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PILLOLE DI COMUNICAZIONE

 

Je suis, tu es, il est

 

La nostra rubrica vuole entrare nel dibattito sui fatti del 7 gennaio con una riflessione tecnica previa sull’espressione «Je suis Charlie», diventata dapprima simbolo di una nazione e poi argomento di contesa tra i commentatori della vicenda.

Può essere interessante annotare che è nata come hashtag su Twitter (nella forma #jesuischarlie) pochi minuti dopo la vicenda insieme a #CharlieHebdo, usati in un primo momento in modo differenziato da parte degli utenti: il primo per esprimere i propri sentimenti riguardo a quello che stava avvenendo, il secondo per aggiungere e rilanciare informazioni. Subito dopo «Je suis Charlie» ha trovato forza espressiva nelle matite di disegnatori di tutto il mondo ed è diventato il cartello che tutti i francesi hanno portato in piazza. Eppure, un attimo dopo la commozione, sono iniziati i fraintendimenti. Se per molti era stato chiaro che «l’appassionato e onnipresente slogan “Io sono Charlie”, e altri simili non dovrebbero essere intesi come indicazione, o anche accenno, di connessione con il giornale, almeno nel contesto della difesa di libertà di parola. Invece dovrebbero esprimere la difesa del diritto di libera espressione qualsiasi cosa si pensi dei contenuti, anche se sono considerati odiosi e turpi», citando la puntuale osservazione del linguista Noam Chomsky; altri hanno aggiunto altre interpretazioni all’espressione, forse arrivando a perdere di vista il punto di partenza. Può essere qui interessante ricordare le due polarità del dibattito che ha portato a formulare l’opposto «Je ne suis pas Charlie»: lo ha adoperato chi ha considerato il proprio pensiero distante da quello dei disegnatori del settimanale satirico e non ha voluto esserne accostato; e, allo stesso tempo, chi ha riconosciuto la propria (e nostra) impotenza a schierarsi sino alla fine per difendere la libertà di stampa, qualunque costo sarebbe stato necessario.

Negli occhi rimane la vignetta di Coco (la vignettista che ha aperto la porta ai terroristi quel fatidico giorno) pubblicata sul numero di Charlie Hebdo del 14 gennaio. Si intitola «Perché ci sono milioni di Charlie oggi?» e raffigura uomini e donne che hanno motivazioni diverse. Una di esse dichiara «Je défends vraiment la liberté d’expression, même si je suis souvent pas d’accord avec “Charlie Hebdo”». Questa risposta dà voce anche al mio pensiero.

Simona Borello

 

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