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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 443

Le elezioni presidenziali 2017, con le successive legislative, resterà un evento di grande rilevanza nella storia della Francia e molto probabilmente dell’Europa. Il 7 maggio 2017 i francesi hanno eletto il più giovane Presidente della 5° Repubblica, un uomo quasi sconosciuto al pubblico appena tre anni prima e guardato con sufficienza quando, 12 mesi fa, creò il suo movimento «En Marche!»: Emmanuel Macron. Dalla nascita delle istituzioni della V Repubblica è la prima volta che al secondo turno mancano allo stesso tempo sia il candidato dell'area " gollista (o della sua discendenza)" sia quello dell’area socialista. I partiti tradizionali “di governo” sono letteralmente caduti a pezzi. Il sistema elettorale a doppio turno ha virtuosamente condotto i cittadini francesi a essere protagonisti della scelta finale, e, nonostante l’alto numero di astensioni o di schede bianche, essi hanno risposto con responsabilità e coraggio. Dimostrandosi responsabili protagonisti di una democrazia matura, i francesi che sono andati a votare per le successive elezioni legislative hanno confermato le loro scelte offrendo al nuovo Presidente una schiacciante maggioranza parlamentare – mai più vista dai tempi di De Gaulle −; fedeli al principio per cui un governo deve essere messo in condizione di governare, ed essere poi giudicato sul suo operato.

I due candidati selezionati per il secondo turno − Emmanuel Macron e Marine Le Pen − prima ancora che due ideologie o due ispirazioni politiche. esprimono due atteggiamenti culturali e due visioni antropologiche opposte. Due antropologie che percorrono e dividono la Francia (e a ben guardare anchele principali democrazie europee e occidentali) in questo inizio di millennio, caratterizzato dall’irrompere della globalizzazione nella vita di tutti i cittadini della terra, e di cui gli occidentali non sono più i soli beneficiari, ma anche chiamati a pagarne il prezzo. Onore al merito di questo sistema elettorale per aver obbligato i francesi a guardare in faccia i propri fantasmi, a scavare nel profondo di paure e speranze, per poi scegliere da che parte schierarsi. Due antropologie relativamente facili da sintetizzare negli slogan: “In cammino!” da una parte; “Indietro tutta!” dall’altra.

La collera contro un mondo che non è più quello di una volta, il ripiegamento identitario su sé stessi, il rifiuto della novità e del cambiamento, la fede nelle formulette semplicistiche, la caccia alle streghe e ai colpevoli di tutto, la psicosi del complotto, non sono riconducibili esclusivamente all’espressione politica del Front National. Abitano in profondità il voto dell’estrema sinistra, occupano gli armadi della destra repubblicana come i salotti della sinistra frondista. Ritroviamo l’antropologia del “fermate il mondo, voglio scendere!” nel programma di Marine le Pen all’estrema destra (per es. la sovranità francese fuori dall’Unione Europea e dall’Euro; le frontiere nazionali; la “preferenza francese” e il protezionismo selettivo; il ritorno alla pensione a 60 anni e al precedente Codice del Lavoro), come in quello di Jean Luc Melenchon all’estrema sinistra (proibire i licenziamenti e abrogare la Riforma del Codice del Lavoro; rifiutare i Trattati Internazionali e uscire dall’Unione Europea e dall’Euro; adottare una politica protezionistica e ritornare alla pensione a 60 anni). Il che non significa che su altri punti (l’accoglienza di tutti i migranti per l’uno; l’espulsione di tutti gli islamisti per l’altra) le visioni siano poi radicalmente diverse.

Vi si è opposta una antropologia che guarda con coraggio il mondo in evoluzione, che accetta la sfida, che, per non rinunciare ai valori di fondo, sa di dover pagare un prezzo e cambiare profondamente. Una antropologia che fa lo sforzo di conoscere la verità, anche quando è complessa e sgradevole, di prendere dei rischi, di girare senza isterici rimpianti la pagina delle certezze dei padri, di sporcarsi le mani, di partecipare e prendersi la responsabilità, di proporre “come” fare. La forza del programma di Macron sta in questa antropologia, espressa da tremila gruppi di lavoro, cui hanno partecipato in maggioranza semplici cittadini e non politici di mestiere, e che ha prodotto proposte concrete invece di anatemi (per es. fissare obiettivi di risultato al Servizio Pubblico; introdurre l’apprendistato in ogni percorso scolastico professionale; lanciare un prestito senza ipoteca ai giovani agricoltori; creare un Quartier Generale Europeo per la Difesa).

