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 346 - SPIRITUALITÀ
QUELLO CHE IMPARO SULL’AMORE

Sull’amore, non ho da insegnare. Dico le cose elementari che ancora cerco di imparare, a settant’anni passati. Mi chiedo: l’amore è dono che viene a noi, o dono che parte attivamente da noi?

È entrambe le cose, credo. Ma è davvero un dono? C’è chi dice che è puramente egoismo mascherato. Ma scoprire che siamo amati in cambio di nulla è l’inizio della nostra vera nascita alla vita: dalla gratuità siamo sorpresi e creati. Consiglio su questo  non un trattato teologico, ma un piccolo romanzo: Lorenzo Licalzi, Che cosa ti aspetti da me? (Bur 2007). Essere amati senza amare a nostra volta sarebbe spegnere in noi il flusso della vita. Amare senza essere amati è superiore alle possibilità umane: è il divino nell’umano. Riesco a pensare questo nel linguaggio delle scritture cristiane, ma so che ciò può essere detto anche in parole di altre sapienze spirituali.

 

Siamo amati

Siamo stati amati anzitutto da qualcuno che si è preso cura di noi. Se siamo vivi, è perché dei genitori (naturali o supplenti) hanno avuto cura di noi nella nostra massima fragilità e precarietà. Se impariamo a parlare e camminare (guardate un bambino di un anno!) è perché qualcuno ci trasmette il gusto di imparare a vivere. Se abbiamo qualche desiderio di vivere e di allargare la vita è perché qualcuno ci ha reso consapevoli del valore della vita, e del valore grande della nostra piccola persona nel gran mare della vita. Se abbiamo almeno una volta conosciuto la gioia dell’amicizia e della tenerezza è perché qualcuno ci ha riconosciuti e guardati con amicizia e amore. Se almeno un poco sappiamo vivere, amare, donare, costruire, è perché siamo stati amati.

Ma l’amore ricevuto non è sempre così consistente da potervi basare tutta l’esistenza, il suo senso e la sua felicità. Esso è umano, limitato e fallibile, anche nella sua bellezza e nella consolazione profonda che ci dà. L’amore non è soltanto la fortunata fragile combinazione di due reciproci bisogni, pur se generosi.

Siamo amati soprattutto da chi è tutto amore donativo e creativo, da Dio, origine e compimento della vita: quella vita che dà vita alla vita biologica e psichica. Egli ama anzitutto chi non è amato da nessuno. Ama senza che noi lo amiamo. Anzi, per questo ci ama di più. Cristo ama e privilegia i peccatori perché non sanno amare, e sono i più poveri di tutti.

Un motivo giusto per la solitudine monastica non è il proprio perfezionamento, quanto ridursi soli come i non amati, per testimoniare che Dio è lì. Anche chi è nella solitudine non scelta può sapere che Dio gli è vicino. Dio è lasciato solo da noi. Eppure, se mai si può definirlo, Dio è definito come colui che è amore (prima lettera di Giovanni, 4, 8 e 16). Nella nudità ultima della nostra povertà umana, sappiamo che ci ama. Egli «consiste nell’amare» (Pedro Casaldaliga).

L’amore messo in noi, come la forza più profonda per esistere e resistere, per camminare nel tempo, superando il nulla e il male senza sprofondarvi, è l’amore che viene da Dio, sia direttamente, sia tramite l’amore umano. La forza della fede è sapersi amati da Dio, e ricordarsene nel momento buio, anche quando ogni altro amore dovesse mancare o fallire. Non è sempre necessario che questa fede sia concettuale e verbale. C’è chi non dice Dio, ma vive nell’intimo una coscienza e una volontà di bene, più profonda e più forte di ogni male. Ciò che il linguaggio religioso  dice parlando di Dio, altri linguaggi sapienti, tacendo di Dio, lo dicono con altri concetti e consapevolezze. Chi crede in Dio, chi lo ascolta e gli parla, nella pluriforme tradizione monoteista, sa che ciò lo aiuta a riconoscere le forze vitali, che salvano la vita. Ma queste forze sono per tutti.

 

L’amore è attivo

Da ciò nasce l’amore attivo: «Se così Dio ha amato noi, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri» (prima lettera di Giovanni, 4,11). Non è un dovere estrinseco, imposto, ma una esigenza interiore, un frutto di vita. «Noi sappiamo di essere passati dalla morte alla vita [cioè risorti, nati davvero] perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte» (ivi 3,14).

Ciò che muove ad amare qualcuno non è essenzialmente il merito e la bellezza dell’amato (queste sono facilitazioni), non è la sua innocenza e bontà, non è il fatto che lui ama me (questo è un invito a rispondere all’amore), tanto è vero che devo amare anche il nemico, se in me vive l’amore che sfida la morte e dà vita. Ciò che muove ad amare è l’amore di Dio (comunque lo chiamiamo) venuto nel mio cuore, è il suo Spirito che abita in me, che dà vita alla mia vita. Se lo accolgo, lo riconosco, lo ascolto, sento l’impegno e il piacere di amare, come il bisogno e il piacere di respirare. Chi ama è vivo. È davvero vivo solo chi ama.

