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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 447

Dopo le elezioni amministrative e regionali siciliane, stiamo forse assistendo a un’altra resurrezione politica di Berlusconi? Analizzando i risultati parrebbe di sì. Probabilmente alle prossime elezioni politiche Berlusconi non sarà candidabile e Forza Italia è ben lontana dalle percentuali raggiunte nelle precedenti elezioni, e questo lascia aperto il problema della leadership del centrodestra: sarà un moderato proposto da Berlusconi o direttamente Salvini o Meloni? Ma la maggior capacità di fare coalizione del centrodestra e la nuova legge elettorale con un terzo di maggioritario non lasciano dubbi sul più che probabile risultato elettorale. Al Movimento 5 Stelle resterà la soddisfazione di essere il primo partito, ma difficilmente riuscirà a trovare alleati per formare il governo. Il Pd, scontando dopo la batosta subita al referendum di essere sconfitto, cercherà in ogni modo di impedire al centrodestra di raggiungere la maggioranza, costringendolo così a fare una grande coalizione con lui. Neanche per i partitini a sinistra del Pd le prospettive sono rosee. Per avere un peso che non sia pura testimonianza dovrebbero presentarsi uniti, e già questo non sarà facile da realizzare. Ma anche così il loro potere di attrazione è molto ridotto: la classe media ha paura che il loro programma di aumento delle spese pubbliche comporti anche un aumento delle tasse, la famigerata patrimoniale, e il ceto popolare è contrario alla loro apertura all’immigrazione. Il loro obiettivo dichiarato è recuperare tutti gli elettori di sinistra che, delusi, si sono rifugiati nell’astensione che ha superato ormai la metà del corpo elettorale. Ma le elezioni siciliane ci danno una chiara indicazione: pur in presenza di una candidatura forte e molto significativa come quella di Fava, l’astensione non solo non si è ridotta, ma anzi è aumentata. La lista di sinistra ha avuto un risultato molto deludente. Dietro questo fallimento si nasconde una percezione che si diffonde tra gli elettori più attenti, particolarmente di sinistra: le istituzioni italiane hanno ormai ben pochi poteri su ciò che è importante, contano molto di più quelle dell’Unione Europea, quelle delle altre grandi potenze, i centri finanziari, l’industria globalizzata. Questi poteri appaiono lontani e non condizionabili con elezioni marginali come quelle italiane.

Così il panorama che contempliamo è alquanto desolante, perciò forse è il caso di allargare lo sguardo per vedere il contesto generale in cui si svolge questa nostra piccola commedia. Nel mondo è in atto un profondo rivolgimento. Grandi masse, miliardi di persone, che per secoli sono vissute ai margini della storia, fatte schiave, sfruttate, depredate, premono in ogni modo possibile per ottenere il loro posto nella società moderna, per godere di una parte della ricchezza che concorrono a produrre, per far sentire la loro voce e tutto questo si deve realizzare cercando nello stesso tempo di non distruggere l’equilibrio ecologico in cui viviamo. Siamo di fronte a una vera rivoluzione e, come tutte le grandi rivoluzioni, non si presenta come un pranzo di gala. Avviene nel disordine, senza una chiara coscienza della strada da percorrere né una direzione politica. Perciò è contraddittoria, con grandi scoppi di violenza e un pesante contributo di sangue, aperta a tutte le possibilità, anche le più tragiche.

Immerso in questo movimento l’Occidente ha perso la sua centralità, anche se stenta a prenderne coscienza e accettarlo: non è più lui che decide le sorti del mondo. Da qui lo smarrimento e la rabbia che si respirano nei nostri paesi. In questa temperie agli intellettuali occidentali tocca un compito importante: quello di studiare e approfondire la realtà per fare buona informazione e spiegare quello che sta avvenendo sotto i nostri occhi, ma molti non riescono o non vogliono vedere e pungolare gli uomini e le donne di potere affinché non si attardino con ideologie irrimediabilmente obsolete o cercando ingannevoli scorciatoie, ma prendano giuste decisioni per facilitare questo difficile parto.

 446

Il premio Nobel per la pace assegnato all'ICAN (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons) ha un significato bello e nuovo. Non è stato premiato un singolo diplomatico o un costruttore di pace, ma un movimento radicato nella coscienza sociale mondiale. L'obiettivo di ICAN e di tutte le sue organizzazioni partner − tra cui la Rete italiana per il Disarmo e Campagna Senzatomica − è quello di riportare al centro il “lato umano” della problematica sulle armi nucleari. «Non si tratta solo di diplomazia e politica ma di una cosa che incide direttamente sulla vita di miliardi di persone», ha commentato Susi Snyder, una delle massime esperte mondiali di disarmo nucleare, ricevuta ufficialmente nella Camera dei Deputati italiana. Intanto continua la mobilitazione «Italia Ripensaci» lanciata dalle organizzazioni antiatomiche della società civile perché l’Italia, che finora si è rifiutata di allinearsi alla Nato, stia «dalla parte giusta della storia» e ratifichi il Trattato di proibizione delle armi nucleari (Tpnw) firmato da 122 stati il 7 luglio all'Onu e ratificato già da oltre 50 stati, per primo il Vaticano. Il trattato del 7 luglio è frutto di una diffusa iniziativa umanitaria, culturale, morale, dal basso, per la proibizione e abolizione delle armi nucleari in quanto talmente distruttive, inumane, impossibili da gestire nelle conseguenze, anche a livello militare. La loro stessa esistenza è una violenta minaccia indiscriminata.

