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 415 - Preludio e fughe sul bene e sul male.

 

PRELUDIO E FUGHE SUL BENE E SUL MALE

 

ABBIAMO DUE OCCHI

Abbiamo due occhi: uno vede il bene, uno vede il male. In alcuni di noi, un occhio funziona meglio dell'altro, o addirittura uno dei due non funziona quasi niente. Così, abbiamo tante idee della realtà, da quella molto buona, a quella molto brutta, con tutte le infinite sfumature. Ovviamente, dipende da quali aspetti della realtà ci accade di incontrare, per nostra fortuna o sfortuna. Quindi, la qualità degli occhi, il carattere personale, le esperienze, formano in ciascuno una immagine prevalente della realtà. E noi ci mettiamo a discutere all'infinito se la realtà è come la vedo io, o come la vedi tu, o come la vede lui. Come nella parabola indiana dei ciechi e dell'elefante, bisognerebbe tener conto di che cosa gli altri vedono nel mondo e nella loro vita, e di come possono vederlo. Semmai, invece di troppo discutere, potremmo curare e aguzzare entrambi i nostri occhi, per renderci meglio conto della realtà. Allora, forse, eviteremmo di schierarci (o più spesso di oscillare) tra ottimisti e pessimisti, tra i partiti estremi di chi vede l'ottimo e di chi vede il pessimo, e piuttosto cercheremmo di ottimizzare (migliorare il più possibile) e di non pessimizzare (peggiorare sempre più) il mondo. Ma, per fare questo, è necessario che diamo fiducia e acutezza all'occhio capace di vedere il bene, facendo una scelta di valore e di volontà: la vita non è un'analisi oggettiva, puramente intellettuale, del campo in cui siamo capitati, ma è un'azione e un cammino in questo tempo e spazio, con le nostre forze, con le nostre scelte. Vivere, camminare, è più del guardare e capire. La vita è più dell'intelligenza. Quando vediamo e sperimentiamo il male, guai a restare spaventati: sappiamo che è male, perché quell'occhio non è il solo, e quel male possiamo dire che è male perché abbiamo memoria nativa del bene, criterio acquisito nel seno materno, anche quando non lo vediamo o lo piangiamo perduto. E se, in alcuni momenti, vediamo tutto bello e siamo felici, non possiamo illuderci dimenticando ciò che sappiamo dall'altro occhio, non possiamo lasciare soli quelli a cui lo spettacolo e il dolore del male occupa tutto lo sguardo e tutta l'esperienza, talora persino tutta la vita. Se un occhio dimentica l'altro, ci aspetta o l'illusione, o la disperazione. E poi, in realtà, abbiamo anche gli occhi degli altri: parlare, narrare, ascoltare, condividere, compatire e congioire, accresce la nostra intelligenza del vero. Così potremo non solo osservare come spettatori felici o infelici ciò che invece ci include e ci chiede di agire, ma potremo lavorare questo campo perché i semi vivi e i fiori e i frutti crescano attraverso le spine. O vorresti solo constatare che ci sono tremende spine?

Vivere è decidere, farsi partigiani del bene, anche quando è perduto, soppresso, persino quando lo tradiamo seguendo il male. In fondo al male, alla sua potenza, al suo fascino, all'offesa che facciamo, o che ci fa, ci sorprende il bene, che è misericordia perché non combatte il male, ma lo abbraccia, e si nasconde dentro di esso. Come diciamo: "Discese all'inferno". I discepoli traditori del Nazareno, soltanto dopo che il colpo del massimo male li ha sbalorditi dal più iniquo patibolo, hanno potuto diventare apostoli del bene, che solo a quel momento li ha toccati e invasi.

Enrico Peyretti

 

 

IL «BENE» CHE ERA MALE

 

Bello, bello, in teoria. Purtroppo la realtà (sul piano storico come sul piano personale) è più complicata, contraddittoria.

