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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 480

«Una causa civile giunge in Germania alla sentenza di primo grado in 200 giorni, in Italia in 500»: così ha detto Mario Draghi il 26 aprile alla Camera illustrando il piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) necessario per impiegare i 191 miliardi di euro contrattati dal governo Conte e dal ministro Gualtieri con l’Unione europea. Questa discrepanza evidenzia non solo la violazione dei diritti dei cittadini, ma anche l'enorme danno che una tale “giustizia” reca al sistema economico e al benessere generale. Sarà la giustizia (civile, ma anche penale) una delle quattro riforme base del governo nell'attuazione del piano, insieme a pubblica amministrazione, fisco e concorrenza.

Di riforma dell'apparato dello Stato si parla in realtà dall'entrata in vigore della Costituzione, nel 1948, quindi qualche perplessità è lecita. Il governo indica tre campi di azione prioritari: la stratificazione normativa, ormai babelica, il miglioramento delle competenze individuali, in un quadro di digitalizzazione crescente, evidentemente ancora assai arretrata. La burocrazia sarà rinforzata e digitalizzata, ma è ancora quella di sempre: sarà capace di reggere l’impatto del piano? Perché non è indifferente come, in che percentuale e soprattutto in che tempi sarà realizzato. L’Unione vigila e in caso di gravi ritardi potrebbe decidere di riassegnare i fondi a noi destinati ad altri paesi più efficienti. Fondamentale sarà anche la produttività degli investimenti che faremo, perché i fondi che riceveremo dall’Ue sono in maggioranza un prestito e se gli impieghi non genereranno un aumento adeguato del reddito tale da ripagarlo avremo solo rimandato il tracollo.

Sul fisco viene ribadito il rigoroso principio costituzionale (art. 53) della progressività delle imposte, contro ogni ipotesi di flat tax. Con qualche criticità. È noto infatti che nella situazione della pandemia chi ha avuto maggiori danni sono stati i lavoratori autonomi. Questi spesso lamentano l'esiguità dei ristori e dei risarcimenti statali per i mancati guadagni (le elemosine, abilmente cavalcate dalla destra non governativa, ma anche da quella che al governo c'è). Ci si dimentica peraltro che molti, non tutti, i titolari di queste attività, al momento di adempiere i loro doveri fiscali spesso erogavano pochi spiccioli (diciamo un'elemosina). Ci troviamo quindi di fronte a un'urticante nemesi storica, di cui nessuno parla, in nome di una equivoca «pace sociale». Questa situazione renderà assai difficile ogni riforma e Draghi infatti è stato assai generico in tema di lotta all'evasione fiscale.

Sulla concorrenza infine il presidente del Consiglio ha rilevato una nostra inadempienza nei confronti dell'Ue, le cui norme richiederebbero ogni anno dal 2009 normative in ogni stato che facessero il punto della situazione. In Italia ciò è avvenuto, e parzialmente, solo una volta nel 2017. Chi ritenesse questo tema di scarsa importanza sbaglia di grosso. La tutela della concorrenza nelle attività economiche, infatti, significa lotta alle posizioni di monopolio, agli egoismi corporativi e alle rendite di posizione, che, oltre a frenare un ordinato sviluppo, creano disuguaglianze e disparità tra i cittadini. Un esempio per tutti: le concessioni demaniali sulle spiagge, che l'Ue ci chiede giustamente di mettere a concorso, mentre da decenni sono appannaggio degli stessi gruppi ristretti e corporativi, che pagano, tra l'altro, ridicoli canoni di concessione.

Il documento presentato da Draghi prosegue con un lungo elenco di investimenti diretti a perseguire obiettivi molto apprezzabili: da uno sviluppo più accelerato del Sud al miglioramento della sanità, puntando sull’assistenza domiciliare, diffusa sul territorio, a un vasto impegno su scuola e ricerca, a partire dagli asili nido, perché è da questo livello di scolarità che inizia la lotta al disagio e alle disuguaglianze. Non mancano spunti assai interessanti sulla riqualificazione professionale dei lavoratori di comparti produttivi in declino e forti investimenti nei trasporti cosiddetti sostenibili.

Alcuni di questi temi potranno essere ripresi in altra sede. Soffermiamoci solo sullo sviluppo del Sud. Il piano prevede a questo fine l’impiego del 40% delle risorse. Anche ammessa la piena realizzazione del Pnrr, resta un grande punto interrogativo: riusciremo a raggiungere l’obiettivo di recuperare il ritardo italiano rispetto agli altri grandi paesi dell’Unione? È uno sforzo notevole, ma in che misura questa massa di investimenti riuscirà a far uscire il Sud dall’arretratezza in cui si trova dall’unità d’Italia? Perché ormai abbiamo capito che lo sviluppo del sud Europa è legato a quello del nord Africa, se non a quello dell’intera Africa. Qui possiamo misurare la debolezza della politica africana dell’Unione e della nostra, insieme a quella degli altri paesi del sud Europa, per l’incapacità a imporla. Questa mancanza ci danneggia fortemente, mette a rischio l’efficacia del piano e si rivela tragicamente nei molti migranti annegati nelle acque del Mediterraneo.

