il foglio 
Mappa | 26 utenti on line


 Login
   
    
 Ricordati di me

  menu
 ::  editoriali
 ::  bibbia
 ::  chiesa
 ::  documenti
 ::  etica
 ::  filosofia
 ::  lettere
 ::  mondo
 ::  pace-nonviolenza
 ::  poesia
 ::  politica
 ::  recensioni
 ::  scienza
 ::  società
 ::  storia
 ::  teologia
 ::  zibaldone
 :: home
 :: indici analitici
 :: solo online

 Ricerca
  

 in libreria

Enrico Peyretti

Il diritto di non uccidere

IL MARGINE


Conversazioni di

Giuseppe Barbaglio e

Aldo Bodrato

QUALE STORIA A  PARTIRE DA GESU'?

ESODO Sevitium


Aldo Bodrato

L'avventura della Parola

Affatà Editrice


Enrico Peyretti

Dialoghi con Nortberto Bobbio 

Claudiana


Enrico Peyretti

Il bene della pace. La via della nonviolenza

Cittadella


Enrico Peyretti

Elogio della gratitudine

Cittadella


  etica
 364 - NON GIUDICARE

 

COLORO CHE CONDANNIAMO CI PRECEDERANNO NEL REGNO DEI CIELI

 

Se osassimo dirci cristiani, oseremmo anche essere testimoni del grande annuncio: «Il momento è qui e ora, il Regno è alla nostra portata, la vita è cambiata, questa è la straordinaria possibilità, la gioiosa notizia» (cfr. Marco 1,15).

Ma se il Regno è vicino, è alla nostra portata... questo non significa che la regalità di Dio si sia già affermata. Siamo nel tempo del già e non ancora. Se il fermarsi sul non ancora rischia di paralizzarci nell’accettazione supina delle ferree leggi di questo mondo, il buttarsi nella dimensione del già rischia di farci cadere nel fanatismo rigorista. La nonviolenza assoluta, il porgere sempre l’altra guancia, il prestare senza aspettarci restituzione, il fare del bene a coloro che ci perseguitano (o anche solo ci danno fastidio…), la rinuncia a quello che possediamo, il non preoccuparci del cibo e del vestito… sono propositi realizzabili qui e ora? Eppure, se si perde la speranza nel Regno, non siamo ridotti a essere sale senza sapore? Siamo condannati a scegliere tra rassegnazione passiva e velleitarismo rigorista?

 

Credenti, non giudicanti

Un antidoto contro il fanatismo è il rifiuto di giudicare e condannare il prossimo. E come, rifiutando la violenza materiale, si interrompe la spirale senza fine delle violenze, così, col rifiuto di condannare il prossimo, ci si rifiuta di proseguire nella catena delle reciproche accuse e condanne.

«Non giudicate» (Matteo 7,1; Luca 6,37). Come sottolinea Silvano Fausti (Una comunità legge il Vangelo di Luca, EDB 1998, pp. 185 e 190), «Come non siamo chiamati ad essere buoni, ma misericordiosi, così non siamo chiamati ad essere giusti, ma solo a non essere giudici… Qui non si proibisce tanto il giudizio falso, imperfetto o avventato, che certamente è un male… Si esclude invece il giudizio “giusto”. È esattamente questo giudizio giusto che ci condanna, come la legge giusta… Se io “giustamente”, avendo ragione, giudico il fratello, il male di cui lo condanno, per quanto grave, è una “pagliuzza” rispetto al male che io faccio criticandolo e giudicandolo».

Si propongono, in particolare in Luca, diversi esempi. Essi sono particolarmente significativi anche tenendo conto della notevole discontinuità rispetto alla prassi del mondo giudaico e della chiesa primitiva.

Luca 18,9-14: il fariseo (puro, scrupoloso) e il pubblicano (esattore delle tasse per conto degli occupanti pagani, sfruttatore, ladro). Il delinquente collaborazionista viene giustificato, a differenza del fariseo che si sente superiore ed è per questo lontano dall’umiltà di Dio.

Luca 7,36-50: il fariseo e la peccatrice. Il fariseo Simone è corretto e gentile. Invita Gesù a tavola, lo chiama «maestro» e cerca persino di scusarlo della brutta figura a cui si espone lasciandosi toccare, baciare e profumare da una nota peccatrice. La donna è perdonata per i suoi «molti peccati», ad essa viene condonato il debito più grande. Il punto di partenza è il perdono di Gesù che innesca un circolo virtuoso in cui amore e perdono si alimentano a vicenda. Il fariseo non riesce ad essere aperto al perdono, non sente di avere contratto dei debiti che debbano essere condonati, quindi si chiude in una triste gabbia in cui «ama poco».