C'è un occhio che vede il bene? Ma perché allora ci si accorge (dopo un mese, un anno, un secolo...) che quello che io "vedevo" come bene, era il male, talvolta il massimo male? Gettati in un vortice di fatti e di emozioni, di continuo siamo beffati da un'imprevedibile eterogenesi dei fini. Nel drammatico Novecento sembra che si sia compiuto più male in nome del bene che in nome del male! La tragedia del comunismo insegna. E non solo perché il "bene" è stato imposto con la forza. Quanti, in Italia e nel mondo, hanno sacrificato tutta la loro vita nella speranza di poter costruire un'umanità nuova, di pace e di giustizia! Alcuni non escludendo la violenza, ma moltissimi attraverso una lotta quotidiana nonviolenta. Per realizzare il programma di Marx: «da ognuno secondo le capacità, a ognuno secondo i bisogni». Per ottenere l'amara conclusione: «Proletari di tutto il mondo, perdonatemi». E, contrariamente alle eroiche e ammirevoli aspirazioni di una notevole parte dell'umanità, la volontà di bene ha procurato immense stragi. E ora "comunismo" è una parolaccia. Né Sel, né Tsipras osano pronunciarla. La pronunciava B. come un "babau".

d. o.

 

 

LA RETÌNA E LA VORAGINE

 

Bello bello, o meglio, ben scritto, ma in teoria non tiene. Fa acqua da tutte le parti come una magnifica retìna d'oro che cerchi di pescar acqua. Per pescar acqua da un pozzo profondo e oscuro (il bene e il male stanno in un pozzo profondo e misterioso come la vita del mondo) ci vuole un vecchio secchio stagnato. Lo insegna l'esperienza e non ce lo rivela qualsivoglia principio etico o concettuale innato. Sottile ed elegante come è, una rete non trattiene nulla. Tutto le scivola via dai buchi. A quali buchi mi riferisco? Ne indico due che bastano per tutti.

Enrico sa bene e lo dice anche che per vedere bene un occhio non basta. Ce ne vogliono due, anche perché il bene e il male non stanno in due bei barattoli da farmacista con tanto di insegna, ricetta di fabbricazione e eventuali indicazioni d'uso e annesse controindicazioni. Il bene e il male stanno tutte e due insieme nella vita degli uomini, dei singoli e delle comunità, del mondo intero e forse persino in Dio, come ipotizza più di un filosofo. Persino un cattolico come Pareyson. Quindi per scorgerli e discernere nella vita e nei cuori degli uomini e delle cose gli occhi servono tutti e due e ben allenati, educati e resi acuti da lunga esperienza. Innata non è neppure l'identità sessuale, immaginarsi se è innato il discernimento tra bene e male. E vi risparmio l'albero dell'Eden, anche perché resta un'immagine imperfetta, in quanto il bene e il male non stanno insieme, come due entità presenti da sempre e da scoprire con la conoscenza, sono frutto di un azione, quando non sono un'azione stessa. Non li si conosce prima, ma li si conosce praticandoli e vedendone i frutti. Solo poi si impara a farli con una qualche coscienza. Esperienza, sempre ci vuole esperienza, per conoscere, non necessariamente la propria, può bastare anche l'esperienza altrui. Proprio come dice Enrico, persino è utile l'esperienza pre-natale.

E qui si apre il secondo buco: una voragine. Non si nasce solo dall'amore. Si nasce anche a seguito di atti di odio, di sopraffazione, di umiliazione, di indicibile angoscia. Non sono mai stati maggioranza nel mondo i bambini nati per volere unanime dei genitori e allevati con ineguagliabile affetto. Per lo più si è concepiti per caso, se non per errore. Poi a un buon numero di concepiti viene in soccorso l'accettazione amorosa dei genitori, o almeno della madre, e il feto comincia a sperimentare il beneficio dell'accoglienza, della cura e dell'amore, che prosegue anche dopo la nascita. Molti vengono invece respinti e abortiti. Conoscono solo il rifiuto, fanno esperienza solo del male. Altri vengono tollerati per necessità e conoscono l'affetto solo una volta nati, per la tenerezza che suscitano nel padre o nella madre. Se alla tenerezza segue una cura adeguata, possono riorientarsi alla capacità di rispondere al bene col bene. Possono, ma non sempre accade (cosa che del resto vale anche nei casi opposti). Altri ancora, davvero tanti, davvero troppi, per le ragioni più svariate (perdita dei genitori, miseria, ignoranza parentale, brutalità) sono sballottati dall'uno all'altro; spesso tollerati e sfamati, nulla più; spesso sfruttati e costretti a lavori umilianti; venduti ai bordelli, coinvolti in guerre. Per farla breve, l'imprinting del bene non è dato universale, ma ampiamente controbilanciato dall'imprinting al male. Nella disputa tra bene e male, pessimismo e ottimismo non c'entrano. Nessuno dei due è più originario e forte dell'altro, nessuno dei due può essere individuato in sé. L'uno e l'altro sono risvolti della vita e frutto della sua inclassificabile libertà.

