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Libertà negata alla coppia

La parte migliore dell'enciclica del 1968 si trova all'inizio in cui si pone correttamente la questione in un linguaggio moderno: «Tale stato di cose fa sorgere nuove domande.

Se, date le condizioni della vita odierna e dato il significato che le relazioni coniugali hanno per l’armonia tra gli sposi e per la loro mutua fedeltà, non sia forse indicata una revisione delle norme etiche finora vigenti, soprattutto se si considera che esse non possono essere osservate senza sacrifici talvolta eroici. Ancora: se estendendo a questo campo l’applicazione del cosiddetto "principio di totalità", non si possa ammettere che l’intenzione di una fecondità meno esuberante, ma più razionalizzata, trasformi l’intervento materialmente sterilizzante in una lecita e saggia regolazione della natalità. Se non si possa ammettere cioè che la finalità procreativa appartenga all’insieme della vita coniugale, piuttosto che ai suoi singoli atti. Si chiede anche se, dato l’accresciuto senso di responsabilità dell’uomo moderno, non sia venuto per lui il momento di affidare alla sua ragione e alla sua volontà, più che ai ritmi biologici del suo organismo, il compito di trasmettere la vita» (par. 3).

 

Paolo VI cede, Francesco resiste

A tutte le suddette domande bastava con coraggio rispondere: sì! E questo in nome del principio moderno dell'autonomia secondo il quale, se non c'è di mezzo il male procurato ad altri o eventuali ingiustizie (elementi assolutamente assenti nella contraccezione), il bene è scelto dalla persona (coppia) e non imposto in modo eteronomo dall'alto dei cieli già dal Dio creatore in un progetto o disegno che non può in nessun modo essere trasgredito (legge morale naturale).

Ma papa Montini non se l'è sentita di abbandonare l'eteronomia [eteros (altro) nomos (legge): legge che viene da (un) altro, da fuori, dall'alto della suprema autorità divina], poiché sarebbe andato in rotta di collisione con la Casti connubii di Pio XI (31 dicembre 1930), nella quale papa Ratti aveva condannato con invettive di fuoco la trasgressione della legge naturale: «Qualsivoglia uso del matrimonio, in cui per la umana malizia l’atto sia destituito della sua naturale virtù procreatrice, va contro la legge di Dio, e gli sposi operano contro natura compiendo un’azione turpe e intrinsecamente disonesta, rendendosi quindi rei di colpa grave. Quindi non meraviglia se la Maestà divina abbia in sommo odio tale delitto nefando, e l’abbia talvolta castigato con la pena di morte, come ricorda Sant’Agostino: “Così operava Onan, e per tal motivo Dio lo tolse di vita”» (Casti Connubii II,1). Appunto, nell'AT Dio è colui che più di qualsiasi altro fa morire. Il quinto comandamento è scritto in una particolare forma verbale (tipica dell'ebraico, riecheggiante grosso modo il «Non assassinare») che consentiva due eccezioni: allora si poteva ammazzare in guerra (nell'antichità duelli, più che assassinî) e per il resto solo Dio poteva uccidere.

Quattro cardinali di Curia, tra cui Ottaviani, gli espressero con durezza la loro catastrofica convinzione: toccare questo punto della dottrina voleva dire rovesciare del tutto la credibilità del Magistero papale e della tradizione cattolica. La situazione è simile a quella odierna in cui quattro cardinali hanno sottoscritto le dure critiche nei confronti dell'Amoris laetitia. Ma le scelte sono state opposte: mentre Paolo VI (1) ha accolto le riserve degli ultraconservatori e (2) ha continuato a rivendicare l'autorità magisteriale anche sull'etica (legge) naturale, Francesco (1) resiste alle critiche accusatorie dei conservatori e (2) non rivendica alcuna autorità magisteriale sull'etica naturale.

Paolo VI è rimasto invischiato nello pseudo-problema della verità immutabile, per cui non può diventare lecito quello che è stato severamente condannato mezzo secolo prima. Sarebbe la dissoluzione della “divina” autorità del romano pontefice; invece il magistero deve essere globalmente rivisto alla luce del principio della beneficità autonoma, che non è una deriva modernistica peccaminosa. Esattamente come abbiamo rivisto il fatto che Dio uccida nell'AT [sono circa mille i passi sulla sua violenza, certo non sempre omicida, ma neppur sempre castigante]; sarebbe oggi insensato mantenere tale antica e immutabile dottrina affermando che il Dio d'Israele sia stato un killer violento, come pure giustificare le guerre odierne che sono invece un assassinio di civili innocenti.

 

Non esistono leggi in biologia

Nel 1968 si è rimasti in pieno creazionismo, senza minimamente incamerare il metodo storico-critico per l'esegesi di Genesi 1-11 (e non solo). La posta in gioco andò ben al di là del preservativo o di una pillola anticoncezionale, poiché si volle mantenere il mondo mitico eteronomo, in cui è fondamentale la fedeltà al (presunto) disegno di Dio: ciò che Dio ha voluto, l'uomo non lo può rompere di sua iniziativa (par. 12).

«Nel compito di trasmettere la vita, gli sposi non sono quindi liberi di procedere a proprio arbitrio, come se potessero determinare in modo del tutto autonomo le vie oneste da seguire, ma, al contrario, devono conformare il loro agire all’intenzione creatrice di Dio... Infatti, come l’esperienza attesta, non da ogni incontro coniugale segue una nuova vita. Dio ha sapientemente disposto leggi e ritmi naturali di fecondità che già di per sé distanziano il susseguirsi delle nascite. Ma, richiamando gli uomini all’osservanza delle norme della legge naturale, interpretata dalla sua costante dottrina, la chiesa insegna che qualsiasi atto matrimoniale deve rimanere aperto alla trasmissione della vita» (parr. 10-11). Il permanere di un creazionismo ingenuo [«Dio avrebbe sapientemente disposto leggi e ritmi naturali...»] è una pietra tombale sull'evoluzione, perché si continua a parlare di un Dio creatore come se fosse l'artefice diretto della biologia e della fecondazione umana.

