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 340 - LETTERA

 

Al Vescovo, ai presbiteri, ai laici della Chiesa di Torino e ai non credenti attenti alla parola del Vangelo

Questa nostra lettera, nata da un incontro spontaneo di singoli credenti e di appartenenti ad associazioni ecclesiali, vuol esprimere anzitutto il turbamento, che è di molti, di fronte alle prese di posizione di autorevoli rappresentanti della CEI sulla progettata legge sui diritti di convivenza, e ad analoghi interventi negli ultimi anni.

Non perché la gerarchia della Chiesa non abbia diritto di parola nel dibattito, ma perché quelle affermazioni sottraggono ai laici credenti una responsabilità che è loro propria. Questi interventi, che rendono la Chiesa parte tra le parti, possono sì produrre gli effetti desiderati nella singola occasione, ma minacciano, in una prospettiva meno immediata, ciò che ad essa non può non apparire come più essenziale: la possibilità di annunciare a tutti la buona novella, la capacità di sostenere la vitale testimonianza dei credenti, la carità di incoraggiare la buona volontà di ogni persona.

Non è nostra intenzione contrapporre clero e laici, ma viceversa responsabilizzare i laici perché si assumano quel compito di mediazione della Parola di Dio con le vicende e con le scelte storiche, che «a loro particolarmente spetta», come proprio carisma ecclesiale (Concilio, Lumen Gentium, n. 31). È urgente nella Chiesa di oggi sviluppare luoghi e strumenti di auto­noma elaborazione culturale, sociale e politica. La  preoccupazione che esprimiamo ai vescovi non è per creare divisioni, ma, al contrario, per testimoniare vivo desiderio di unità della Chiesa.

Le nostre osservazioni non riguardano perciò anzitutto il contenuto delle dichiarazioni episcopali, perché saremmo egualmente critici se prescrivessero contenuti politici e legislativi diversi. Riguarda l’intervento nel dettaglio delle decisioni politiche dando ai laici prescrizioni che non attengono alla missione episcopale e ostacolano il necessario pluralismo. La ricchezza e la fecondità della fede si mostrano anche nel fatto che essa dà luogo a una molteplicità di interpretazioni e di applicazioni le quali, in una Chiesa retta dalla carità e non dall’ideologia, non contrastano con l’unità e anzi la arricchiscono.

Il prezioso compito dei vescovi nella Chiesa è proprio di essere operatori dell’unità, di testimoniare che la carità sta al di sopra di ogni diversità di cultura, di costume, di orientamento sociale e politico. Ma a questo compito ci sembra che l’episcopato venga meno quando assuma posizioni opinabili di una parte dei credenti contro gli altri, o quando pretenda di imporre uniformi scelte politiche, cercando un’unità forzata, non frutto di carità.

Un ulteriore motivo  di turbamento sta in noi nel fatto che la gerarchia si presenti come unica autentica interprete del diritto naturale e della ragione naturale. È pur vero che oggi, anche da parte laica, si avvertono i rischi di una ragione incapace di principi veritativi e normativi, e che questa situazione possa suggerire l’idea che la fede debba esercitare una funzione di tutela della ragione.  Ma il richiamo a principi considerati come unica verità naturale e razionale implica l’accusa di innaturali e irrazionali a coloro che non concordano su quel riconoscimento. La questione del diritto naturale riteniamo non sia una priorità per la Chiesa che voglia essere annunciatrice del messaggio evangelico, il quale è più grande della natura e viene dalla rivelazione.

In tema di problemi etici e sociali, testimoniare il vangelo nella vita vale più che condannare chi segue vie diverse dalle indicazioni della gerarchia. L’insistenza sulla dife­sa dei principi più che sulla testimonianza favorisce spesso l’ipocrisia di chi li difende come ideologia politica, ma ne trascura la pratica nella vita.

Vogliamo infine riconoscere le gravi mancanze di carità dei laici, e di noi stessi, quando evitiamo ogni assunzione di responsabilità ecclesiale e preferiamo posizioni tenden­zialmente individualistiche, oppure, al contrario, quando qualcuno si fa forte in politica dell’appoggio eccle­siastico, strumentalmente usato.

La vita della Chiesa rifiorisce se ogni credente è valorizzato come re­sponsa­bile nella vita della comunità ecclesiale e non è indotto a sentire la Chiesa soltanto come di­spen­satrice di direttive e di sacramenti. L’unità nella carità richiede una presenza dei laici ben diversa da quella che spesso oggi di fatto è proposta, dalla Chiesa universale fino all’ultima parrocchia.

Chiediamo perciò non solo al nostro vescovo e ai presbiteri, ma anche a noi stessi credenti laici, di operare tutti insieme per uscire da un clima che non favorisce il dialogo e da una forma distorta di unità ecclesiale. La nostra iniziativa non vuole affatto definire una parte contro un’altra, ma rivolgere un appello a tutti. La situazione presente è un’occasione di riflessione:  a noi pare essenziale che ciascuno assuma la propria responsabilità per una Chiesa che sia luogo fraterno e gioioso di testimonianza evangelica, dove i carismi siano molteplici e ciascuno si senta accolto; per una Chiesa che offra ai giovani non occasioni effimere di incontro, ma veri luoghi di esperienza cristiana. Una Chiesa che non rifugga dal dire parole impegnative sulle scelte morali e le loro eventuali implicazioni politiche, ma lo faccia rispettando il pluralismo e l’autonomia politica dei laici e soprattutto proclamando il carattere di testimonianza, e anzi di profezia, delle sue parole senza farsi proteggere indebitamente dalla legge.

Questa nostra lettera vorrebbe parlare a chi ci è fratello nella fede e a chi ci è fratello in umanità, e cerca di essere essa stessa motivo di annuncio evangelico. Per questo saremmo lieti se essa suscitasse risposte che ci possano essere di correzione e di aiuto, e avviasse una serena riflessione nelle comunità.

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