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 435 - METTERE VITA NELLA MORTE

 

Moriremo, è inevitabile. Ma come? È questo che ci preoccupa, o ci spaventa. Padroneggiare la morte, come cerchiamo di padroneggiare ogni momento della nostra vita, è una utopia umana degna, rispettabile.

La nostra dignità pensiamo che stia tra la saggezza di accettare l'inevitabile e la volontà di gestire la nostra responsabile inviolabile libertà. Ciò che della morte ci spaventa è l'eventualità di una grande dura sofferenza fisica, che diventa tortura psicologica, e il degrado della forma umana in noi: perdere coscienza, volontà, pensiero, comunicazione, affetti. La vita consiste in queste qualità, non nella sopravvivenza.

Tra i tanti problemi del vivere umano oggi - almeno nelle condizioni delle nostre società, mentre in altre si lotta appunto per sopravvivere - questo sembra il problema culminante, finale, per tutti: non lasciare che la morte invada la vita, e dunque mettere vita nella morte. Da sempre, l'umanità ha cercato di essere se stessa, un passo oltre il vegetale e l'animale, col difendere e aggiungere vita, col mettere vita nella morte: lo ha fatto coi miti, le religioni, le immaginazioni, le arti, il culto delle memorie, le invenzioni tecniche. Oggi, il nostro inferno da cui salvarci, è quella che chiamiamo, appunto, vita “allo stato vegetativo”.

Sulla via di salvezza troviamo alcuni mezzi nuovi: la medicina molto sviluppata, anzitutto, poi le cure palliative, l'eutanasia passiva o attiva, la sedazione. I grandi sviluppi della medicina sono ambigui: allungano la vita e allungano la morte, centellinata a piccole tormentose dosi. Non c'è più Dio, con le guarigioni miracolose: oggi, per chi lo sente, egli agisce semmai col dare la forza del suo Spirito al nostro spirito, e un amore indefettibile per ogni vita, amata e non giudicata, e la speranza contro la disperazione, e – poiché Dio è Vita-che-dà-vita – col dare promessa di vita più forte della morte, non sappiamo come.

Una testimonianza toccante sulla eutanasia voluta da sua madre di 91 anni, totalmente sofferente e perfettamente cosciente, è nel libro di Pat Patfoort, Mamma viene domenica da noi a morire (prefazione di Mina Welby, edizioni infinito, 2016, pp. 221, euro 15). L'Autrice è autorevole studiosa della nonviolenza ed è con questa attenzione che narra la sua esperienza. Siamo in Belgio, nel 2010, dove l'eutanasia attiva è legale, a determinate strette condizioni. Abbiamo avuto Pat tra noi, il 6 giugno, nel Centro Studi Sereno Regis, a presentare  il suo libro, con sentita partecipazione del pubblico e l'avvio di riflessioni attente (1).

Un altro libro in tema, già più noto, è quello del teologo cattolico Hans Küng, Morire felici? Lasciare la vita senza paura (Rizzoli, 2015). Per Küng (malato di Parkinson, 87 anni) la morte volontaria, prima di perdere le qualità umane, non è suicidio, ma morte libera (2).

In effetti, la vita è certamente un dono, ci viene dall'umanità e da Dio, un dono che è messo nelle nostre mani responsabili, è nostro, non appartiene più al donatore, che non può pretenderne la “restituzione” padronale, ad arbitrio suo, governata dai soli fenomeni naturali. Il nostro compito è sviluppare il dono e le sue qualità. Diritto-dovere di ognuno è crescere in umanità: anche il vecchio, l'invalido, il moribondo, deve poter crescere nella sua umanità per potere noi – come dice Carlo Molari, teologo - «attraversare la morte da vivi», permettendo alla nostra personale vita umana di proseguire nell'invisibile, come è promesso e come l'umanità ha sempre intuito. La condizione di ciò è non morire prima della morte, non cadere al di sotto del livello umano. Da questo ci deve difendere la cura e la pietà attiva, la cultura della dignità, la scienza e la politica della vita, anche la riflessione morale sulla morte libera.

L'essenziale è il rispetto pieno e la vicinanza affettuosa alla volontà libera di chi soffre e si avvicina a morire. Lui solo può sapere che cosa ancora può fare della sua vita per renderla o mantenerla umana. L'abbandono uccide, la solitudine uccide, come uccide la costrizione in condizioni non umane. Chiediamoci: una morte umana libera non vale forse, nel desiderio di Dio Padre e promotore, più di una vita sub-umana? «Non è volontà di Dio che io diventi l'ombra di me stesso» scrive Hans Küng.

Un  cristiano può chiedersi se la morte volontaria, per dignità, non contraddica la morte paziente e terribile di Gesù, nostro maestro di vita. È vero, non fu volontaria la morte di Gesù. Non la volle il Padre, creatore della vita, che ripete, dai profeti a Gesù: «Voglio amore e misericordia, non sacrifici». Gesù cercò più volte di sottrarsi ai nemici mortali. La morte infine gli fu inflitta dal potere religioso-politico, contrario al suo vangelo. Gesù accettò la morte atroce per fedeltà coraggiosa al suo compito, piuttosto che vivere con viltà, indegnamente, abbandonando la sua missione. Morì con libertà amante, e così affermò la vita sulla morte.

Diceva Michele Do, all'avvicinarsi della morte: «Diminuire consentendo. Consentire con animo sereno. Distacco appassionato». Passione è patire, ma non subire. Passione è soprattutto assumere il dolore e il limite, con amore, con libertà e coscienza, beni spirituali che valicano quel colle.

Enrico Peyretti

 

 

(1) Sarà possibile trovare documentazione e registrazione in www.serenoregis.org

(2) Una sintesi del libro è pubblicata in Dialoghi di riflessione cristiana, n. 236, Locarno, aprile 2015: www.dialoghi.ch  ;   enrico.morresi@sunrise.ch

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