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 354 - I TRE MALI / 6

 

O DARWINISMO, O ATEISMO

 

Le malattie, se Dio ha fatto il mondo come prodotto finito e sovrintende al tutto, sono un grave guasto incompatibile con la sua intelligenza amorosa, e col loro carico di dolore accusano senza scampo l’Onnipotente e il Pantocrator; e se anche la sua azione si fosse limitata a pilotare dall’alto l’evoluzione, avrebbe dovuto eliminare comunque quelle genetiche. Il male naturale perciò non contesta tanto Dio e la sua esistenza, bensì il creazionismo (anche quello mitigato dell’Intelligent Design), e più in generale il Dio invasivo e pervasivo della storia e della natura, il Dio provvidenzialista e interventista.

 

Dio sperò nell’alba dell’uomo

Se Dio intervenisse energeticamente nel mondo, avrebbe potuto causare in altro modo l’isolamento geografico che conduce a nuove specie, e non lasciandolo ai terremoti o alle catastrofi…; come pure potrebbe pilotare la diversificazione genetica per l’evoluzione delle specie in modo da evitare le mutazioni patogene che portano alle malattie e alle epidemie. Dato che la variazione genetica è costitutiva della vita, le suddette malattie purtroppo sono l’inevitabile prodotto collaterale di tale necessaria trasformazione, lo scotto da pagare soprattutto per la pluricellularità. Altrimenti ci sarebbe stata solo la vita minima (batterica), come forse su Marte in passato o tuttora sotto i ghiacci di Europa (il secondo satellite galileiano di Giove).

Quanto ai batteri, essi hanno “inventato” la vita terrestre: infatti per due miliardi di anni hanno scorrazzato sulla Terra solo loro, ma non è stato tempo perso perché hanno svolto funzioni positive (come il pompare ossigeno libero nell’atmosfera che nei primi tempi ne era sprovvista) preparando la strada agli organismi pluricellulari. Non è un caso che viviamo in perfetta simbiosi con essi (cfr. i miliardi di batteri presenti nel nostro intestino senza i quali non riusciremmo ad assorbire il cibo). Purtroppo, in un’evoluzione libera e non pilotata dall’alto, è da mettere in conto che qualcuno possa essere o divenire patogeno. Quanto ai virus sappiamo poco della loro origine; possiamo però dire che hanno obbligato gli organismi a difendersi, tramite il sistema immunitario che ha cominciato a distinguere fra il e il non-sé acquisendo sempre più un’identità, prima biologica e poi psichica, che ha portato al “soggetto” e all’individualità. Senza pressione selettiva (anche se la cosa non è piacevole, come nel caso della predazione) ci sarebbe stata una grande stasi, con una scarsa evoluzione insignificante che non avrebbe mai portato all’essere umano. Il dolore degli esseri senzienti è stato il tragico prezzo da pagare per avere uno sviluppo libero e autonomo.

Il male naturale (malattie, epidemie, terremoti, catastrofi naturali d’ogni genere) è la più chiara dimostrazione che è stato scelto un altro modo strutturale per la creazione (o forse era l’unico possibile, non lo sappiamo), quello di un’evoluzione libera con aumento e (ri)elaborazione dell’informazione portata avanti dall’essere e dalla natura stessa (che non è una roccia, ma a suo modo computa; questo è il grande insegnamento derivante dalle teorie dell’informazione, prima fisica, poi chimica e biologica). Siamo nell’ambito di quello che, pensando all’inizio, abbiamo definito uno spazio-tempo che s’informatizza sempre di più in maniera libera e autonoma, per dare inizio e conferire la spinta evolutiva ad un universo vitale. Possiamo ipotizzare altri possibili modi solo all’interno dell’unica struttura di base che conosciamo: ad es. che l’essere intelligente e personale (uomo) poteva provenire dalla linea dei delfini, o dei pinguini o anche dai… dinosauri stessi (se non si fossero estinti). Siamo venuti dalla linea dei primati ma, come c’insegna la contingenza storica, poteva andare diversamente (compreso il non comparire affatto, almeno sulla Terra).

