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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 441
I primi atti della nuova amministrazione americana di Trump sono stati scioccanti per l’Unione Europea: molti suoi componenti sono “amici” della Russia di Putin e i discorsi programmatici del presidente sono stati ricchi di attacchi all’Europa, all’euro, alla Germania come cuore dell’Unione, al ruolo che gli alleati europei svolgono nella Nato; infine l’accoglienza trionfale a Theresa May e l’esaltazione della Brexit presentata come esempio per altri paesi. Dopo questo inizio scoppiettante, i toni e gli interventi sono diventati più diplomatici e improntati a una maggiore cautela, ma ormai il campanello d’allarme era suonato molto forte e annuncia una probabile profonda modifica della politica della prima grande potenza.

Dalla fine della seconda guerra mondiale possiamo considerare questa la terza fase della politica estera americana. La prima è stata il confronto globale di sistema con l’Urss, confronto mortale nel quale il ruolo dell’Europa nella Nato era centrale, tanto che gli americani erano pronti, come nelle due guerre precedenti, a morire per la sua difesa. Col crollo del sistema comunista gli Usa, rimasti l’unica grande potenza, hanno tentato di imporre la propria egemonia globale esportando l’economia di mercato, la democrazia e il proprio stile di vita al resto del mondo. Il ruolo dell’Europa per la nuova strategia era meno vitale che nel precedente scenario: quello di potenza locale che, sotto la direzione strategica americana nella Nato, si doveva occupare dello scacchiere mediterraneo e del vicino oriente. Questa politica imperiale però è ben presto fallita perché si è dimostrata nei fatti troppo ambiziosa e costosa e anche perché l’Europa è stata incapace di sostenere il ruolo a lei assegnato, per carenza di coesione politica e difetto di potenza militare e gli Usa sono stati costretti a intervenire sempre in prima persona (da qui la critica di Trump). Ora gli Stati Uniti devono ridefinire la loro strategia mondiale e, da quanto detto in campagna elettorale e dai primi interventi ricordati, Trump sembra intenzionato a riposizionare gli Usa come prima grande potenza, pronta a difendere fino in fondo i propri interessi di fronte ad altre potenze di grado inferiore. Questa nuova politica spiazzerebbe completamente l’Europa che da stretta alleata si troverebbe improvvisamene come una sua concorrente. E una delle più pericolose in quanto la sola dotata di un sistema monetario in grado di scalzare l’egemonia del dollaro. Insomma l’Europa si potrebbe trovare nelle condizione di un forziere pieno di ricchezze con una difesa inadeguata. La tentazione per Usa e Russia di mettersi d’accordo per servirsi abbondantemente di queste ricchezze sarebbe veramente troppo forte. Per ora questa alleanza è resa molto difficile dalla guerra in Ucraina, che però è molto più pericolosa per l’Europa che per gli americani, e per la Russia chiuderla potrebbe essere un prezzo non troppo caro da pagare in vista di un’intesa globale con loro. Per questo alcuni paesi, approfittando delle celebrazioni del sessantesimo anniversario del Trattato di Roma istitutivo della Cee, hanno deciso di dare un’accelerazione all’Unione, eliminando il diritto di veto, in modo che i paesi che sono d’accordo possano fare passi avanti nell’integrazione, mentre gli altri potranno aggiungersi più avanti, via via che si sentiranno pronti. Si comincerà da una politica economica e sociale più incisiva, per passare poi a un maggior coordinamento militare. Il passo decisivo però sarà darsi una politica estera comune, l’Europa cioè deve scegliere che ruolo vuole giocare tra le altre potenze, uscendo infine dal cono d’ombra degli Stati Uniti in cui è vissuta, comodamente, dal dopoguerra. Per ora un’unione più stretta è frenata da una parte dei paesi dell’est che, usciti da poco dal dominio comunista, sono gelosi della ritrovata indipendenza. Ma, seppure per tappe, è necessario progredire perché l’Unione Europea potrebbe essere un fattore decisivo di stabilità nel mondo. Come infatti nel secolo scorso le discordie tra europei hanno contribuito a scatenare due guerre terribili con decine di milioni di morti e distruzioni mai viste prima nel suo stesso seno, ora l’unificazione potrebbe portare le altre potenze intorno a un tavolo per cercare di dare un governo alla globalizzazione ed evitare così che le contraddizioni sempre più forti che si stanno accumulando minacciose esplodano in una guerra in cui verrebbe messa in pericolo la stessa sopravvivenza della nostra civiltà.

