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 420 - Al lettore benevolo

 

NON ABBIAMO VIAGGIATO INVANO

 

Gli antichi chiamavano “confessioni” le pagine personali affidate al lettore che si spera benevolo. L'età, gli anni che passano, non sono una perdita, ma un guadagno. Perdi qualcosa e incontri, acquisti, ricevi in dono – come un dono è la vita – altro, cose nuove, risultati di ciò che lasci e di ciò che ti attende.

      Chi è nato prima del '50, o non molto dopo, può darsi che venga da un tempo di dogmatismi, di troppe certezze imposte, indiscusse, con la paura di discuterle. Non si vive del tutto male con addosso una corazza che ti difende. Ma poi la corazza diventa stretta, e forse è di latta. Non erano tempi stupidi, come qualcuno vuol farci credere. C'erano grosse paure, anche inconsapevoli. Ci si attaccava agli scogli. Ma c'erano grandi orizzonti del nostro viaggio. Non li dimentichiamo. E io discuto ma non irrido e non offendo, non sbeffeggio quelle verità pesanti, e soffro quando ciò avviene, perché mi hanno fatto le ossa. Ho pena per chi è denutrito di orizzonti.

Vennero gli anni 60. Veniva altra gente nel nostro mondo. I figli somigliavano meno ai padri, erano anche ribelli, anche parricidi. Certe rottamazioni di oggi fanno sorridere. Si liberavano le donne, i popoli, i lavoratori. Nella nostra religione, la verità dell'amore, della giustizia e della pace cominciava a valere più delle dottrine geometriche della verità. Avvenivano cose giuste, e anche alcune ingiuste. C'era chi impugnava strumenti mortali, credendo che fossero forcipi per partorire vita.

 

Non vi si rinunciava

I vecchi padroni si attrezzarono. Adescarono i più interiormente deboli. Sapevano come si corrompe un combattente. Sussurrarono e poi gridarono sempre più forte un antico slogan (questa parola vuol dire: “grido di guerra”, e quella è gente nutrita di guerra) che conoscevano bene: “arricchitevi!”. E cominciò l'epoca della liberté senza égalitéfraternité. Senza scopi alti. La post-modernità tradiva il meglio della modernità. Non è che prima ce ne fosse molta, di libertà e fraternità. Ma non vi si rinunciava. Anzi, si sperava e si voleva che venissero, che crescessero, quei beni della vita. Per libertà, fraternità, giustizia e pace, si lottava senza violenza, con la passione umana, con la ricerca, con la riforma delle nostre società. Oggi, sì, vi si rinuncia, cioè si rinnegano.

In questa epoca ci siamo dentro. Noi non siamo nati in quest'epoca. Siamo stranieri, qui. Non vogliamo assimilarci. Ma qualcuno sì, si assimila, si adegua. Ci trova da guadagnare. Noi però guardiamo tutte le moltitudini che, coi loro debiti, pagano i pochi che si arricchiscono, vincitori in questo mondo trasformato in un circo di gladiatori. Molti degli indebitati che continuano a pagare sono stati indottrinati per una manciata di generi alimentari, di trovate tecnologiche, di lotterie delle illusioni. Stanno per ora un po' meglio dei loro padri, e sono meno liberi. Noi siamo preoccupati per i bambini che nascono in questo mondo. Specialmente se sono i nostri nipotini, che ci fanno di nuovo gustare la dolcezza pulita della vita. Essi sono in pericolo, più di noi.

 

Tutto liquido?

Ecco, venendo da quell'epoca di dogmi e dogmatismi di vario genere, non abbiamo viaggiato invano negli anni, né ad occhi chiusi. Abbiamo imparato molte cose, le abbiamo osservate, ci siamo impegnati in determinate lotte giuste, abbiamo usato ed esercitato anche un certo senso critico. Sì, allora c'erano anche troppe verità, e troppo dure. Così, tra i nostri compagni di cammino nel tempo, qualcuno ci ha anche proposto di sentirci più intelligenti, più liberi, più fraterni, se, tastando il terreno dell'esistenza, lui ce lo fa sentire più morbido, più liquido, meno roccioso. Non è poi male. Talvolta, però, è un po' troppo scivoloso, instabile, quasi lastra di ghiaccio. Sapete, con gli anni le gambe sono meno sicure. Ora tutto è meno sicuro. Non c'è più metafisica. Pare che non rimanga neppure la fisica. Intanto, ci si attacca alle cose, reali o virtuali. Per dirla in modo pesante, vari nostri compagni di cammino, e anche amici cari, ci propongono, senza usare questa parola, una visione piuttosto nichilista del panorama dell'esistenza. Noi ci ricordiamo essenze fin troppo dure, ma non è che qui, a questo punto, ci troviamo tanto bene nel tutto liquido.

Non possiamo dare tutta la ragione ai nostri amici più di noi immersi nell'epoca nuova. D'altra parte, osserviamo il cammino (cammino?) di altri coetanei avvinghiati alle antiche certezze. No, tanto meno a loro possiamo dare ragione, perché abbiamo vissuto e camminato. Anche pensato, un po' abbiamo pensato. Dunque, ci troviamo quasi senza gli uni e senza gli altri. Oppure, non proprio senza, ma a una certa distanza, non inquadrati. Un po' di solitudine: speriamo che sia per serietà, ma si vorrebbe anche la gioia del sentire insieme.

