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 409 - Rileggendo La banalità del male di Hannah Arendt / 1

 

Il processo di Eichmann a Gerusalemme

 

Ci sono classici più citati che letti. Da molto tempo la formula della «banalità del male» viene usata (e abusata). A 50 anni dalla pubblicazione del libro omonimo (1963), e dopo la proiezione − finalmente anche in Italia, ma solo nel Giorno della Memoria − del film di Margaret von Trotta dal titolo Hannah Arendt, vogliamo rileggere questo classico, cercando di andare oltre alla formula stereotipata.

Ci sono classici più citati che letti. Da molto tempo la formula della «banalità del male» viene usata (e abusata). A 50 anni dalla pubblicazione del libro omonimo (1963), e dopo la proiezione − finalmente anche in Italia, ma solo nel Giorno della Memoria − del film di Margaret von Trotta dal titolo Hannah Arendt, vogliamo rileggere questo classico, cercando di andare oltre alla formula stereotipata.

Nel 1961, a cinquantacinque anni, Hannah Arendt (1906-1975) si trasforma in giornalista e documenta il processo Eichmann sulle pagine del «The New Yorker». Quegli articoli sono diventati due anni dopo uno dei libri più letti sulla storia dell’Olocausto.

L’autrice, filosofa tedesca allieva di Heidegger, Husserl e Jaspers, era nata in Germania in una famiglia della borghesia ebraica. Nel 1933 aveva lasciato il Paese, ormai nelle mani di Hitler, e aveva viaggiato in diversi paesi sin quando nel 1951 divenne cittadina statunitense. Pur non riconoscendosi nell’idee politiche e religiose tradizionali del suo popolo, si occupò a lungo di comprendere gli eventi che gli ebrei avevano dovuto affrontare e, più in generale, di lottare contro i regimi totalitari del Novecento.

La banalità del male è un testo che, forse proprio a motivo della genesi giornalistica, preferisce la modalità del racconto a quella dell’argomentazione, pur non rifuggendo l’approfondimento e l’analisi. Il mio tentativo sarà quello di ripercorrere la rappresentazione proposta dalla Arendt, attraverso quattro quadri: I personaggi, Le soluzioni, Le deportazioni, L’esito.

 

I personaggi

I primi tre capitoli presentano i protagonisti della narrazione – le persone che abiteranno l’aula durante lo svolgimento dei processi – e non si tratta di una semplice descrizione: Arendt dà elementi per scavare in profondità e per fare emergere alcune problematiche morali.

La corte, composta da tre giudici integerrimi e presieduta da Moshe Landau, un uomo che Arendt definisce “una persona che serve la giustizia con lo stesso zelo con cui (…) serve lo Stato d’Israele” (13), ha un obiettivo chiaro e irrinunciabile per il processo: giudicare le azioni compiute da Adolf Eichmann e non “le sofferenze degli ebrei, non il popolo tedesco o l’umanità, e neppure l’antisemitismo e il razzismo” (13).

Di tutt’altro avviso il secondo personaggio, il procuratore Gideon Hausner, teso a teatralizzare il processo, nell’aula come nelle conferenze stampa e nei programmi televisivi, per realizzare l’intenzione del primo ministro David Ben Gurion: il vero fine del dibattimento doveva essere affrontare la questione della tragedia che aveva colpito il popolo ebraico. Bisognava rafforzare l’idea che lo stato nazionale di Israele fosse l’unico luogo nel quale gli ebrei potessero vivere in pace e dare risposte alle questioni sottese alla soluzione finale: “come è potuto accadere?”, “e perché?”, “perché ci si accanì contro gli ebrei?”, “qual è stato il ruolo delle altre nazioni?”, “come hanno potuto i capi ebraici contribuire allo sterminio degli ebrei?”. Si trattava certamente di domande cruciali, che tuttavia superavano le competenze del tribunale e non avevano possibilità di essere argomentate in quella sede. Questo, però, fu il motivo per cui Eichmann fu portato davanti al tribunale di Gerusalemme e non a un tribunale internazionale: lì sarebbe stato giudicato per i crimini contro l’umanità (commessi sul corpo del popolo ebraico) mentre qui si poteva processarlo direttamente per crimini contro il popolo ebraico, per tutte le vicende che avevano visto gli ebrei come vittime, perché, come ebbe a dire l’accusa, “ci fu solo un uomo che si occupò quasi esclusivamente degli ebrei, che aveva il compito di distruggerli, che nell’edificio dell’iniquo regime non aveva altra funzione: e quest’uomo fu Adolf Eichmann”.