 440

Il 25 marzo saranno 60 anni dal Trattato di Roma, che diede vita alla Comunità Economica Europea, diventata poi con Maastricht, nel 1992, Unione Europea. Si spera che la ricorrenza non si limiti a esaltazioni retoriche del passato, ma affronti con coraggio un presente poco rassicurante e un futuro ancora più incerto. Di fronte al prepotente ritorno dei nazionalismi è possibile uscire dalle pericolose secche in cui si è incagliato da tempo il processo di unificazione? Senza alcuna illusione o ridicola pretesa di completezza proviamo a indicare qualche tema che potrebbe essere sviluppato per avere più integrazione, e non meno, come chiedono molte forze politiche che mirano alla liquidazione dell'Unione stessa.

Primo: la messa in comune del debito pubblico. Cioè la creazione di un ministro del Tesoro europeo che possa emettere buoni del tesoro federali, garantiti dall'Unione, sottoscritti, almeno in parte, dalla Banca centrale e successivamente messi a disposizione dei bilanci dei singoli stati. Una graduale sostituzione del debito nazionale con un debito europeo.

Secondo: far emergere partiti europei con leader europei, superando le gabbie nazionali che impoveriscono e limitano le rappresentanze democratiche e favoriscono il consolidarsi di burocrazie autoreferenziali. Il Parlamento e la Commissione dovrebbero vedere rafforzato il loro ruolo, che in questi anni invece si è ridotto di fronte al prevalere di paralizzanti politiche intergovernative (decisioni prese dai capi di governo o dai ministri dei vari stati, pressati da interessi localistici).

Terzo: affrontare il problema della difesa europea, nella prospettiva di un esercito comune, con qualche primo esperimento, perché no?, di difesa nonviolenta. Riprendere il discorso interrotto nel 1954 adì opera dei francesi che impedirono la costituzione della Ced (comunità europea di difesa). De Gasperi ebbe la notizia a pochi giorni dalla morte: «Vedeva lucidamente le ripercussioni di lungo periodo che il no francese alla CED avrebbe avuto  su tutto il processo d'integrazione...era in gioco non solo il progetto della Ced... Lui voleva che l'idea europea fosse un dato non aggiuntivo ma costitutivo della politica e identità italiana» (G. Sangiorgi, De Gasperi, uno studio, Rubbettino 2014, p. 17). Tema di grande attualità di fronte agli atteggiamenti di Putin, in verità provocati anche dall'espandersi della Nato verso est, e in rapporto alle recenti dichiarazioni isolazioniste di Trump. La costruzione di un esercito comune, oltre a mitigare la soggezione verso gli Usa, avrebbe anche il non secondario vantaggio di ridurre e rendere più efficienti le spese militari complessive dei singoli stati.

Quarto: l’immigrazione. Problema di durata indefinita, altro che emergenza. Che non si risolve con ambigui accordi con la Turchia e, più recentemente con la Libia, affinché facciano da argine preventivo al passaggio del Mediterraneo costringendo i migranti in lager disumani e probabilmente alimentando col flusso di aiuti, governi corrotti e malavita locale. Occorre invece dare finalmente concretezza a sistemi legali di immigrazione, cioè aprire quei corridoi umanitari di cui molto si parla, ma per i quali finora, se si eccettuano lodevoli eccezioni per numeri necessariamente limitati, come quelle della Chiesa Valdese e della Comunità di S. Egidio, nulla è stato fatto. «Abbiamo bisogno di canali d’accesso legali per le persone che necessitano di protezione», ha autorevolmente ribadito J. Gauck, presidente tedesco, in un’intervista, negli ultimi giorni del suo mandato.