Il vecchio Trattato di non proliferazione della armi nucleari (Npt) ha avuto un certo ruolo, ma alla fine è morto. La sua logica è superata. È una norma di auto-convenienza per gli Stati che per primi hanno sviluppato la tecnologia nucleare, e dipendeva dalla volontà che altri non arrivassero a quel livello. Abbiamo visto sempre più violazioni del Npt nel mondo. Il Tpnw, trattato di proibizione, è diverso. La sua logica è basata su valori morali e di giustizia universali. È una necessità e deve crescere. «Non bisogna essere pessimisti − scrive Hisashi Saito (Sinistra sindacale n. 17/2017) − e non è da sopravvalutare l’opposizione degli stati nucleari. Dobbiamo far ratificare il Tpnw in ogni Stato, e persuadere amici e vicini. Le armi biologiche e chimiche sono bandite dalle leggi internazionali e la loro riduzione nel mondo sta procedendo con successo, nonostante qualche opposizione. Niente è stato fatto all’improvviso, in un sol colpo iniziale. Una grande conquista è sempre un’accumulazione di grandi sforzi».

 445

Straniero vuol dire estraneo, strano, extra, strampalato, fino a vederlo fuori dall'umanità, quando identifichiamo col genere umano questo piccolo nostro villaggio del pianeta, nel quale abbiamo queste facce e parliamo questo particolare linguaggio. I greci antichi chiamavano barbari gli stranieri perché parlavano in quel modo impossibile – ba-ba-ba – di cui non si capiva niente. Perciò barbari. Che è diventato sinonimo di selvaggi, quelli che vivono ancora nelle selve, mica come noi! Oppure primitivi, quelli all'inizio dell'evoluzione, mentre noi ne siamo la punta avanzata... Chi è lo straniero? Non saremo magari noi, che ci facciamo estranei, naturalmente superiori, a chi non è come noi? Riconoscere l'altro non è facile, proprio perché è altro (L'Altro. Un orizzonte profetico di Ernesto Balducci nel 1991 prevedeva il nostro problema di oggi, con un pensiero profondo). Ma ogni volto è umano solo se si specchia in un altro. «Ama il prossimo tuo come te stesso». È un comandamento di sopravvivenza. Se non amo l'altro, se non lo aiuto, se non lo favorisco, instauro la legge dell'abbandono: abbandonando lui, anch'io sarò abbandonato. Allora chiedo, per giustificarmi: ma chi è il mio prossimo, chi è come me? Neppure il vicino, neppure il mio familiare mi è prossimo se non mi faccio io prossimo, risponde il vangelo del Samaritano (in Luca 10). Questa non è religione, è il minimo di umanità (che è la vera religione). In quella parabola, due funzionari religiosi abbandonano il ferito, un eretico si avvicina, sente il suo dolore nelle proprie viscere, diventa il suo prossimo, se ne prende cura, l'umanità torna ad esistere. Il sentimento viscerale di molti, troppi italiani (per non dire degli europei) è oggi ostile agli stranieri che arrivano disperati. Malfattori politici si fanno imprenditori del razzismo, mala erba facile da coltivare e da raccogliere. Il marcio del fascismo torna a puzzare. Il governo tratta con gli sfruttatori e tormentatori dei poveri in fuga, invece di organizzare una campagna di accoglienza, negli spazi e nei modi civili che sarebbero possibili se si spendesse in umanità quello che si spende in armi pericolose e provocatorie, da noi passate anche a governi belligeranti, contro la nostra legge. E intanto il governo si astiene (per sudditanza Nato) e non ratifica la proibizione Onu delle armi atomiche, che è l'opposizione della legge umana ai due maggiori folli Kim e Trump che minacciano genocidio atomico. La vera paura e vergogna, oggi, è questa miserabile avversione diffusa nel popolo italiano di sudditi, verso lo straniero in fuga, in cerca di rifugio. Che in un grande movimento di popoli ci sia anche chi delinque, è normale, ma non è delitto cercare riparo, che è diritto umano. Ci sono delinquenti tra noi sistemati, non solo i personaggi della cronaca nera, ma delinquenti anche più gravi perché più potenti. Ci sono anche migliaia di modeste reali efficaci azioni di accoglienza, protezione, promozione, integrazione dei profughi, che non fanno notizia, non sono “notiziabili” (come si dice nel film di Andrea Segre, L'ordine delle cose, da vedere per sapere cosa avviene in Libia). E l'integrazione è una realtà anche economica e demografica: le cifre dicono quanto il lavoro e l'impresa degli immigrati contribuiscono al nostro Pil, pagano le nostre pensioni, e quanto l'immigrazione ringiovanisce il nostro popolo infecondo. Negare la cittadinanza a chi è nato e cresciuto da italiano è stoltezza: l'emarginazione produce estraneità e avversione. Ma l'integrazione non è assimilazione: la diversità delle culture è ricchezza di vita: nel dialogo tra culture diverse avviene una «fecondazione reciproca» (Raimon Panikkar) che rivitalizza ognuna e la scuote dall'autocontemplazione sterile. Nel mese di ottobre, da 16 anni, in molte decine di città italiane, avvengono importanti incontri di amicizia, di dialogo umano e spirituale, tra cristiani e musulmani. Allora, se non sappiamo incontrare lo straniero, gli stranieri siamo noi, che ci tagliamo fuori dal cammino umano, ormai arrivato provvidenzialmente alla necessità di convivenza planetaria di tutti gli umani.

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