Sia chiaro fin d’ora che senza le riforme citate in premessa e senza un sistema di controlli efficaci (nonché il rigoroso rispetto dei tempi) sarà ben difficile non diciamo concludere, ma neppure avviare un piano così impegnativo. Esso, nonostante tutte le riserve e le difficoltà messe in rilievo, è comunque una grande opportunità per l’Italia e occorre sperare fortemente, per il nostro bene e per quello dell’Unione, che riesca a darci la spinta necessaria per rialzarci.

 479

 

Il valore de il foglio

 

Fino a pochi anni fa, a chi mi chiedeva quali valori attribuissi all’esperienza de il foglio, rispondevo senza esitazione: «Il primo è: dimostrare concretamente che la libertà di stampa esiste, sol che si voglia esercitarla». Un gruppo di redattori diversamente talentuosi nello scrivere, nell’impaginare, nel correggere, nell’imbustare, una cerchia di simpatizzanti più o meno prolifici di contributi, un pubblico di abbonati relativamente contenuto, ma fedele e talvolta generoso, hanno fatto vivere la stampa di un giornale senza pubblicità, senza padroni, senza sponsor ingombranti. Certo i redattori si piegano a tutti i mestieri, dal volo pindarico alla pedalata del fattorino, senza alcuna remunerazione se non un trancio di pizza una volta all’anno. Certo le varie fasi della lavorazione – impaginazione, correzione bozze, stampa e spedizione – si insinuano nei tempi morti della “vera” stampa per risparmiare ogni centesimo possibile sui costi di produzione. Certo i lettori paganti sono scelti accuratamente per la loro proverbiale indulgenza ad accettare uscite ritardate, numeri doppi, copie andate perse e poi recuperate a mano. Ma, insomma, sono cinquant’anni che il foglio esiste, s’impegna, s’indigna, s’interroga, si litiga, studia, ascolta, risponde, riflette. In altre parole, dice la sua. Libertà di stampa, appunto, senza i compromessi o le autocensure di confratelli – si parva licet componere magnis – che, negli stessi anni, hanno conosciuto le occhiatacce di interessati censori sulla propria linea editoriale.

Ma, da poco più di un decennio, per «dire la sua» non c’è più bisogno della libertà di stampa. Basta un post su Fb, o un tweet, o un blog autoreferenziale, e chiunque, gratis, può dire e pubblicare la sua. Gli attori di questa nuova libertà crescono in tendenza esponenziale, e i fruitori (o follower) anche peggio.

Sovrastato dalla chimera di nuova libertà dei social network, che cosa rispondo oggi all’antica domanda? Quale valore differenziante rivendico per il foglio? Senza esitazione dico: «Il lavoro redazionale ‒ il cui prodotto è la colonna, talvolta una e mezza, raramente due, a sinistra in prima e ottava ‒ dove si esprime il consenso dei redattori». È vero che nasce sempre da una stesura individuale, ma raramente la passa liscia. Si discute, si ammenda, si integra, si corregge, si taglia e si ricuce. È un esercizio mensile di sensibilità, ascolto, dialettica, convinzione, retorica. Un esercizio dove la prevalenza del pronome di prima persona (nel caso di un editoriale firmato) ha un sapore di sconfitta, rispetto alla soddisfazione del “noi” (tutti gli editoriali non firmati). In un mondo ormai avvolto dalla ragnatela – il web – in cui chiunque può urlare la sua frase, prima ancora di avere terminato di pensarla, impiegare del tempo a passarsi un capoverso fino a che ciascuno possa sentirlo suo, è come vivere sul pianeta del Petit Prince.

Voglio credere che sia anche per questo se i lettori ci accompagnano nel viaggio.

 

Stefano Casadio

 478
Anche se non è apparso subito evidente, l’operazione politica di Renzi non è stata improvvisata né temeraria, ma ben preparata. Il governo di centrosinistra a guida Conte era molto debole e il suo destino segnato; le prime elezioni politiche avrebbero visto il trionfo di Salvini e di un centrodestra sovranista, antieuropeo e decisamente spostato a destra. Un evento giudicato da molti ambienti italiani ed europei un pericolo attuale e grave. Non è improbabile quindi che lo stesso Capo dello Stato e anche l’Europa abbiano avuto una parte importante nel cambio di governo. L’obiettivo è quello di mettere finalmente in movimento il fronte politico, nel tentativo di disaggregare gli attuali partiti per formarne uno grande di centro o almeno dare al raggruppamento di destra una guida più moderata ed europeista. Dalla reazione immediata e stupefacente di Salvini alla proposta di Draghi si può arguire che anche per lui la manovra di Renzi non fosse un fulmine a ciel sereno e che fosse preparato a riposizionarsi più al centro sia in Italia che nel Parlamento europeo, dove intende abbandonare il gruppo sovranista Le Pen per entrare in quello popolare. Certamente è cosciente che se in futuro vuol governare, sempre che riesca a mantenere la leadership della Lega, deve avere un programma compatibile con quello dell’Unione europea.