È certamente anche possibile aiutarli “a casa loro”, se una casa ce l’hanno… con un’analisi molto accurata delle modalità di aiuto, perché le risorse non finiscano in mani sbagliate. Ma sapendo anche che la spinta a scelte disperate, al netto della povertà e delle guerre, è talora determinata dalla invivibilità di certi ambienti, divenuti tanto più insopportabili per effetto della comunicazione globale. Esistono stati, come l’Eritrea, da cui è impossibile uscire legalmente e in cui i maschi sono costretti a fare il servizio militare praticamente a vita e le femmine a sposarsi bambine. Si tollerano, se non si favoriscono, antiche usanze familiari e norme tribali. La scelta di fuggire, in tali casi, è incontenibile. All’arrivo si apre tutto il discorso della distribuzione tra i vari paesi, finora osteggiata, in vario modo e in diversa misura, dai governi nazionali e quello ancor più grave dell’integrazione (culturale e lavorativa), che non può avvenire proficuamente se non con una distribuzione di piccoli numeri nei vari territori. Per l’Italia si vedano, ad esempio, i criteri seguiti dalla regione Toscana.

Il discorso porterebbe lontano e la complessità aumenterebbe. Molto resta ancora da fare per l’integrazione culturale dei popoli europei, in cui dovrebbe affermarsi una lingua comune (che non può che essere l’inglese), insegnata in parallelo con le lingue nazionali, dalle scuole elementari, come avviene da molti anni nei paesi del nord Europa. È altrettanto necessario che il cammino unitario riparta dal cuore dei paesi fondatori, non necessariamente i sei iniziali, ma certo non molti di più. Forse i diciannove della moneta unica sono già troppi per pensare a un cammino proficuo in questi tempi.

È utopia tutto questo? Probabilmente sì. Ma l’alternativa è la disgregazione della costruzione europea, che non si fermerà al ripudio della moneta, ma ritornerà alle economie e agli stati nazionali aprendo il futuro a ogni più tragico scenario. Dobbiamo quindi fortemente sperare, con Mario Draghi, che euro money e European Union siano «irrevocable and irreversible».

 439
Gli slogan e il linguaggio usati da Trump durante la corsa alla Presidenza degli Usa sono quelli di un miliardario pieno di sé, con l'autoritarismo nel sangue e il macete dell'anti-cultura stretto tra i denti. Ha messo subito in luce che, per ottenere la guida politica del suo paese, era disposto a ricorrere alle formule più corrive del populismo: «Gli Stati Uniti sopra tutto e tutti», «Il potere deve tornare al popolo, perché è il popolo che ha reso grande l'America». Oggi, che ha toccato la meta, con la scelta dei collaboratori e con i primi provvedimenti, presi senza neppure consultare questi ultimi, fa chiaramente capire che il «noi» è un «io» elevato all'ennesima potenza che sovrasta e ingloba il popolo intero: «Tra gli intelligenti sono il più intelligente; tra i decisi il più forte e coraggioso».

Si è detto nei giorni del dibattito preelettorale che, se avesse vinto, Trump avrebbe dovuto moderare il suo linguaggio, accettando di gestire il potere in accordo con l'insieme delle altre agenzie governative e con le altre forze politiche più moderate. Avrebbe cioè dovuto tenere conto della realtà senza stravolgerla. Erano considerazioni doverosamente prudenti che oggi è ben difficile ripetere. Questo anche se è evidente che, qualsiasi sia il comportamento futuro di Trump, vista la complessità dei fenomeni storici, ogni suo eventuale progetto, come ogni nostra previsione, sono aleatori e facilmente si rovesciano nel proprio contrario o in un inedito imprevisto.

