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 438 - Libri

 

Fisica e cristianesimo

 

«Gran parte dei fisici sono atei», dice il responsabile del progetto di ricerca all’Autore. Discorso cristiano e discorso scientifico sulla natura sembrano estranei e contrapposti. La sera del 29 novembre, in redazione del foglio, presenti anche alcuni amici competenti, abbiamo ascoltato Emanuele Ciancio, fisico, esporre l'essenziale del suo libro. Annoto qui qualcosa di quel che ho potuto intendere e qualche solletico mentale che la bella conversazione mi ha procurato.

   La scienza moderna si è allontanata dalla spiegazione ebraico-cristiana del mondo, come ingenua e inutile, ma in realtà ne utilizza le categorie fondamentali, afferma Ciancio. Anche per la fisica quantistica l'universo è un mistero: si rivela, cioè si disvela e si ri-nasconde. Ci sfugge nelle sue caratteristiche minima e massima, nella sua consistenza. Ne abbiamo solo immagini provvisorie, sempre smentite e sostituite, in una conoscenza evolutiva. Ciancio ha fatto alcuni esempi che si trovano nel libro. Galileo col “principio d'inerzia” − il moto è nell'oggetto stesso − smentisce il “motore immobile” di Aristotele, il quale aveva le sue ragioni nel mondo fenomenico.

Ma non avviene la stessa cosa nel cristianesimo? Il “dogma” ha una sua evoluzione (riconosciuta anche da Ratzinger-Benedetto XVI), secondo le culture e le categorie che interpretano il messaggio biblico-evangelico: per esempio, l'odierno superamento della tradizionale immagine sacrificale della redenzione (la croce di Cristo come pagamento di un prezzo infinito, il solo adeguato all'infinita offesa fatta a Dio dal peccato umano), a favore dell'amore misericordioso di Dio che salva perdonando e non pretendendo un riscatto. (Vedi, fra altri autori, Giovanni Ferretti, Spiritualità cristiana nel mondo moderno. Per un superamento della mentalità sacrificale, Cittadella 2016). Scienze fisiche e teologia sono conoscenze evolutive, che approssimano, senza mai afferrarlo definitivamente, l'oggetto di conoscenza.

Che cosa vuol dire “capire” (dal latino capere, prendere, afferrare), e “com-prendere” (significato simile: stringere in mano)? È un'idea di conoscenza che contiene l'illusione di definitività, di “de-finizione” che inquadra ed esaurisce l'oggetto. Ci serve molto in pratica, tale conoscenza, ma nella scienza come nella teologia deve restare aperta a correzioni e avvicinamenti, mai finali e totali. L’“ortodossia” (scientifica e teologica) può significare soltanto: «fino a questo momento abbiamo un relativo consenso sul tale punto o l'altro». Anche perché ogni conoscenza trasforma l'oggetto, non lo fissa in un suo stato, ma è una fermentazione continua della realtà. Così, nel Nuovo Testamento (ma anche nell'Antico, con altre parole), è detto due volte (Giovanni 1,18 e 1 Giovanni 4,12) «Dio nessuno l'ha mai visto», con due risposte sulla sua realtà.

Allora, bisognerebbe rivalutare anche altre forme di conoscenza nel cammino continuo verso la verità. Senza rinunciare alla precisione possibile e correggibile, abbiamo la conoscenza ammirativa, contemplativa, fruitiva: il piacere del bello − le stelle sono belle, oltre che interessantissimi corpi nello spazio infinito −, le stagioni sulla terra sono belle. Perché sono bellezza? Avviene una corrispondenza della natura a una mia attesa. Qualcosa corrisponde al mio spirito. E forse non è questa la conoscenza intima, per fede-fiducia, che abbiamo di Dio?

Ovviamente, conosciamo anche il dolore, l'assurdo, il male, la morte. Viviamo nell'intimo il brutto come il bello. Questa conoscenza esperienziale è profonda, non completamente esprimibile. Spesso il dolore e la gioia non trovano parole. Il mistero è sentito, e le parole per dirlo restano mute, sia nella scienza sia nella fede: forse “mistero” ha una etimologia analoga a “muto”, non per impotenza ma per inadeguatezza a una tale grandezza. Mistero non è enigma, oscurità, ma intuizione più in là delle parole che rinchiudono. Intuire (intus-ire) è entrare in silenzio in uno spazio nuovo che ci incontra, in cui ci ri-conosciamo (non sempre facilmente, non senza fatica ed errori). La conoscenza seria, “scientifica”, non è una conquista imperiale, che viola la realtà, semmai la accarezza, la cura, anche la gusta e la gode, mentre ne soffre la limitatezza, la fragilità, la contraddizione. Forse possiamo dire che il desiderio autentico, di vivere, di vedere (“intelligenza” è il “leggere dentro” la realtà), è ciò che ci conduce sulla via incerta e interminabile e affascinante della conoscenza vitale. Ma allora, religione e scienza parlano davvero lingue tra loro straniere? E, nella loro fragile bellezza, non sono due forme di amore dell'inesauribile realtà?

Enrico Peyretti

 

Emanuele Ciancio, L'ultima eresia. Scienza e religione nel dibattito contemporaneo, Editrice Studium 2016.

 


 
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