Luca 15,11-32: il disciplinatissimo figlio maggiore e lo scapestrato ragazzaccio “puttaniere”. Entrambi vedono nel Padre un padrone a cui obbedire o contro cui ribellarsi. Il Padre rifiuta la logica schiavo-padrone invitando tutti a una festa gioiosa. Solo il figlio maggiore sembra non aver capito nulla, in quanto si ritiene il figlio buono.

Luca 19,1-10: Zaccheo, capo dei malviventi, capo dei servi dei romani, capo dei tangentisti, il più ricco di una banda di ladri. Gesù osa invitarsi nella casa di questo losco figuro, provocando la reazione sdegnata di tutti i benpensanti. Il pentimento del delinquente è una conseguenza del coraggioso gesto di Gesù. Le buone intenzioni espresse sono probabilmente un’aggiunta redazionale (Dupont, Le Beatitudini, Paoline 1992, vol II, pp.898-902; Ernst, Il Vangelo secondo Luca, vol. II, Morcelliana 1885, pp. 723-26).

Anche nell’episodio dell’adultera (Giovanni 8,3-11) il perdono precede l’esortazione a «non peccare più».

Matteo 21,31 lancia la sfida provocatoria: «I pubblicani e le prostitute vi precedono nel Regno di Dio».

 

Farisei di sinistra

Chi sono, per i farisei di oggi, i peccatori, i pubblicani, le prostitute, i ragazzi incoscienti? Noi «di sinistra», noi «non farisei» saremmo tentati di rispondere «i rom, gli immigrati, i drogati, i carcerati, gli omosessuali!». Ma saremmo con ciò nella direzione indicata dai Vangeli? Non sono questi i «peccatori» per… «gli altri», mentre noi, politicamente corretti, ci crediamo superiori a questi pregiudizi?

Non tendiamo forse, anche noi «di sinistra» a giudicare inferiori coloro che ci sembrano sulla sponda opposta? Non siamo tentati di scagliare contro di loro feroci maledizioni? Ministri e ministre, calciatori e veline, dirigenti delle multinazionali… sono per noi persone o mostri? Cerchiamo di comprendere la profonda infelicità di queste persone costrette sempre a sorridere e a passare da un successo all’altro? Cerchiamo di avvicinarci alla solitudine di Ratzinger? E chi sono gli elettori di Berlusconi e di Bossi? Forse solo dei plagiati? E chi sono i tifosi del calcio e del Grande Fratello? Solo dei poveri ignoranti? E i devoti di Padre Pio?

Si dirà che non possiamo mettere sullo stesso piano i carnefici e le vittime, i plagiatori e i plagiati. Ma siamo sicuri che i «carnefici» non siano prima di tutto carnefici di se stessi? I guai pronunciati da Gesù contro i ricchi, i sazi, i gaudenti e coloro di cui tutti dicono bene (Luca 6,24-26) «non si propongono di maledire la gente ma a dichiararla piuttosto infelice e degna di compassione, come gente che fa pietà e che va commiserata. L’interiezione ούαι è stata adoperata dai Settanta per tradurre varie interiezioni ebraiche… Si tratta sempre di un grido di dolore» (Dupont, op. cit. vol. III, p. 41). «Ahimè per voi, i ricchi… È un lamento di compianto che Gesù rivolge ai ricchi, per avvertirli di un male di cui non si rendono conto» (Fausti, op. cit. p. 170). Le stesse considerazioni valgono per i guai pronunciati contro gli scribi e i farisei, contro le città che non si erano convertite, contro Giuda.

Certamente queste considerazioni non significano una rinuncia a pensare e ad avere delle opinioni anche molto severe sulle azioni del governo e dei manager dell’economia, sul ruolo dei media, ecc. Ma queste opinioni devono limitarsi alle azioni, non alle persone. Riguardano la sofferenza delle vittime (talvolta inconsapevolmente complici) non una presunta colpevolezza degli infelici carnefici. Per Gesù le peccatrici sono pur sempre donne che hanno scelto una vita sbagliata, i pubblicani sono pur sempre dei grandi imbroglioni, il “figliol prodigo” un caratteraccio, l’adultera un’adultera. Ma la misericordia copre tutti i peccati e il giudizio sembra cadere proprio su quelli che si ritengono autorizzati a emettere giudizi.