Il terzo personaggio è collettivo: il pubblico di coloro che assistono al dibattimento, la cui natura non sarà indifferente per lo svolgimento del dibattimento. Fu composta dapprima da giornalisti arrivati da tutto il mondo per documentare l’evento (e questo ebbe l’effetto di creare un palcoscenico sul quale Hausner si esibì per considerare che il processo di Gerusalemme avrebbe potuto rimediare alla trascuratezza avuta contro la tragedia del popolo ebraico dal tribunale di Norimberga) e in seguito vide la presenza di israeliani (dando all’accusa la nuova possibilità di mettere in evidenza le problematiche che gli ebrei potevano incontrare a contatto con i non ebrei). Oltre a questi, tuttavia, i tedeschi guardavano con apprensione al processo Eichmann, che obbligò la Germania, dopo quindici anni di oblio rispetto alle vicende compiute dai nazisti, a prendere posizione rispetto ai criminali che vivevano indisturbati nel paese.

La presentazione dei personaggi si conclude con il protagonista indiscusso: Adolf Eichmann. Non seguiremo la Arendt nel fitto racconto degli avvenimenti della sua vita e della sua carriera, per arrivare subito al ruolo che lo portò a essere giudicato in Israele: responsabile della sezione dell’ufficio centrale per la sicurezza del Reich dedicata all’eliminazione dei nemici del regime. Responsabile. Responsabile dell’emigrazione e dell’uccisione di migliaia di ebrei.

Hannah Arendt non manca di mettere in rilievo le contraddizioni che si nascondono dietro alla parola “responsabile” perché il comportamento e le affermazioni di Eichmann misero piuttosto in evidenza la mancanza di presa di responsabilità rispetto alle azioni compiute, trincerandosi dietro la necessità di dover ubbidire agli ordini ricevuti da bravo cittadino ligio alla legge e alla considerazione che, anzi, non si “sarebbe sentito la coscienza a posto se non avesse fatto ciò che gli veniva ordinato (…) con grande zelo e cronometrica precisione” (33). La cecità di Eichmann lo portò a definirsi “non colpevole nel senso dell’atto d’accusa” (29), senza tuttavia riuscire a dire in quale senso – se vi era – egli si ritenesse colpevole e si riteneva tale senza negare o rinnegare quello che aveva compiuto, considerando che “il pentimento è roba da bambini” (33) e che, del resto, “egli non aveva mai avuto nulla contro gli ebrei” (34). Arendt colse immediatamente il vero problema morale e giuridico che Eichmann poneva: l’incapacità di distinguere il bene e il male per un uomo considerato normale da un punto di vista clinico. Non ebbero la stessa chiarezza gli altri attori del processo: il Pubblico ministero, i giudici, il suo stesso difensore. Si limitarono a non credergli perché “partivano dal presupposto che l’imputato, come tutte le persone “normali”, avesse agito ben sapendo di commettere dei crimini; e in effetti Eichmann era normale nel senso che “non era una eccezione tra i tedeschi della Germania nazista”, ma sotto il Terzo Reich soltanto le “eccezioni” potevano comportarsi in maniera “normale”” (34-35). La “normalità” di Eichmann fu raccontata nel processo ripercorrendo numerose situazioni che dovette affrontare, nelle quali emerse l’incompetenza a rendersi conto del male compiuto non già perché, come ai criminali può accadere, non era più in grado di distinguere l’azione criminale dalla realtà ma più profondamente perché era certo di essere in perfetta armonia con le leggi e le attese del Reich, il mondo a cui apparteneva. Anzi, come ebbe a dire, “che cosa c’è da “ammettere”?”.

Un ultimo personaggio occupa la scena: il dottor Servatius, avvocato difensore di Eichmann, la cui linea di difesa era basata sull’assunto che il suo assistito non aveva fatto nulla di male in relazione al sistema giuridico vigente nella Germania nazista e che, anzi, quanto era stato compiuto non erano crimini ma piuttosto “azioni di Stato” nei confronti delle quali gli stranieri non potevano esprimere giudizi. Lo spessore morale dell’uomo può essere riassunto in una sua frase testuale: Eichmann aveva compiuto atti “per i quali si viene decorati se si vince e si va alla forca se si perde”.