Ciò che fin d'ora risulta chiaro è che le esternazioni del nuovo Presidente, la sua vittoria, le sue prime iniziative demagogiche si presentano pericolose, prima che per gli Usa, uno stato politicamente, economicamente e militarmente forte, per tutti quegli stati che, per la loro storica frammentazione e per un passato di guerre fratricide, hanno trovato nell'Alleanza Atlantica una forma di convivenza pacifica. È questo clima di pace relativa, almeno all'interno dell'alleanza occidentale, che la fittizia ambizione autarchica dell'America trumpiana sta già mettendo in discussione.

Il blocco dell'ingresso agli stranieri originari di molti stati a maggioranza islamica, il rilancio, con grancassa, della costruzione del muro sul confine col Messico, le minacce di iper-tassazione su prodotti tecnologici e industriali lavorati all'estero e concorrenti rispetto ai prodotti statunitensi, le dichiarazioni sulla necessità che l'euro lasci nuovamente campo al dominio del dollaro nelle transazioni sul mercato mondiale, l'auspicio che fallisca presto il progetto della Ue, già messo in crisi dalla Brexit e dalle chiusure politiche dei governi dell'Est, sono un segno inequivocabile del fastidio e dell'antipatia con cui Trump guarda alle democrazie europee e al loro, almeno teorico, progetto di welfare, basato sul rispetto dei diritti dell'uomo.

Non c'è regime, più o meno dittatoriale, che Trump non consideri migliore di queste. Loda Putin, guarda compiaciuto a Erdogan, al presidente delle Filippine, incoraggia Marine Le Pen e gli altri esponenti delle destre nazionali europee, attacca l'Iran per compiacere l'Arabia e sconfessare la politica riconciliatrice di Obama. Fa tutto quello che può per favorire il ritorno al nazionalismo dei vari stati, al fine di instaurare una diplomazia politica, economica e militare basata sui rapporti di forza più che sulla ricerca del diritto. Dopo aver dichiarato che gli Usa devono pensare innanzitutto a se stessi, al proprio benessere e alla propria sicurezza, senza ingerirsi nelle questioni altrui, si trova già, come è inevitabile, a minacciare atti di guerra economica e interventi militari contro chi considera dannoso per i suoi progetti di supremazia mondiale, Iran e Cina compresi, che non sono certo potenze che possono essere provocate senza rischi di guerre mondiali.

Ora molti pensano che la stessa furia scomposta con cui Tramp ha inaugurato la sua presidenza è segno della sua debolezza; che l'aver promesso di essere il presidente di tutta la nazione, per ricadere subito nella ricerca esasperata del consenso dei suoi soli elettori, sollevando l'opposizione clamorosa dell'altra metà dei suoi concittadini, lo destinano a un clamoroso fallimento. In fondo la stessa maggioranza repubblicana alla camera e al senato potrebbe considerare meglio, per le sorti del partito, fare salire alla presidenza il vice-presidente, politicamente molto più raccomandabile. Potrebbe anzi farlo presto, per aver modo di arrivare, dopo i quattro anni previsti dalla costituzione, alle elezione del 2020 liberi dal ricordo ingombrante di un personaggio tanto controverso e tanto sgradito al partito stesso.

È possibile e, forse, ancor più auspicabile. Ma fin d'ora è possibile prevedere che, se le sue sfuriate telefoniche con questo o quel primo ministro del Messico, dell'Australia o della Germania, se i suoi tweet al fulmicotone, dove attacca con coloriti insulti personali questo o quell'avversario politico, sono folklore, il discredito con cui colpisce il prestigio nazionale e internazionale della potenza politica che può essere considerata, nel bene e nel male, quella centrale nel mantenimento dell'equilibrio del mondo, la rincorsa all'emulazione indotta nei politici di basso cabotaggio in paesi di basso spessore democratico e di serpeggiante cesarismo, sono già oggi potenzialmente devastanti. Non solo per i rapporti tra le nazioni, ma anche tra gli uomini e la loro stessa possibilità di vita salutare sulla terra, visto che anche prime le iniziative prese da Trump e dai suoi ministri contro le già fin troppo prudenziali misure ecologiche di Obama.

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