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 437 - L’etica come possibilità

 

Sono sempre stato colpito dalla forza e dalla paradossalità della bella immagine poetica con cui Kant, apparentando la visione del «cielo stellato sopra di me» e la presa d'atto della presenza della «coscienza morale dentro di me», si propone di sintetizzare l'esito della sua complessa riflessione filosofica nelle pagine conclusive della Critica della ragion pratica.

Colpito non dalla possibile finalizzazione teologica di questo testo, che tra l'altro si vale proprio della riflessione sulla legge morale per dare un qualche fondamento razionale alla religione e all'umana possibilità di parlare di Dio. Colpito piuttosto dall'apparente dissonanza che tale corto circuito poetico introduce nella struttura logica che fa da spina dorsale all'intero sistema del Criticismo.

Nella Critica della ragion pura, Kant sottolineando il primato della ragione scientifica nel campo della conoscenza della natura, ne indica anche i limiti intrinseci. Essa non può rispondere alle questioni metafisiche sulla finitezza o infinità del mondo nello spazio e nel tempo, sulla mortalità o immortalità dell'anima, sull'esistenza o inesistenza di Dio. A conclusione della Critica della ragion pratica, egli non rinnega la ragione, ma afferma che, in quanto guida dell'agire morale, deve poter presupporre l'infinità spazio-temporale del mondo, la continuità della vita oltre la morte corporea, la fede nell'esistenza di un Dio. Un Dio che non è artefice della legge morale, ma fondatore della speranza dell'incontro, all'infinito, di moralità umana e felicità.

Come è possibile giustificare questa palese contraddizione in un sistema filosofico impostato sulla logica e sul rifiuto di ogni paralogismo e sentimentalismo? È possibile perché Kant, mentre esclude che ogni operare dell'umano pensiero possa appellarsi ad altro dalla ragione, distingue all'interno della stessa diversi ambiti e modalità di funzionamento. Nell'analisi costitutiva dell'immagine del mondo non può che applicare la sua struttura logico-conoscitiva ai dati empirici,per mezzo di assiomi autoevidenti e di dimostrazioni cogenti. Nell'esercizio dell'agire morale deve appellarsi a postulati, che modulano razionalmente i bisogni e i desideri del soggetto etico, che restano comunque principi indimostrati e indimostrabili. Infine nella Critica del giudizio si propone di riconciliare gli esiti conoscitivi della Ragion pura con le esigenze etiche della Ragion pratica; per cui il giudizio di bellezza non definisce la bellezza in sé di un fenomeno naturale, ma la sua capacità di evocare un possibile accordo tra causalità naturale e libere esigenze morali dell'uomo.

La ragione, dunque, monopolizza per Kant, l'illuminista, ogni espressione del vivere umano. Ma una ragione che è criticamente cosciente dei propri limiti e che riconosce di poter essere artefice di un sapere e di un agire esclusivamente antropocentrico. Il prezzo da pagare è piuttosto alto. Comporta infatti il riconoscimento che l'antropocentrismo etico, inteso a dare forma storico-sociale a libertà, eguaglianza e fraternità, si basa su postulati. Postulati che la ragione umana ritiene necessari per l'esistenza della vita etica, della legge morale e per la possibilità della sua piena realizzazione. In primo luogo del postulato della libertà, che Kant considera costitutivo dell'uomo stesso e della sua inevitabile fragilità.

Se le leggi morali, figlie dell'autonomia etica dell'uomo, fossero vissute come frutto necessario della natura e avessero Dio come sorgente originaria, invece che come auspicabile garante finale della meritata felicità di che le adempie come proprio “dovere” − chiarisce inequivocabilmente Kant, – il loro adempimento nell'umano agire nulla avrebbe a che fare con la moralità e questa diventerebbe semplice opera di bisogni materiali, di interesse e di paura.

Come l'immortalità dell'anima, l'esistenza dell'aldilà e di Dio, la storica e infinita perfettibilità dell'uomo e del mondo, la finalizzabilità della storia e della realtà naturale, così gli imperativi a priori della vita morale si presentano a noi come apertura alla possibilità e alla scelta responsabile. Nessuna certezza conoscitiva le garantisce. Hanno potenziale valore etico solo in quanto assunte dal singolo e dalla sua comunità, come finalizzate all'umanizzazione dell'uomo, come compito che volontariamente e liberamente ci assumiamo, facendoci carico, insieme agli altri (Dio eventualmente compreso) del rischio della riuscita auspicata e del fallimento temuto.

 

Aldo Bodrato

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