a. b.

 

 

QUEI TRE SULL’ASINO

 

Chi cerca di vivere con una intelligenza, nel suo limite, non fredda ma unita e sposata e appassionata all'affetto per la realtà, con una ragione amante e non solo osservatrice distaccata; chi ritiene che l'aderenza alla realtà – ragione e passione insieme − è più capace di capirla di una intelligenza distaccata per cercare una maggiore prospettiva scientifica; chi ritiene che la filosofia è (debba essere) più sapienza dell'amore che amore della sapienza; chi si atteggia (anche goffamente come me) in questo modo, non vede proprio il bene e il male «in due bei barattoli da farmacista con tanto di insegna»; egli suppone di avere abbastanza sperimentato su di sé che non abbiamo tali certezze quadrate, e che viviamo, a volte quasi nello stesso momento, o in breve successione, carezzati dal bene e schiaffeggiati dal male; è quasi abbastanza attento e informato sul mondo da sentire, ad un passo dalla propria condizione fortunata, scorrere il sangue e levarsi il muto gemito delle troppe vittime, e la disperazione dei prigionieri di tante violenze; non ignora l'argomento che quasi annulla Dio, cioè la sofferenza inflitta ai bambini, marea che ricopre e soffoca il mondo,; chi prova a osservare, pensare, interpretare in quel modo la realtà privilegiando – sì, privilegiando – le possibilità reali di bene sulle minacce potentissime del male, ha pure sentito dentro di sé la dolce riposante voglia di non vivere più, perché «non si può vivere in un mondo che uccide». Quando, dopo le speranze del 1989, fu rilegittimata la guerra, costui si teneva lontano dal balcone del suo terzo piano, che gli pareva più invitante del mondo riconsegnato alla guerra, ma – grazie a Dio, il quale esiste e dà vita – fu trattenuto, fors’anche dalla paura, ma certamente dalle altre vite che gli crescevano attorno.

Non è innato il discernimento tra bene e male, come sostiene Bodrato? Sul singolo caso complesso, certo, può essere molto difficile discernere. Ma come tendenza e risultante dell'esistenza, credo che sappiamo bene, in ogni cultura ed esperienza, che cosa mi fa bene, che cosa mi fa male, che cosa è offesa e umiliazione, dolore e annichilimento, oppure dignità riconosciuta, conforto, carezza, tanto se queste azioni sono compiute da altre persone quanto effetti del caso. Che cosa mai sospinge il travagliato e sbandante ambiguo cammino umano se non l'attrazione, pur se disorientata, della felicità, del bene, e la fuga (anche sui barconi degli scafisti) da sofferenza infelicità e offesa?

Non so. Così mi sembra di vedere. Così, miseramente, devo impegnarmi. Da quando, a nove anni, ho visto passare sotto la mia finestra al primo piano, tre uomini vivi, giovani, sulle loro gambe, prigionieri di uomini armati (non importa chi fossero) e ritornare morti, bucati dalle pallottole, versanti sangue sul selciato, sdraiati come operai stanchi sul carretto tirato da un asinello, proprio quello di Gesù, dalla grotta di Betlemme alla festa di Gerusalemme. E lo vedo ancora camminare nel mondo con quel carretto di vittime (non importa se colpevoli o innocenti). L'asino evangelico e quei tre uccisi camminano ancora, faticosamente, insieme, verso la pace. Quei tre, quell'asino, sono i miei maestri, più assai che le nostre – anche le mie presuntuose − disquisizioni.

e. p.

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