Sarò ancora egoista e freddo, sordo e incapace, ma avrò questo Spirito vivo e crescente che mi trasforma in un essere amante, in uno che «consiste nell’amare», e l’immagine di Dio che noi siamo si andrà chiarificando e illuminando in me, se corrispondo con la mia libera volontà, col lavoro intenso su di me, lavoro interiore e pratico, per uscire dalla morte dell’egoismo col lasciarmi vivificare dallo Spirito vivente. Forse non riuscirò a constatare questa trasformazione vitale in me; forse per tutta la vita registrerò i miei fallimenti. Ma, come emerge un edificio dal caos del cantiere, come affiora il molo di un porto dalle fondamenta invisibili sott’acqua, ho fiducia che, al suo compimento, la vita dia il frutto che ho desiderato e invocato.

Ma, amare, che cosa è? È semplicemente fare qualcosa per gli altri. Nessuno sa fare tutto, ma tutti sappiamo fare qualcosa. Uno sa cucinare, uno sa ascoltare (e questa è la cosa più importante), uno sa mettere le cose in ordine, uno sa curare, uno sa incoraggiare, uno sa riparare gli oggetti, uno sa animare i momenti da vivere insieme, uno sa elevare la conversazione più su delle banalità, uno sa mettere gentilezza dove c’è asprezza, uno sa ricordare le verità scomode, uno sa far ridere, eccetera, all’infinito. Dare quello che possiamo, dare la precedenza al prossimo su di noi, amare più di quanto siamo amati. Non è più di questo, l’amore reale, ed è tanto.

 

Non dipende dall’esterno

L’amore è un vivere per gli altri, perché noi siamo vivi grazie agli altri. In ciò è anche risposta, pur se implicita, a Dio che ci ama, anche quando non ha alcuna motivazione religiosa. Non è un debito, ma la gioia di condividere la gioia ricevuta. L’amore è attività, frutto della radice interiore messa in noi, e alimentata. Non ci viene da fuori, non è fortuna, non è diritto nostro riceverlo, come non era nostro diritto nascere. Nascere fu aggiunta al mondo, novità assoluta, creazione di ciò che non eravamo, inesauribile spinta a creare, speranza e promessa di nuovi inizi. L’amore sorge dall’intimo, e, come l’acqua va al mare, va proprio dove amore non c’è. Non è condizionato dagli altri, né dal mondo. Nulla è più creativo, nulla più libero.

Ho cercato di tradurre in parole mie ciò che impariamo dalla grande Etty Hillesum, in questa pagina da lei scritta nel campo di Westerbork, punto di smistamento degli ebrei verso lo sterminio, di cui Etty, ebrea olandese, è lucidamente consapevole.

«Qui molti sentono languire il proprio amore per l’umanità, perché questo amore non è nutrito dall’esterno. Dicono che la gente di Westerbork non ti offre molte occasioni di amarla. (...) Ma ho dovuto ripetutamente constatare in me stessa che non esiste alcun nesso causale fra il comportamento delle persone e l’amore che si prova per loro. Questo amore del prossimo è come un ardore elementare che alimenta la vita. Il prossimo in sé ha ben poco a che farci. Maria cara, qui di amore non ce n’è molto, eppure mi sento indicibilmente ricca, non saprei spiegarlo a nessuno» (Lettere 1942-1943, Adelphi 1990, 8 agosto 1943, pp. 114-15). Il suo prossimo non si fa amare. E Etty lo ama.

Così tutto, anche il male, è trasfigurato in bene – sebbene faccia indicibilmente soffrire – perché tutto è amato: «Le cose sono, dovunque [anche a Westerbork! n.d.r.], completamente buone – e, al tempo stesso, completamente cattive. Così si bilanciano, dovunque e sempre. Io non ho mai la sensazione che devo volgere qualcosa in bene, tutto è sempre e completamente un bene così com’è. Ogni situazione, per quanto penosa, è qualcosa di assoluto, e contiene in sé il bene come il male» (ivi, 11 agosto 1943, pp. 118-119). Sono parole scritte e vissute dentro una struttura di odio, di discriminazione, di uccisione. Il primo e più alto modo di amare è perdonare. Non per benignità e condiscendenza, ma per bisogno di vivere, di uscire dal male che non è vita. Vedere e amare il bene dove c’è male, dentro il male. Per questo, l’amore è la redenzione: redime noi perché siamo amati; redime tutto, se amiamo tutto.

L’indignazione davanti al male è sacra. Deve restare pura, non farsi contaminare diventando violenta, e questo è il peccato dei giusti, ingiusti per fare giustizia. Confessiamolo. Ma l’indignazione non redime nulla, se non diventa amore. Solo l’amore redime il male: l’amore proprio per chi fa il male. A fatica uno darebbe la vita per un giusto, per una persona dabbene; Cristo accettò di morire per noi mentre eravamo ancora peccatori (cfr lettera ai Romani, cap. 5).

 

Enrico Peyretti

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