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 466 - Tra accanimento terapeutico ed eutanasia

 

Recuperiamo la morte alla vita

 

Il 25 settembre 2019 la Corte Costituzionale ha ribadito l’invito al Parlamento ad adeguare le leggi sul fine vita ai principi di libertà ed eguaglianza della Costituzione, e ha precisato che tale adeguamento comporta la cancellazione sia della equiparazione tra «istigazione e aiuto al suicidio», presente nella legislazione italiana come residuo del Codice Rocco (1930), sia della relativa condanna a otto anni di carcere per chi, su richiesta di un malato terminale, lo aiuta a morire.

 

Il giorno stesso la Conferenza episcopale italiana, sottolineando il rischio che tale, pur prudente, apertura al suicidio assistito potesse aprire la strada all’eutanasia di Stato, si è dichiarata «contrariata e perplessa». Il che è bastato perché si scatenasse una nuova guerra dei bronzi, che vede contrapposte la campanelle dei tribunali alle campane di parrocchie e movimenti ecclesiali, travolte/i da un’eruzione vulcanica di dottrinalità, degna dei «bei tempi in cui Berta filava».

Subito su molti siti internet e fogli a stampa del conservatorismo cattolico, ha preso forma una sorta di tanatologia confessionale così riassumibile: «Dio ha creato la vita, dono gratuito e inalienabile e l’uomo può solo accettarla con gratitudine, vivendola come un dovere irrinunciabile, che esclude ogni volontario, diretto o indiretto, ricorso alla morte». Formula seguita dal diktat: «Nessuno può sottrarre a Dio il controllo sul fine-vita. Nessuno, neppure in una concreta situazione di sofferenza o disperazione, può chiedere di essere aiutato a morire o rispondere a tale appello senza incorrere in una pena tale da costituire un valido deterrente per qualsivoglia forma di eutanasia».

 

La morte non è un sacrificio

Giriamoli e rigiriamoli come vogliamo, tali giudizi, opera di pastori e di pecore non mute ma quanto mai culturalmente sorde: riciclano una visione ideologicamente astratta della vita e della morte e una concezione sacrificale del morire e del soffrire antiquata se non obsoleta, che vale la pena mettere in discussione, in quanto frutto di quella reificazione del mito del «peccato originale», che finisce col lacerare l’unità intrinseca dell’esperienza esistenziale dell’umano vivere e dell’umano morire.

La teologia dogmatica della nostra chiesa, infatti, maturata nei secoli del secondo medioevo, segnati dalla metafisica dell’aristotelismo tomista, ha finito col trattare la vita e la morte come due essenze o sostanze tra loro irrelate e incommensurabili. Così nettamente separate da impedire agli effetti dell’una di riverberarsi sugli affetti dell’altra e da consentire che la ricchissima, sempre interrogativa ricerca poetica ed etica della Commedia dantesca sul destino ultimo dei viventi fosse trasformata in catechesi e finisse coll’occupare la scena del nostro futuro escatologico con la tragedia di un irreversibile e a-dialogico dualismo metafisico: da una parte la sostanza di un «eterna vita paradisiaca» per pochi eletti, dall’altra la sostanza “di un’eterna morte” per il tutto il resto dell’umanità. Sigillo della sconfitta di Dio, della rovina dell’opera delle sue mani e dell’ultraterreno trionfo del «Divisore».

 

«Chi vive muore e i cocci…»

Mi auguro che tanta sordità, potenzialmente anche spirituale, sia l’esito temporaneo di malaugurate contingenze. Provo dunque a evidenziare la possibilità di seguire altre strade per affrontare il problema teo-filosofico dell’inestricabile intreccio che lega la vita alla morte. Intreccio che caratterizza ogni forma di esistenza terrena, umanamente conoscibile e finora umanamente conosciuta.

Tutti gli strumenti culturali filosofici, teologici, scientifici e giuridici che possiamo mettere in campo per affrontare un tema tanto delicato ed emotivamente coinvolgente, ce lo dicono. Ce lo dice l’archeologia: tra le tracce delle prime attività umane sulla terra troviamo resti di complessi riti funerari, che ci segnalano come la morte sia da sempre stata considerata un evento della vita, importante almeno quanto quello della nascita. Ce lo dicono i miti e i riti religiosi, compresi quelli di origine biblica, che ci illustrano narrativamente e concettualmente come la mortalità caratterizzi l’esistenza di ogni essere vivente (umano, animale e vegetale). Ce lo dice la filosofia antica e moderna da Socrate a Heidegger e oltre. Ce lo dicono gli scrittori e i poeti, gli storici, gli scienziati e i legislatori: non c’è vita a noi nota che non sia profondamente segnata dalla morte, non solo come sua fatale conclusione, ma anche e soprattutto come costante coscienza della finitudine della vita stessa, tanto da poter ipotizzare che la morte sia il sale della vita, proprio come la vita già è ciò che dà sapore, e non solo di morte, alla morte stessa.