Anche la scelta del momento della rottura del governo Conte non è stata casuale, perché ora si deve decidere il piano per l’impiego dei fondi europei. Questa è infatti l’ultima spiaggia per l’Italia, e siamo già in ritardo. È da quando è stato istituito l’euro che balliamo sull’orlo del burrone. Da allora tutti i governi italiani (senza distinzione di colore) hanno avuto una sola preoccupazione: tenere sotto controllo l’ingente debito pubblico che cresce per forza propria a causa del suo stesso peso, senza mai riuscirci veramente. Hanno strozzato sempre più l’economia e ridotto i servizi pubblici oltre l’accattabile, senza però fermare la scalata del debito. Ora, grazie allo sconquasso che la pandemia ha creato, finalmente i paesi del nord Europa si sono convinti che non possiamo più reggere l’austerità e che l’affondamento dell’Italia (che non ha lo stesso peso della Grecia) porterebbe a fondo l’Unione. Hanno deciso di concederci un sostanzioso finanziamento, mettendoci, almeno come possibilità, in condizioni di riformare la nostra economia.

Il governo Draghi ha quindi questo compito. E infatti il suo programma presenta come priorità proprio le principali criticità italiane: emergenza sanitaria, scuola, giustizia, burocrazia, sistema fiscale, transizione ecologica. Anche la formazione del governo risponde alla stessa logica, con i ministeri cruciali assegnati a uomini di sua fiducia, quasi tutti non parlamentari, e gli altri distribuiti ai partiti che lo sostengono secondo il loro peso parlamentare. L’impresa comunque appare ardua per le molte difficoltà che dovrà superare, perché la situazione italiana è veramente molto compromessa, i nostri mali incancreniti, la politica sfilacciata e inconsistente e la situazione sociale, dopo 30 anni di tagli e sacrifici non più sostenibile, col pericolo che la società si lasci allettare, come è già accaduto troppe volte, da demagoghi senza scrupoli e venga trascinata in avventure pericolose.

Quest’ultima osservazione ci induce a due considerazioni sulla fragilità del corpo elettorale e quindi della democrazia italiana. Per tentare di rimettere in sesto l’Italia bisogna ancora una volta ricorrere a personaggi che non debbano partecipare alle elezioni e che quindi possano prendere i provvedimenti necessari senza paura di perderle. C’è poi l’idea, ancora profondamente radicata in molti italiani, che basti un superuomo per risolverci tutti i problemi, in modo che non ci sia bisogno di impegnarsi, partecipare, fare sacrifici, cambiare vecchie e rovinose abitudini. Sarebbe tempo che, a cominciare dalla scuola, ci si dedicasse anche a far crescere la coscienza politica del paese.

In questo quadro non mancano le ombre e i motivi di preoccupazione. L'Italia è l'unico tra i 27 paesi dell'Unione Europea in cui in piena pandemia la politica sia stata commissariata ai tecnici. In tutti gli altri paesi non soltanto dell’UE ma del mondo, anche nell’emergenza pandemica la politica resta in mano ai partiti e ai governanti eletti (e in un paese normale anche la preziosissima risorsa Draghi sarebbe stata valorizzata affidandogli il super-ministero dell’Economia). Per di più, in quest’anomalia siamo recidivi. Accadde meno di dieci anni fa con Monti, accade oggi con un altro Super-Mario. Alcuni ritengono sia il segno di una democrazia gravemente malata. E qualcuno teme che la terapia ripetutamente proposta rischi di ammazzare il paziente, alimentando sempre nuovi populismi. Domani potrebbe toccare a Meloni, per di più associata al centrodestra che ha l’intelligenza di colpire insieme anche quando marcia diviso. Non a caso Salvini ha già detto che la legge elettorale non si cambia.

Va inoltre ricordato che una forte opposizione era venuta da Confindustria al reddito di cittadinanza e alle proroghe della cassa integrazione e del blocco dei licenziamenti. Ora il principale ministero economico rimasto in mano a un esponente di partito è quello dello Sviluppo Economico, affidato a Giancarlo Giorgetti, che è da tutti considerato il portavoce delle imprese lombarde vicine alla Lega. Ma se la svolta prodotta dall’operazione di Renzi fosse questa, qualche interrogativo la sinistra dovrebbe porselo.

Infine, grandi aspettative erano e sono riposte nel nuovo ministero della Transizione Ecologica. Tuttavia la scelta del ministro è parsa deludente: uno scienziato che non si era sinora occupato di ambiente, più noto ai frequentatori della Leopolda o dei convegni di Casaleggio, criticato da illustri colleghi per il modo di procacciarsi i finanziamenti: e come non bastasse – nella sua attività di ricerca ‒ al soldo di una delle più importanti aziende impegnate nella produzione di armi (destinate anche all’Arabia Saudita, verso cui il governo Conte ne aveva fermata l’esportazione, prima che Renzi vi scorgesse «un nuovo Rinascimento»). Ci auguriamo che il suo operato smentisca i timori.

 

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