Guardando alla natura esistente coi suoi meccanismi, non voluta da Dio così come di fatto si è probabilisticamente strutturata, non si può dedurre alcunché né in chiave laica né in chiave religiosa. La sterminata moltitudine delle specie non sono il frutto di una “stampo” divino ideato e preordinato sin dall’inizio; ad es. gli stimati nove milioni di specie degli insetti (di cui solo un sesto conosciute e catalogate) non sono immediatamente riconducibili alla volontà del Dio vivente, Signore e donatore di vita in senso lato, non l'ideatore degli organismi specifici coi loro ritmi di fecondità. La natura biologica, quindi, così come esiste nelle sue diverse peculiarità sviluppatesi in milioni di anni, non è il risultato di una preveggente decisione divina; essa non può quindi essere usata né pro né contro certe scelte in campo etico-sessuale, e men che meno idealizzata e sacralizzata in maniera astorica. Spalmata com'è la natura in 10 miliardi di anni di evoluzione fisica e bio-chimica, è pressoché impossibile inquadrarla come un tutt'uno; certo esistono le leggi della scienza, ma non è un caso che di quelle strettamente matematizzate (in equazioni) ce ne siano tante in fisica, poche in chimica e nessuna in biologia.

Dio però non ha giocato a dadi, per il semplice motivo che essi, al pari della roulette o del lotto, non esistono in natura, ma sono tipici solo dei giochi costruiti dall'uomo, in cui un determinato lancio non dipende da quello precedente e non ha alcuna influenza su quello successivo (probabilità indipendenti, esterne, unicamente artificiali, e... futili). In natura invece abbiamo le vere probabilità, dipendenti e interne, in cui ciò che succede prima influenza ciò che viene dopo. In tale quadro, dato lo sterminato numero di pianeti (pari a 10 seguito da 30 miliardi di zeri), la probabilità della comparsa di un essere personale su almeno un pianeta (non necessariamente sulla Terra e dalla linea dei primati) sfiorava il 100%. È d'accordo su questa percentuale Domenico Costantini, uno dei maggiori esperti di calcolo delle probabilità, che sono di difficilissima esplicazione anche se tutti credono di averne un'idea abbastanza chiara, ma fallace; infatti sorge subito l'obiezione del senso comune: «Grazie, bella forza, col senno di poi [dato che noi esistiamo] è facile dirlo!». Ma il calcolo suddetto non è per niente banale, essendo il frutto degli sforzi di quattro secoli a partire dalle geniali intuizioni di Blaise Pascal, compreso il celebre argomento della scommessa (pro o contro l'esistenza di Dio). Ciò significa che non siamo stati gettati nell'esistenza da una forza anonima, ma siamo il frutto di una decisione divina, il dato centrale ineliminabile (non demitizzabile) dei primi capitoli della Bibbia, compatibile con le probabilità contingenti! Un'accoppiata illuminante per un credente, che poi può, anzi deve, demitizzare (reinterpretando) quasi tutto il resto, come faremo nei prossimi articoli.

 

Ne va della salvezza eterna

«Così, chi ben riflette dovrà riconoscere che un atto di amore reciproco, che pregiudichi la disponibilità a trasmettere la vita che Dio creatore di tutte le cose secondo particolari leggi vi ha immesso, è in contraddizione col disegno e col volere dell’Autore della vita umana. Usare di questo dono divino distruggendo, anche soltanto parzialmente, il suo significato e la sua finalità è contraddire alla natura dell’uomo come a quella della donna e del loro più intimo rapporto, e perciò è contraddire anche al piano di Dio e alla sua santa volontà» (par. 13). «È perciò esclusa ogni azione che, o in previsione dell’atto coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga, come scopo o come mezzo, di impedire la procreazione... È quindi errore pensare che un atto coniugale, reso volutamente infecondo, e perciò intrinsecamente non onesto, possa essere coonestato dall’insieme di una vita coniugale feconda» (par. 14). Ma l'uomo moderno autonomo non riuscirà mai a comprendere (e ad accettare) come mai la differenza tra metodi naturali e quelli contraccettivi (non abortivi) sia una scelta tra bene e male.

Ritorniamo alle considerazioni iniziali dell'enciclica: «È infatti incontestabile, come hanno più volte dichiarato i nostri predecessori, che Gesù Cristo, comunicando a Pietro e agli apostoli la sua divina autorità e inviandoli a insegnare a tutte le genti i suoi comandamenti, li costituiva custodi e interpreti autentici di tutta la legge morale, non solo cioè della legge evangelica, ma anche di quella naturale. Infatti anche la legge naturale è espressione della volontà di Dio, e l’adempimento fedele di essa è parimenti necessario alla salvezza eterna degli uomini» (par. 4). Prescindendo dal fatto che anche questo paragrafo è una pietra sopra l'esegesi critica di Matteo 16,18s e 28,18-20 (la finale matteana aggiunta tardivamente al limite dell'interpolazione), la verità è che Gesù non ha comunicato nessuna divina autorità sulla procreazione. È così difficile da capire?

Mauro Pedrazzoli

(continua)

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