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 340 - OLTRE I PACS/DICO

 

PERCHÉ SPOSARSI?

Nel contesto di un primo tentativo di riflettere sul tema delle coppie di fatto e di quelli che vengono chiamati «patti civili di solidarietà» (Pacs), o in Italia il disegno di legge sui «diritti dei conviventi» (Dico), che sono ormai arrivati alle soglie del Parlamento italiano e dividono trasversalmente tutti gli schieramenti politici, a nostro parere emerge prepotentemente la domanda «perché ci si sposa?» (o perché si convive e non ci si sposa).

Preferiamo la domanda al positivo: allora, perché sposarsi? Qual è lo specifico del matrimonio (non necessariamente contenuto e presupposto nella coppia convivente non coniugata)?

Il problema infatti non sono tanto i Pacs/Dico: è legittimo che le convivenze/coppie siano tutelate in alcuni diritti fondamentali, soprattutto che si trova in condizioni di dipendenza e debolezza. Tanto più che l’attuale disegno di legge non riguarda tanto le coppie, bensì le convivenze più in generale, ad es. quelle di anziani, vedovi, amici (anche e soprattutto dello stesso sesso), conviventi comunque non legati dall’eros.

 

Sacramentalità «straniera»

L’amore romantico declinato nella scelta matrimoniale è sempre gesto sacramentale, anche se il fedele amore non ha in cuor suo un’altra fede (quella di tipo religioso). Ma d’altra parte ci si potrebbe chiedere: anche la convivenza è gesto sacramentale (prescindendo dalla fede religiosa dei membri della coppia)? e cioè, dal punto di vista teologico, anche la convivenza e il matrimonio civile sono sacramenti in cui traspare il volto di Dio? Se la risposta è sì, , la chiesa non dovrebbe quindi riconoscere la sacramentalità non solo del matrimonio civile ma anche della convivenza, senza sottilizzare troppo se i due sono sposati o no? o comunque prendere atto delle ragioni per cui non si sposano, almeno in quel frangente? Dalle rilevazioni statistiche fatte nei corsi prematrimoniali, tra coloro che chiedono il matrimonio religioso ormai il 50% coloro provengono da un’esperienza di convivenza: la chiesa (come comunità-evento, e non tanto come comunità-organizzazione) non dovrebbe già prima riconoscere la validità della convivenza (prematrimoniale) di coloro che per il momento, anche per ragioni oggettive, non possono sposarsi? Come la chiesa ortodossa benedice le seconde nozze, quella cattolica non dovrebbe forse “benedire” le convivenze riconoscendovi una certa sacramentalità in cui traspare il volto di Dio e del suo amore?

Come esiste una profezia «straniera», è forse il caso di ascoltare oggi la «sacramentalità straniera», ossia quella che può venire da fuori, anche lontano dagli orizzonti ecclesiali, dagli eventi e dalle esperienze del nostro mondo, nella fattispecie dalle relazioni amorose dei conviventi. Solo una chiesa “sacralizzata” può pensare la sacramentalità come un possesso in esclusiva esistente solo al proprio interno, e considerarsi la depositaria assoluta della grazia sacramentale. Si tratta in parte di riscoprire quel che la chiesa ha fatto all’inizio per ben sei-sette secoli, riconoscendo il matrimonio civile “romano” senza averne uno proprio. Il fatto che non ci fosse e non si celebrasse all’interno della chiesa il matrimonio sacramentale, non significava che non si riconoscesse la sacramentalità dei matrimoni di allora, gestiti dall’autorità civile (ma non bisogna confrontarsi troppo con quel quadro, perché non erano matrimoni d’amore con libera scelta del partner, bensì per lo più contratti decisi in gran parte dalle famiglie per l’unificazione del patrimonio e della forza-lavoro).

 

Un impegno a tempo?