Quindi tale percorso libero, dinamico, creativo era intuibile solo a grandi linee, ma non prevedibile in modo circostanziato neppure dall’intelligenza divina; è un errore gravissimo concatenare in modo lineare causalità = determinismo = predicibilità, dimenticando il più grande insegnamento della teoria dei quanti. In un certo senso Dio ha trasferito/donato la sua creatività allo spazio-tempo originario (poi passata di conseguenza anche alla materia-natura), l’ha condivisa con l’universo a cui ha dato inizio, aprendo lo spazio creativo del possibile. Ciò significa che il percorso non era predicibile, nelle varie forme viventi specifiche e nei dettagli, neppure da una somma intelligenza. Dio poteva essere abbastanza sicuro che la vita minima si sarebbe sviluppata su qualche pianeta; ma poteva solo sperare (come dice padre Coyne) che sarebbe arrivata anche la vita cosciente e personale. Dio aveva davanti come dei cataloghi di aspettazione.

 

Universo non zippato

Ma anche coloro che tutto sommato escludono un Dio interventista e provvidenzialista, pensano vagamente, per così dire, ad un universo a molle, o ad un congegno a orologeria, oppure ad un super-software ultra-zippato, in cui è quasi tutto praticamente predisposto. L’universo è visto come un meccanismo a molle: all’inizio tutte ancora compattate e compresse, in attesa di aprirsi nelle condizioni opportune; oppure come un congegno a orologeria (che presuppone l’orologiaio) il quale farà scattare i suoi vari inneschi diluiti nelle varie ere; o come un software che contiene tutte le indicazioni, le informazioni e gli algoritmi necessari per gestire le varie situazioni quando si presenteranno, che si deve solo scompattare e decomprimere al momento previsto, programmato per miliardi di anni in modo che scatti l’input, il comando giusto quando si avrà la condizione favorevole. Tutto questo è semplicemente assurdo, anche pensando al fatto che sono trascorsi 10 miliardi di anni dal big-bang alle prime forme di vita sulla Terra, e che solo nell’ultimo mezzo miliardo di anni, dal Cambriano in poi, si sono evolute le forme più complesse.

È vero che un orologio presuppone all’esterno un orologiaio progettista e costruttore, come pure tutti gli strumenti e le macchine costruite dall’uomo; ma applicare tutto questo alla vita, significa non aver capito nulla dell’evoluzione, rimanendo ancorati ad un’ottica pre-darwiniana che non porta da nessuna parte, anzi finisce dritta nell’ateismo, perché il male (naturale) t’inchioda senza vie d’uscita. Sotto questo profilo certe frasi celebri sono tutte obsolete, perché viziate dal creazionismo, come quelle a partire da Agostino: «Donde proviene il male? Forse la materia di cui è costituita la creazione era una materia non buona, e Dio… vi lasciò una qualche parte che non si convertì in bene?». O a partire da Schopenauer: «Se un Dio ha fatto questo mondo, io non vorrei essere quel dio»; 150 anni di avversione a Darwin derivano anche dal fatto che su questi argomenti ha condannato all’insignificanza grandi autori del passato. Anzi, scusate, ma sull’argomento specifico ha mandato al macero quintali di carta stampata e di pergamene antiche, suscitando molta ostilità. Il male naturale non nega (tanto) Dio, ma “solo” un architetto-demiurgo o un software onnicomprensivo, come pure un direttore dei lavori in corso d’opera.