È un intreccio, quello tra vita e morte, che negli anni, che precedono e accompagnano il Vaticano II ha ritrovato nella teologia di K. Rahner (la più autorevole voce teologica del Concilio) il filo conduttore della spiritualità cristiana del III-V secolo. Là dove Gregorio Magno e com-padri esortano l’uomo a prendere atto che la vita altro non è che il risultato della prolixitas mortis, della «lentezza del morire» (un lento cammino verso la morte), Rahner coglie l’esortazione a leggere la morte come il sigillo di ogni singola vita. Invita cioè la teologia cristiana a considerare la morte come una sorta di trauma rigeneratore che consente a ogni vita di continuare ad agire da coprotagonista nella storia dell’uomo e di Dio e di contribuire, sulla base di ciò che ha maturato, al possibile esito positivo/negativo di una storia resa potenzialmente salvifica dalla morte/resurrezione di Gesù.

Il che, per esprimerci adattando al nostro caso la multiformità simbolica della lingua proverbiale, è un po' come dire: «Chi vive muore e i cocci non sono solo suoi, ma dell’intera comunità dei viventi passati, presenti e futuri». Comunità generatrice di singoli, che, grazie al legame che i singoli unisce e grazie ai loro diversi percorsi alla ricerca di sé, fa del loro multiforme e corale sforzo di autorealizzazione la via alla creazione di un insieme personale e sociale articolatamente unitario.

 

Nascita e morte, poli della vita

Possono una tazza o un bicchiere rotti, l’acqua versata e dispersa diventare occasione di meditazione sulla comune mortalità dei viventi? Considerata la dinamica profonda degli eventi terreni e la relativa elaborazione di pensiero, cui il linguaggio proverbiale appartiene, ritengo sia lecito ritenere che l’evocazione diretta o indiretta dell’intreccio tra vita e morte sia uno dei temi preferiti della sapienzialità popolare. Non solo, ma che sia tema in essa presente in forma ben più elaborata e simbolicamente ricca di quanto non sia nel linguaggio della catechesi e della dogmatica ecclesiastica.

Del resto, quasi vent’anni prima del Vaticano II, Karl Rahner segnalava la mancanza di una «teologia della morte» nei trattati dogmatici e pastorali della Chiesa e scriveva: «Poeti e filosofi vi pensano. Testi letterari e raccolte sapienziali invitano a rifletterci. La teologia si limita a dichiarare che la morte è pena dovuta al peccato e lì si ferma» (Saggi teologici, 1954).

Oggi, anche se gli interventi del Magistero al proposito si moltiplicano e gli scritti teologici abbondano, la contrapposizione frontale vita/morte, legata al mito del «peccato originale», resta il fondamento teorico di tanto e ripetitivo argomentare. Resta, ma, accanto a questo restare, trova sempre maggior seguito la proposta rahneriana di non ridurre il morire umano e cristiano ai soli processi biologici e medici finali e ai terrifici fantasmi del contrappasso e del taglione.

Il morire, infatti, e il nascere, nelle loro diverse, ma comuni, dimensioni di sofferenza e di gioia, sono atti che si compiono nel grado di libertà costitutiva del vivente e che non possono essere pienamente realizzati nel loro circoscritto e isolato accadere. Vanno considerati parte dell’intera vita del singolo e in ultimo dell’intera vita della comunità storica che tale vita gli ha trasmesso e a cui appartengono i frutti del suo esserne stato coprotagonista tanto nel bene e quanto nel male.

 

«Sutor ne ultra crepidam»

Ritengo sia di qui che debba partire ogni riflessione e deliberazione relativa alla legiferazione sul “fine vita” e io qui mi fermo, memore del grido con cui Apelle, pittore greco del IV secolo a. C., bloccò l’ardire del calzolaio che, dopo aver corretto la sua rappresentazione della scarpa di un atleta olimpico, pretendeva di fare lo stesso con gambe e ginocchia: «Sutor, ne ultra crepidam!», «Ciabattino, non (dare giudizi su ciò che sta) più in alto della scarpa!». Qui mi fermo e da diligente calzolaio del pensiero passo la parola a ben altri maestri, nella speranza di poter riprendere con loro questa tanto urgente e travagliata riflessione.

Aldo Bodrato

 

 

La parola ai maestri

 

«Da due millenni il memento mori della saggezza cristiana ci esorta a valorizzare la costante presenza della morte nel corso dell’umana esistenza. Ci ricorda che tale evento non deve coglierci impreparati ed esige la nostra attiva partecipazione. Ci guida a renderci conto che il morire ci accompagna fin dal pianto con cui il neonato segnala la sua vitalità: primo emergere in lui dei processi di libera accettazione della finitudine. Ci sollecita all’altrettanto libera apertura alla speranza in un “oltre” inafferrabile. Ci introduce alla scoperta che proprio la presa di coscienza dell’ineluttabilità della morte ci consente di affrontare con qualche serena combattività una vita fragile, inquieta e ricca di potenzialità» (Aa. Vv. Nuovo corso di Dogmatica, Mysterium salutis, Brescia 1978, vol. X, pp. 560 ss.).

 

«Non è ver che sia la morte il peggior di tutti mali; è sollievo dei mortali che son stanchi di soffrir» (Pietro Metastasio).

 

«Morire altro non è che finire di nascere» (Cyrano di Bergerac).

 

«Noi moriamo davvero per sempre, solo quando non riusciamo a mettere radici negli altri» (Lev Tolstoj).

 

«Se vuoi vivere impara a morire» (Sigmund Freud).

 

«Se un uomo non ha ancora trovato qualche causa per cui potrebbe morire, non è ancora vivo» (Martin Luther King).

 

«Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore produce molto frutto» (Vangelo di Giovanni 12, 24).

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