Tornando ai nostri tempi, ma allora – molti si chiedono – perché non si sposano se, dati anche i Pacs/Dico, la differenza circa l’aspetto giuridico-istituzionale è pressoché azzerata? La difficoltà della risposta al «perché non ci si sposa» proviene anche dal fatto che non esiste quasi più il rifiuto “anarchico” del matrimonio: semmai permane il rifiuto o il disinteresse per la celebrazione rituale. Forse più ancora che… dai Pacs/Dico il futuro del matrimonio e della famiglia tradizionale è minacciato da quel lavoro «flessibile» che si avvia a diventare il modello prevalente: dalla busta paga precaria, dal lavoro intermittente, dall’orario di lavoro non governabile e spesso asintotico per i due partner, deriva la grande difficoltà a coltivare il rapporto di coppia e a curare l’educazione dei figli e i rapporti sociali (incontri intimi precari, rapporti con i figli affidati agli sms ecc.).

Se da una parte quindi anche la convivenza è sacramento, dall’altra però non è detto che la suddetta fede (laico-umana) nell’amore e nella relazione, tipica del matrimonio, sia poi presente nella stessa misura pure nella convivenza. Ciò non riguarda tanto la fedeltà e come la si concepisce: se nel matrimonio è più presupposta, nella convivenza è più da costruire/riscoprire. Ceteris paribus, può darsi che la fede/fedeltà, nel senso del «crederci», non abbiano lo stesso grado di assolutezza nel matrimonio e nella convivenza, come rivendicano coloro che quasi accusano i conviventi di mancanza di assunzione di responsabilità, di non volersi legare, di non volersi e non sentirsi impegnati in forma duratura. Tuttavia in questo genere di riflessioni si annida certamente un rischio, quello di sopravvalutare il matrimonio e soprattutto quello di sottovalutare la convivenza: due conviventi, legati da una profonda relazione, potrebbero sentirsi “indispettiti”, se non addirittura “offesi” da queste valutazioni che sembrano attribuire alla convivenza una “minore” serietà e spessore.

Certo in passato non contava molto che poi il giuramento potesse essere spezzato, i vincoli recisi e i patti infranti; contava il fatto smisurato, patetico e sublime, che nel momento di pronunciare la propria testimonianza di fede in un amore imperituro, in un assoluto a misura d’uomo, ci si credesse davvero… Abbiamo parlato al passato, perché tale era quel matrimonio, senza quella specie di «riserva temporale» circa la sua durata che sembra serpeggiare oggi (sia nei matrimoni che nelle convivenze).

 

Equivalenza fra matrimonio e convivenza

Può darsi infatti che la suddetta fede non ci sia più tanto nel matrimonio attuale (che sarebbe quindi ancora una volta equivalente alla convivenza; si cerca di tenerli distinti, ma poi la differenza pare continuamente svanire…; la stessa suddetta accusa di mancanza di responsabilità e di non volere legami forti e duraturi può essere rivolta anche alla “immaturità” di coloro che si sposano oggi…). Se ormai il 50% dei matrimoni attuali (compresi quelli religiosi) finisce con la separazione, sarebbe interessante sapere qual è la percentuale delle convivenze che finiscono (può darsi che qualche statistica al riguardo ci sia già). Sembra che la Grazia dello stato matrimoniale (come si diceva una volta) non preservi chi si è sposato in chiesa dalle separazioni e dai divorzi.

Molti sottolineano l’aspetto sociale e comunitario del matrimonio (che la convivenza non avrebbe): «il matrimonio è – può essere – tanto al livello simbolico quanto al livello del concreto vivere quotidiano la condizione che immette la relazione personale dentro la dimensione sociale e comunitaria in cui essa si espone, si gioca ed è sottratta al rischio di ripiegarsi sulla dimensione privata». Parecchi sottolineano pure la necessità di tener distinto il matrimonio (per tutelarlo) dal riconoscimento dei diritti civili alle coppie di fatto, evitando ogni confusione tra le due realtà.