Che non ci sia a monte un progetto dettagliato in natura, né un progettista supervisore è comprovato, oltre che dalle exaptations (concetto più volte spiegato) di cui è cosparsa la storia evolutiva, da una serie cospicua di continui rabberci che, una volta introdotti dall’evoluzione, hanno di fatto impedito soluzioni più eleganti. La retina ad es. ha i recettori fotosensibili rivolti verso l’interno e non verso l’esterno, e quindi i collegamenti con il nervo ottico devono passare “davanti” e filtrano la luce, come se una fotocamera avesse i cavi davanti all’obiettivo; il risultato è la macchia cieca, cui il cervello rimedia a posteriori cancellandola/riempendola di un colore che approssima quello rilevato intorno ad essa. Solo un ingegnere ubriaco avrebbe potuto progettare un occhio così. E la lista dei rabberci è lunghissima (Roberto Casati, Una coscienza rabberciata, in «Il Sole 24» 11 maggio 2008, p. 43).

 

Siamo stati desiderati

Non c’è quindi nessun disegno intelligente nei dettagli, né interno né esterno alla natura, nessun programma preconfezionato, nessuna ideazione precisa a lunga scadenza, né un direttore dei lavori che eviti certi guai in itinere, come lo sviluppo dei batteri patogeni o le neoplasie. Il male naturale esclude proprio tale disegno dettagliato e predefinito. È stato dunque dato il via a qualcosa senza sapere dove si andava esattamente a parare? Sì, si è anche giocato a dadi in un percorso rischiosissimo! Il tutto però è stato lenito dalla logica intelligente presente in natura (faccio riferimento al bel libro di Riccardo Manzotti e Vincenzo Tagliasco, Coscienza e realtà, Il Mulino 2001). Secondo tali autori, ciò che esiste (anche se in forme, modi e gradi diversi) rappresenta, e ciò che rappresenta è in relazione-con. In altre parole, l’essere non è una roccia ma qualcosa che contiene già in germe il riconoscimento e il “mentale”. Quello fisico non è l’ultimo livello della realtà, ma sopravviene su un livello più originario, fondamentale, primigenio, che possiamo chiamare ontologico: tale substrato basilare possederebbe già una “mente” (non auto-cosciente), meglio una logica, una capacità (anche minima) di rappresentazione, di riconoscimento e di relazione-con; e quindi verrebbe ad avere anche una certa “intenzionalità” (sempre non auto-cosciente), un “tendere verso”, ma solo esplorando incessantemente l’adiacente di volta in volta possibile, computando al momento. Con la vita organica tali peculiarità emergerebbero con più evidenza. È in fondo una riedizione del più classico idealismo tedesco (in particolare quello di Schelling): l’essere tutto (e non solo la res cogitans cartesiana) partecipa dell’io anche se in forme e gradi diversi. Ma tutto ciò non significa un progetto: c’è sì un’intelligenza, un logos nella vita (anzi, come già detto più volte, la vita è informazione tout court), ma solo per risolvere, con i mezzi genetici del momento e spesso in modo rabberciato, il problema contingente che di volta in volta si presenta.

Tale logica (donata da Dio in un’ottica credente) conferisce legittimità al discorso sulla “creazione”, che significa (secondo Genesi 1-11) proprio un’intenzionalità di vita, un’idea tradotta in atto, una prospettiva di massima, molto aperta e rischiosa, presente solo in mente Dei. Un essere sommamente intelligente può percepire e prevedere l’aumento d’informazione e l’accumulo di complessità, senza tuttavia sapere esattamente a quali specie (animali, vegetali, o d’altro tipo a noi sconosciuto) si vada concretamente a parare. Tale ideazione di massima dell’intelligenza divina è relativa ai salti, alle possibilità-potenzialità, al metodo, ai passaggi (con una certa chiarezza di fondo ma molto astratta), risultando quindi vuota quanto ai suoi sviluppi più precisi e concreti; è la modalità della speranza (che la vita intelligente e personale sarebbe nata), del desiderio, delle aspettative che potrebbero anche andar deluse. Non si tratta perciò di pura fortuna: se fosse solo caso e necessità, esso escluderebbe qualsiasi idea creativa di massima, e quindi annullerebbe la fede nel Dio creatore. Non vale infatti la teoria dei due piani: sul piano scientifico sarebbe un percorso cieco e fortunato, su quello teologico uno sviluppo mirato.

 

Mauro Pedrazzoli

(fine)

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