E soprattutto occorre cominciare da noi stessi. Come diceva Gandhi, «ogni qualvolta vedo un uomo che sbaglia, mi dico che io pure ho sbagliato… e così mi sento affine a ciascuno nel mondo» (Antiche come le montagne, Comunità 1983, p. 109). La severità per quanto riguarda la nostra condotta non deve tuttavia neppure indurre a condannare noi stessi, a coltivare in noi distruttivi sensi di colpa. La misericordia di Dio riguarda anche noi! Paolo considerava spazzatura la sua brillante carriera di fariseo, il suo zelo, la sua irreprensibilità (cfr. Fil. 3,4-8). Tutto ciò diventa nulla rispetto al guadagnare Cristo, allo sperare nella Resurrezione, perché «Dio ha richiuso tutti nella disobbedienza per usare misericordia a tutti» (Romani 11,32). L’autore delle lettere pastorali mette in bocca a Paolo la seguente confessione: «Gesù Cristo è venuto al mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io» (ITimoteo 1,15).

Se si può stabilire un criterio che distingua un credente da un non credente, un segno importante (anche se non esclusivo) potrebbe essere il seguente: «credente è colui che riconosce i propri errori ed è cauto nel giudicare gli altri». Ma questo atteggiamento non va esibito (sarebbe una nuova forma di fariseismo!) ma piuttosto silenziosamente testimoniato.

Riusciamo, in qualche modo, a non giudicare, anzi a sentirci affini a… Berlusconi, al “pazzo” che sfreccia a 200 all’ora, a chi sembra sprecare la propria vita, a chi spreme gli altri e se stesso per il dio denaro, a chi promuove la guerra? La risposta è no. Forse se trovassimo il coraggio di dire, come il padre del figlio epilettico, «Credo, aiutami nella mia mancanza di fede» (Marco 9,24), potremmo sperare di essere salvati, insieme a tutti i “delinquenti” di questo mondo.

Dario Oitana

 

 Stampa Invia ad un amico Dai la tua opinione

 
 il foglio
 ::  presentazione
 ::  redazione
 ::  abbonamento
 ::  contatti
 ::  link
 :: archivio storico [parziale]

 avviso agli abbonati

Ci risulta che alcuni abbonati non ricevono a tempo debito, o non del tutto, la copia del nostro periodico. Ce ne scusiamo precisando che tale situazione non dipende da un nostro difetto bensì dal disservizio delle Poste.


 web partner

gli anni di carta

 Il Corriere di Tunisi

Aldo Bodrato

Enrico Peyretti

Delfino M. Rosso

 


 Numeri recenti
 :: 462 - Chi ha orecchie per intendere, intenda 
 :: 457 - Demitizzazione/1: 50 anni di Humanae vitae 
 :: 448 - La legge sul fine-vita, Dat e fiduciario 
 :: 437 - L’etica come possibilità 
 :: 437 - Kant: «cielo stellato sopra di me e coscienza morale dentro di me» 
 :: 429 - La dittatura del denarismo 
 :: 420 - “COME STAI? TUTTO BENE” 
 :: 420 - Al lettore benevolo 
 :: 415 - Preludio e fughe sul bene e sul male.  
 :: 409 - Rileggendo La banalità del male di Hannah Arendt / 1 
 :: 407 - Saper piangere 
 :: 406 - Storie di dubbi e libertà 
 :: 405 - BREVI AVVERTENZE PER EVITARE INCIDENTI DI DISCORSO 
 :: 403 - LA PROBABILITÀ DEI MONDI / 4: LEGGE NATURALE INUTILIZZABILE AI FINI MORALI 
 :: 403 - Dialogo interiore / 3 
 :: 402 - Dialogo interiore / 2 
 :: 401 - Dialogo interiore / 1 
 :: 394 - Credere è fidarsi / 1 
 :: 386 - PACIFISMO E NAZISMO 
 :: 374 - In morte di Raimon Panikkar (Barcellona 1918 – Tavertet 2010) 
 :: 372 - I CREDENTI SONO MASOCHISTI? 
 :: 373 - OLRE LA RECIPROCITÀ 
 :: 367 - Cilici, auto-flagellazioni e vangelo 
 :: 366 - Escatologia ed economia / 2 
 :: 365 - Escatologia ed economia / 1 
 :: 364 - NON GIUDICARE 
 :: 359 - Aiuto, l’integralismo! 
 :: 352 - VERITÀ E LIBERTÀ, TRA UNITÀ E MOLTEPLICITÀ 
 :: 346 - SPIRITUALITÀ 
 :: 340 - OLTRE I PACS/DICO 

copyright © 2005 il foglio - ideazione e realizzazione delfino maria rosso - powered by fullxml