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 436 - Il paese dove tutti si chiamano Mazzarello

 

o Gli zii di Primo Levi

 

Un’accurata pagina di storia locale mentre sullo sfondo scorrono le vicende angosciose della grande storia.

Quattro ebrei nascosti in un antico santuario sull’Appennino ligure, non lontano da Ovada, nei 20 mesi della repubblica fascista. Uno strano prete, un po’ ammirato e un po’ chiacchierato, che dopo aver girato il mondo con incarichi vari, aveva chiesto di rientrare vicino a casa ed era riuscito a farsi dare la cura di un santuario in abbandono. Un ingegnoso quanto macabro nascondiglio per sfuggire alle tre retate che tedeschi e fascisti fanno insieme ai rastrellamenti contro i partigiani. Da cui il titolo: quattro ore nelle tenebre riferito al silenzio assoluto e al buio a cui era legata la salvezza dei “rifugiati”. Un chierichetto, Gigi, che si rivelerà testimone prezioso per l’autore del libro, Paolo Mazzarello, docente di storia della medicina all’Università di Pavia, nato nella zona dove si svolge la vicenda e dove tutti si chiamano Mazzarello, a partire dalla più illustre figlia del luogo, quella Maria Domenica Mazzarello, fondatrice delle suore di Don Bosco.

Nel rapido deteriorarsi delle condizioni di vita per gli ebrei italiani, a partire dalle leggi razziali del 1938, molti non colgono che presto si sarebbe passati dalla persecuzione dei diritti alla persecuzione delle vite (M. Sarfatti, La Shoah in Italia, pp. 77 sgg.). E benché nel centro di Torino, in una delle più sfavillanti e rinomate pasticcerie, comparissero cartelli, a caratteri cubitali: «vietato l’ingresso ai cani e agli ebrei», come rivela Primo Levi ne I sommersi e i salvati, «di fronte alla minaccia hitleriana gli ebrei indigeni italiani, francesi, polacchi preferirono rimanere in quella che sentivano come la loro ‘patria’». Poi tre anni di  guerra e l’illusione subito spenta del 25 luglio. Dopo l’8 settembre l’occupazione tedesca e lo stato fantoccio di Salò. La situazione precipita. Dei 238 ebrei genovesi deportati (uomini, donne e bambini) solo in 10 torneranno. Anche Gastone e Valentina Soria (fratello e sorella) e i coniugi Enrico e Lisa Levi, zii di Primo, abitano a Genova e dopo un breve periodo trascorso in un villa di loro proprietà sono, quasi casualmente, ospitati da don Luigi, anche lui, Mazzarello, nel santuario di Nostra Signora delle Grazie, detto della Rocchetta. Negli stessi giorni, alla metà di settembre del 1943, un altro zio di Primo Levi, Mario e il cugino Roberto catturati ad Orta, spariranno per sempre probabilmente annegati nel lago. E, poco lontano, a Meina sul lago Maggiore ha luogo la prima strage nazista di ebrei in Italia.

«Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica»: così recita l’art. 7 della costituzione di Salò, e per dare un’idea del clima in quel tempo tra Piemonte e Liguria, il «Popolo di Alessandria» scriveva il 7 ottobre 1943: «La campagna contro gli ebrei sia condotta radicalmente. Si sequestrino tutti i loro beni… si brucino le loro tane, le sinagoghe, centro di disfattismo e di combutta con il nemico, si caccino dal Paese, subito!».

I giorni alla Rocchetta si succedono lenti tra timori e angosce ma anche in un’atmosfera di accettabile serenità e con qualche buffo episodio, tipico di una forzata e casuale convivenza. L’autore ci racconta la storia del santuario e dedica un capitolo al massacro della Benedicta, avvenuta nei giorni di Pasqua del 1944, in cui un’intera formazione partigiana (anche per l’impreparazione dei comandanti) fu annientata, negli scontri e con le fucilazioni dei prigionieri. Non si seppe mai il numero preciso ma i morti furono circa 150.

Don Mazzarello di tanto in tanto scende a Ovada per procurarsi cibo e informazioni, anche da qualche fascista, con cui intrattiene buoni rapporti, sul filo del rasoio… Già, perché il luogo è piccolo, le notizie corrono, il parroco di Lerma, dal quale dipende il santuario, convoca don Luigi ingiungendogli di abbandonare i “rifugiati”… Finalmente giunge il 25 aprile 1945, coincidente in quell’anno con i giorni di Pésach. La segregazione finisce lasciando in tutti un ricordo indelebile.

Il 18 aprile 2012 Yad Vashem dichiara don Luigi Mazzarello (morto negli anni 50) giusto tra le nazioni e una targa marmorea lo ricorda sul muro esterno del santuario. «Era riuscito a vedere – conclude l’autore - il proprio destino nella sorte degli altri». Un piccolo, grande libro assolutamente da non perdere.

Pier Luigi Quaregna

Paolo Mazzarello, Quattro ore nelle tenebre, Bompiani 2016.

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