Paradossalmente il confronto più aspro di queste due antropologie si è imperniato sulle modalità concrete di dare volto politico alla utopia della Solidarité, che campeggia sulla facciata di tutti i municipi di Francia. I francesi avevano la scelta fra ritornare al Codice del Lavoro del 2007, oppure andare ancora oltre la Riforma del 2017. Hanno scelto la seconda, l’opzione Macron. Hanno scelto il rischio e la flessibilità di privilegiare gli accordi aziendali alle sicurezze e rigidità dei dispositivi legislativi; hanno scelto di adattare i ritmi di vita a durate di lavoro variabili tra 35 e 44 ore settimanali in funzione degli accordi negoziati all’interno di ogni impresa tra imprenditori, sindacati e rappresentanti dei lavoratori. Hanno scelto di credere nella società civile prima che nelle regole imposte per legge. E hanno poi dato fiducia alle liste elettorali de La Republique en Marche (LRM, il movimento di Macron), composte di candidati al Parlamento equamente e accuratamante ripartiti tra uomini e donne, politici di professione e cittadini senza esperienza politica.

I francesi avevano la scelta tra mantenere l’esclusivo beneficio dell’assegno di disoccupazione a categorie ben precise (i soli francesi per alcuni, i soli lavoratori dipendenti licenziati per altri), oppure trasformare l’assegno di disoccupazione in un diritto di tutti i cittadini, limitato nell’importo e nelle modalità di attribuzione. Hanno scelto la seconda opzione, quella di Macron. Hanno scelto di fare un passo in avanti, invece di un passo indietro. L’assegno di disoccupazione è nato per proteggere i salariati che perdono il lavoro; in un mondo in cui i salariati diminuiscono inesorabilmente, mentre aumentano i lavoratori indipendenti (specie quelli che guadagnano poco) è urgente trasformare la solidarietà di categoria in solidarietà di cittadinanza. Una scelta antropologica progressista, la scelta della maggioranza degli elettori francesi. Forse la maggiore sfida a venire non risiederà tanto nella traduzione in riforme delle promesse elettorali, quanto nella capacità di recuperare alla vita politica, sociale, produttiva o alla vita “tout court” tutti i perdenti della globalizzazione che hanno espresso il loro disagio con i voti “Indietro tutta” di estrema destra e di estrema sinistra, o ingrossato a dismisura le fila degli astensionisti.

L’elezione di Emmanuel Macron a 8° Presidente della Repubblica francese non è solo un terremoto nel sistema dei partiti tradizionali è un giro di boa cultural-antropologico, un alzare lo sguardo verso orizzonti ancora tempestosi, ma affrontati con la volontà di riuscire a traghettare valori e principi in un mondo aperto e nuovo.