 

Le soluzioni

Il secondo quadro disegnato dalla Arendt si estende dal quarto all’ottavo capitolo ed è la narrazione delle restrizioni subite dagli ebrei dal 1933 alla fine della seconda guerra mondiale. Sono eventi che forse oggi possiamo considerare per conosciuti, eppure non dobbiamo dimenticare che Arendt scrive nei primi anni Sessanta, quando iniziarono a essere pubblicati saggi e testimonianze dopo il primo silente periodo e forse anche per questo motivo fu così dettagliata nel riportare situazioni, protagonisti, problemi dei singoli eventi.

Qui ci limiteremo a riproporre i tre momenti fondamentali: l’espulsione, il concentramento, lo sterminio.

L’espulsione (1933-1939) fu il primo provvedimento che i nazisti attuarono nei confronti degli ebrei e quello che permise a Eichmann di distinguersi per le sue conoscenze ebraiche e per le sue capacità organizzative, aspetti per cui non mancò di vantarsi spesso arrivando perfino a proporsi come il salvatore di centinaia di ebrei. Eichmann era rimasto molto colpito dalla lettura di due testi sionisti, Lo Stato ebraico di Herzl e La Storia del sionismo di Böhrn, ed era felice di aver elaborato una soluzione che, a suo dire, si inseriva in quella corrente di pensiero e aveva riscosso l’approvazione di una parte dell’opinione pubblica ebraica. Andando oltre lo stesso Eichmann, Arendt mette in correlazione due fenomeni paralleli: l’atteggiamento filosionista adottato dai nazionalsocialisti nelle prime fasi della loro politica ebraica, già messo in evidenza da Hans Lamm (66), e una considerazione positiva degli ebrei sionisti della politica della “dissimulazione”, che può essere racchiusa nell’espressine paradossale “Portatela con orgoglio, la Stella gialla!” coniata dal giornalista Robert Weltsch (68), ignorando le posizioni pubbliche di spietato antisemitismo dei nazionalsocialisti e, anzi, ritenendole “semplice propaganda” (68).

In questi anni si manifesta quello che potremmo chiamare il “paradosso di Eichmann”: l’uomo che sarebbe stato processato (e ricordato) come uno dei più feroci assassini del Terzo Reich, in effetti contribuì a salvare numerosi ebrei, con un atteggiamento così efficiente da diventare una sorta di modello. Arendt fu colpita dal fatto che Eichmann non ricordasse episodi che avvalorassero questa pretesa – in seguito confermata anche da alcuni storici ebrei – ma si soffermasse piuttosto sulle dinamiche del potere e sull’iter della sua carriera.

Il concentramento iniziò nel 1939, quando il regime diventa apertamente totalitario e criminale. Eichmann non aveva un ruolo particolarmente rilevante da un punto di vista gerarchico, eppure il suo ruolo inizia a diventare progressivamente sempre più importante. Se molti si occupavano di ebrei (e, infatti, l’accusa faticò non poco a individuare le responsabilità precise dei singoli) ed erano in forte concorrenza tra di loro, perché avevano l’obiettivo comune di uccidere quanti più ebrei possibile, Eichmann dimostrava verso questi competitori una sorta di disprezzo perché avevano l’unico scopo di arricchirsi e non avevano letto nessuno dei testi basilari del sionismo. Proprio questi testi lo portarono a dare credito a tre idee: il progetto Nisko, una sorta di protettorato per gli ebrei in Boemia, che non fu realizzato; il progetto Madagascar, mai andato a buon fine; la fondazione del campo di concentramento di Theresienstadt, che rimase di sua competenza (e responsabilità diretta) sino alla fine.

La situazione precipitò nel 1941: Heydrich comunicò a Eichmann l’ordine dato da Hitler di sterminare gli ebrei. O, per meglio dire, questo era il messaggio di fondo di quella comunicazione. È necessario mettere in evidenza il sistematico e accurato ricorso alla “manipolazione delle parole” che fu messo in atto (e su cui torneremo successivamente): tutte le comunicazioni ufficiali erano scritte in una sorta di linguaggio in codice nel quale non trovavano posto parole crude come “sterminio”, “liquidazione”, “uccisione”, “deportazione”, a favore delle ben più innocue “soluzione finale”, “evacuazione”, “trattamento speciale”, “trasferimento”. Si sceglie, così, di costruire un immaginario più rassicurante, nel quale il “problema degli ebrei” veniva risolto senza che fosse immediatamente visibile la crudeltà e l’abominio perpetuati.

Simona Borello

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