Ma coi Pacs/Dico la relazione personale non viene forse di fatto immessa nella dimensione sociale e comunitaria? Si rischia quindi la confusione, meglio la non-distinguibilità? Dov’è, se c’è, la vera differenza? Il livellamento sembra quasi totale: chi convive può considerare la propria relazione un matrimonio (e non si è sposato ad es. per rifiuto o disinteresse del rituale), e chi è sposato la può ritenere non diversa da una solida convivenza. Non è neppure del tutto appropriato giocare le proprie carte puntando tutto sulla differenza sostanziale del matrimonio religioso-sacramentale (sostenendo ad es. che il matrimonio religioso è un’altra cosa...). Se è l’amore uomo-donna il luogo in cui l’amore di Dio si fa storia, e non tanto nella sua istituzionalizzazione, esso si può esprimere anche nelle convivenze.

 

Adgnosco veteris vestigia flammae

Quest’anno negli Usa il numero totale delle coppie non sposate ha superato quello delle coniugate; siamo forse di fronte all’eclisse storica di una forma d’amore che è stata anche una delle creazioni più alte dello spirito umano: l’amore romantico? Dopo millenni di matrimoni combinati (praticamente dagli albori dell’umanità), sotto la spinta dell’amore come passione del ’700, sorta nell’800 contro la convenzione borghese del matrimonio d’interesse, esplode nel ’900 la poesia dell’amore romantico che trova proprio nel matrimonio (appunto d’amore con la libera scelta del partner) la sua consacrazione. Sessualità e amore, divisi da secoli (Dante, sposato con Gemma Donati, ama Beatrice che non è sua moglie), si sono uniti, così come eros e agape hanno trovato nel ’900 la loro felice unione. In tal modo l’eros, coniugato con l’agape, viene liberato (o sublimato) dalle sue eventuali componenti più aggressive. L’eros sta all’agape come Mozart sta a Beethoven…

Tutto questo sta forse per finire? La favola è finita? Cioè la gente, come sostengono i ragazzi a scuola, non crede più nella favola! O forse dalle convivenze/coppie sta nascendo qualcosa di nuovo e positivo che ci sfugge? Che non può essere liquidato semplicemente come consumismo o come una vita affettiva sul modello della connettività di rete, in cui prendo quello che mi piace e ne faccio (ci faccio) quel che voglio: «vogliamo il contatto, il congiungimento e l’unione, ma senza vincolo. Pretendiamo di poterci unire e disunire (sessualmente, affettivamente, socialmente), e in pieno diritto, con un altro essere umano con la facile immediatezza con cui ci si connette o disconnette da Internet: per quel tanto, o poco, che durano le cose umane».

L’eros rimane comunque centrale e decisivo nella coppia; e fra l’altro non è poi così variabile...(o c’è ancora, o non c’è più). Come confida la regina Didone alla sorella Anna: «Adgnosco veteris vestigia flammae» (Virgilio, Eneide IV, 23), ripreso letteralmente da Dante quando incontra Beatrice: «Conosco i segni dell’antica fiamma» (Purgatorio XXX, 48).

Riassumendo: i Pacs/Dico, con il raggiungimento della parità giuridica (e sociale) col matrimonio, evidenziano e portano a compimento un processo già in atto da tempo: vale a dire, per quanto concerne il modo di vedere, sentire e vivere la relazione, la sostanziale equivalenza (non distinguibilità, e forse “confusione”?) tra convivenza e matrimonio (anche quello religioso dal punto di vista sociologico).

Ne consegue la necessità di mettere a fuoco almeno due punti: 1) in che cosa consiste più precisamente questa nuova mentalità (o funzionamento mentale)? 2) in che cosa consiste la specificità del matrimonio religioso dal punto di vista teologico? Tocchiamo solo il secondo punto, lasciando ai lettori un eventuale intervento sul primo: saremmo grati agli amici che ci leggono se ci aiutassero ad approfondire la risposta alla domanda «perché sposarsi?».

Il matrimonio, in particolare quello cristiano, rappresenta in fondo una scommessa di tipo pascaliano: quella di poter vivere l’eros in forma agapica, in una relazione integrata, strutturata e a lunga gittata. Esso è il luogo in cui l’amore di Dio per quest’uomo e questa donna si fa storia; questa storia un uomo e una donna non possono che viverla: ai cristiani sposati la testimonianza che essa è storia di salvezza.

Mauro Pedrazzoli

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