrei più i tre terroristi. Tutti tirano un sospiro di sollievo.

 

Sabato 10 gennaio 2015, ore 11,00

Poca gente per strada, i negozi sono vuoti; eppure è il primo sabato dei saldi. Niente; la gente ha altre preoccupazioni. Solo verso sera il sito del governo rivela il percorso della grande manifestazione di domani; e le vie alternative, in caso di grande affluenza. Si incrociano le telefonate: «Andate? Certo che andiamo! Allora ci vediamo...». Non ci vedremo affatto: non sarà fisicamente possibile.

 

Domenica 11 gennaio 2015, ore 15,00

Saliamo sulla metro vicino al capolinea, troviamo ancora posto. Scendiamo a Bastille già impacchettati, e così fino ad arrivare in superficie. La mia strategia di prendere rue de La Roquette non sembra male; si va; certo siamo molti, ma me l’aspettavo. (Sbruffone! Mai, mai sarei stato capace di figurarmi tutta, dico tutta, la popolazione di Torino + Moncalieri + Collegno + Rivoli + Nichelino + Settimo + Grugliasco + Chieri + Pinerolo + Venaria, che fa circa un milione e mezzo di gente, riunita tra due piazze e tre viali!). Pensavamo di raggiungere boulevard Voltaire per la place Léon Blum, ma là in fondo è bloccato (sapremo poi che nella piazza c’è stato il minicorteo dei capi di Stato; hanno percorso poche centinaia di metri, hanno fatto le foto, sono risaliti sui pulmann scortati e sono ripartiti). Con la folla che ci circonda prendiamo la parallela rue de Charonne e arriviamo fino alle transenne che bloccano l’accesso al boulevard Voltaire. Un poco di pazienza – ci dicono i poliziotti, gentili −, appena sfilate le delegazioni ufficali vi facciamo passare. Assistiamo al transito dei pulmann governativi, poi passano i rappresentanti della comunità ebraica: applausi. Dietro a loro i Crs: uno scroscio di applausi (se nel ’68 mi avessero detto che un giorno avrei applaudito dei cellerini sarei scoppiato a ridere). Compare Hassem Chalgoumi, l’imam di Drancy, a braccetto con un noto scrittore ebreo. Un uragano di applausi! Molti gridano il suo nome, come una star. Finalmente si apre il varco ed entriamo nella fiumana. Arriviamo a place de la Nation che è già buio, e lì capiamo: un milione e mezzo di persone, tutti insieme, età, religioni professioni, tutti uniti, nessuna tensione, si canta la Marseillaise, si scandisce Charlie. Atmosfera bon-enfant, lacrima sul ciglio, perchè è grandioso scoprire che c’è qualcosa che ci unisce e si chiama Liberté.

 

Mercoledì 14 gennaio 2015, ore 9,00

Il mio giornalaio apre di solito alle 6. Oggi aveva pensato di aprire alle 5; alle 4,30 è sceso dal bus ed è rimasto impietrito: la coda davanti al suo chiosco arriva fino al semaforo. Sono in coda per la loro copia di Charlie Hebdo. Alle 9 in tutta la Francia tre milioni di copie sono andate esaurite.

Più tardi in tv rivediamo le stesse code, ovunque. Una donna velata esce dall’edicola brandendo la sua copia di Charlie Hebdo; interrogata risponde: «La vignetta sul Profeta non mi piace, ma questo numero non si poteva perdere. Vive l’Islam, vive la France, vive la Libertè!». Felici di poterlo dire. In questo paese si può dire. Je suis Charlie.

Stefano Casadio

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