 

Un timone che sappia il fatto suo

Come dire? La vita (ne abbiamo addosso un bel po') ha bisogno di riferimenti, di alcune chiarezze, di qualche ancoraggio, di solide vele offerte al vento, di un timone che sappia il fatto suo. Non siamo relitti alla deriva. Non accettiamo di esserlo. Un grande, grande amico, di qualche passo avanti a noi nel cammino (ha già valicato il colle da dieci anni), diceva, con fremente passione interiore, di avere alcune «faticate, dubitose, irrinunciabili chiarezze». Non certezze, ma chiarezze. Ecco, chiarezze miti, mobili come la vita, vive di quel dubbio che ricerca e non distrugge, non abbandona; chiarezze irrinunciabili come la luce. E anche raccolte con fatica, perciò faticate chiarezze.

Noi non siamo senza verità, non rinunciamo alla verità, perché la verità non è quella là, rocciosa, poco ospitale, ricca di nemici e prodiga di condanne, ma è la relazione umana buona. Quella di cui è detto, da Socrate e da Gesù, che è più felice chi ama di chi è amato. Questo è terreno solido, per il cammino. Amicizia, speranza, sorriso: sono questi i diritti umani, attesi ma inesigibili, questa è la verità umana, vissuta in una rete sociale, estesa fino a tutto il mondo, fitta di intrecci e scambi, idee, utopie, bellezze, interrogativi, gioie e sofferenze. Una rete che ci mette in cuore il dolore delle vittime, popoli interi di vittime. E anche l'ira per i violenti, anzitutto quelli che hanno il sangue delle vittime nascosto sotto i guanti bianchi. Sono i peggiori. Siedono sui seggi a condannare i loro colleghi minori, quelli del sangue senza guanti. E in cuore abbiamo anche l'invocazione al cielo che ci muti l'ira in energia positiva di giustizia costruttiva, libera dalla violenza, nutrita di pietà.

Questi fremiti dell'anima sono anche i sacramenti veri e buoni di tutte le religioni, della religione a cui sei grato perché vi sei nato e vi trovi più luce, ma altrettanto delle altre religioni, raggi diversi dell'unica luce. Sicché l'unico peccato è la guerra maledetta tra le false verità tronche e superbe. E gravissimo autismo irridere le religioni. E l'unica morale è vivere per gli altri, ché allora vivi anche per te, e con loro cercare e costruire un bene mite. Non chiedetemi di de-finirlo, che sarebbe come stringere in pugno i petali di un fiore o le ali di una farfalla. Chiedetemi però di cercarla, questa verità che è il bene, insieme a voi, e cercarla vuol dire viverla insieme a voi, e raccontarla sulle strade, la verità mite della vita, quella che non tradisce.

 

Sarò utopista

A questo punto, dove guardare? Il passato è lungo, dice cose differenti, di vario segno. È passato, è dentro, eppure si allontana. Inutile guardare ancora indietro. Quel che sapevamo raccogliere, l'abbiamo raccolto. A tante persone e vicende, siamo grati, a conquiste e anche sconfitte, che ci ammaestrano. Quel che potevamo fare, un pochetto, bene o male, l'abbiamo fatto. Ma il tempo incalza, il cammino non ha quiete. Dove guardare? Perché su qualcosa bisogna posare gli occhi, cioè appoggiare la tensione dell'anima: «L'anima mia anela...». Anela sempre più. Dove guardare? Siamo come il rocciatore incrodato. L'unica via è in avanti. È l'unica ed è tutto. Allora devo solo guardare oltre. Se da giovane avevo diverse possibilità, mi guardavo in giro, ora ho solo quella. Non c'è scelta. Avanti non ci sono cose acquisite, schemi fatti, da salvaguardare. È tutto da attendere, e tutto da fare. Non è un luogo conosciuto: è un non-luogo, una u-topia. Bene, a questa età sarò utopista. Ero prudente, guardingo, osavo poco, avevo poco coraggio, temevo di perdere qualcosa, facevo passi studiati (oppure così mi sembra ora). Ora ho sempre meno da perdere. Sono ugualmente troppo prudente, un po' vile. Ma è l'ora di spendere. Non ci si porta dietro nulla: «Stolto, a chi andranno le ricchezze che hai accumulato?». Fatelo voi che avete tempo, di organizzare la realtà, nei suoi limiti e potenzialità, datele l'ordine razionale che vedete buono. Io devo dire l'inedito, il finora impossibile.

 

Cercare il non trovato

Un vecchio ha solo futuro, è concentrato su quello, il presente e il passato li ha alle spalle. Fugge in avanti. Immagina l'infinito, proprio perché tocca la fine del finito, quella che voi non sapete ancora . Mi chiedete di essere razionale. Fatelo voi che vi sentite capaci. Io ho già visto le possibilità della ragione. Non mi aspetto da lei molto di più. Ha fatto anche cose criminali, feroci. Mi aspetto dall'invenzione, che è cercare il non trovato. Ecco, a questo punto siamo al bel confine tra il perdere e il trovare. Come dice una poetessa nel toccante film Still Alice, si tratta di imparare «l'arte di perdere». Va bene. Quello che lasci apre uno spazio che era troppo occupato. Dite la vostra ch'io dico la mia. Io dico – cioè, non dico, ma tendo l'orecchio − quel che non c'è, l'idea, il valore, la verità sopra la realtà. Magari, anche voi tra un po' di tempo arriverete al modesto artigianato – non è presunzione, perché in mano non abbiamo niente! − dell'immaginare, del sognare, che è guardare oltre, senza poter toccare né prendere. Pare che Picasso, pittore di visioni, abbia detto: «Occorrono molti anni per diventare giovani».

Enrico Peyretti

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