Stefano Casadio

 442

Dobbiamo chiudere una prima riflessione sull'elezione presidenziale francese, senza poter aspettare il risultato del ballottaggio, che tutti danno prevedibile. Nel primo turno Emmanuel Macron, che rappresenta il centrismo, ha superato Marine Le Pen, alfiere della demagogia nazionalista, quella che serpeggia in popoli europei contro altri popoli umani e vuole indurire i confini. L'effetto dei ripetuti attentati jihadisti che hanno colpito la Francia ha spinto i francesi a votare, ma non li ha spinti nelle braccia della candidata nazionalista e islamofoba, che diceva: «Je suis la candidate du peuple». Tuttavia la Le Pen ha fatto il record dei propri voti, e il gemello italiano Salvini esulta. Riteniamo che la coscienza europea debba vigilare sul veleno della de-politicizzazione: “polis” vuol dire “molti insieme”, sapendo convivere mediante l'arte politica della “tessitura” (Platone), della composizione dei diversi interessi e prospettive umani compresenti nella società. E questa arte si esercita esprimendo e confrontando senza violenza le attese e le volontà, non consegnando le decisioni a leaders sostitutivi. Pare che questa elezione rappresenti la fine dei partiti storici, che avevano questa funzione democratica, la quale dovrà in qualche nuovo modo essere ripresa, senza le ideologie fisse, ma non senza idee e culture più ampie e internazionali. Ci si può chiedere se l'affermazione di Macron “né di destra né di sinistra” (lo diceva anche Mussolini nel '19) sia solo uno svincolarsi da schemi passati, o se non sia l'illusione di non dover comporre, come sempre, la libertà con la giustizia. Questo era essenzialmente il problema destra-sinistra, e non si vede come possa non ripresentarsi sempre. Inoltre, la sconfitta sonora dei partiti tradizionali conferma la tendenza personalistica, a-ideologica (non è del tutto un bene), delle scelte politiche, ristrette sulle alternative brevi, esposte alle influenze immediate. La politica ha bisogno di ideologia (non è una parolaccia), nel senso di una cultura dell'umanità e della storia, delle alternative grandi e lunghe. La politica dipende dalla filosofia di vita di ogni elettore, di ogni democrazia. I partiti tradizionali indicavano le grandi alternative ideali-pratiche della società. Proponevano una unità sociale a valle della soluzione dei gravi problemi di divisione. Ogni proposta politica proponeva una unità (o tendenza maggioritaria all'unità) intorno al proprio valore primario (giustizia; libertà). Oggi le alternative reali sono "sfumate", prevalgono le scelte grossolane: sicurezza/paura, isolamento/federazione; sovranità/federalismo e internazionalismo. La politica è stretta sull'unità negativa, piccola: «Partito della nazione» (Renzi); un troppo generico «En marche» (Macron). La tentazione nazionalista del separatismo-sopraffazione, alla fine vorrebbe dire guerra: economica, sociale, culturale, se non militare. Però è un segno positivo che i popoli non cedano alla violenza di fatto, strutturale, delle oligarchie economiche non elette da nessuno. I popoli sono stanchi, arrabbiati, disorientati in buona parte, e tentati dalla proposta nazional-egoista, contraria ad una storia inter-umana e umanizzante, come richiede ormai la realtà interdipendente del pianeta umano e dell'ambiente vitale. È compito del dibattito culturale, della autorappresentazione delle società, e delle coscienze personali,  prospettarsi una politica composita del locale e del planetario, bisognosi l'uno dell'altro. La linea culturale-politica che ci appare sempre più necessaria è il cosmopolitismo democratico, l'amicizia tra le culture e le religioni (che sono culture profonde, cioè cosmologie e antropologie radicate, nonostante gli sconvolgimenti delle forme), la parentela civile tra i popoli (diritto universale di movimento e jus soli: tu sei cittadino della comunità-popolo dove sei, dove vivi e collabori con ragionevole stabilità, e non sei selezionato per il sangue, la pelle o l'origine). Si tratta di un lavoro culturale molecolare, al di sotto dell'informazione rumorosa e delle immagini imperative.  Le Pen ha vinto soprattutto a sud-est e a nord-est. A ovest ha vinto persino Melenchon in alcuni posti. L’elettorato di Le Pen sarebbe diviso a sua volta: a nord est nelle zone industriali in crisi l’hanno votata gli operai abbandonati dalla sinistra socialista liberista (vedi Trump nelle zone ex industriali). A sud-est, invece, l’elettorato sarebbe la più tradizionale classe ricca, clericalreazionaria, possidente, e farebbe riferimento soprattutto all’altra Le Pen, la nipote. Al solito le estreme destre nascono e fanno abboccare le masse di disperati, disagiati, arrabbiati. Quando poi vanno al potere fanno gli interessi degli altri. Certo, se i socialisti facessero i socialisti non si porrebbe il problema degli operai che votano destra. Macron ha prevalso grazie alle grandi città. Le campagne avrebbero votato Le Pen. In Usa Trump è stato eletto nelle provincie, battuto nelle città. In Gran Bretagna le città erano per rimanere in Europa. L'aria della città rende liberi? I poteri di fatto comandano di più dove minori sono scambio dibattito, incontri? E di più dove arriva l'informazione standardizzata? Il rapporto umano libero e critico funziona di più nella città di massa e meno nelle comunità, che pure si direbbero a misura più umana? La cultura civile critica ha dunque bisogno di istituzioni e reti, e non basta il contatto diretto privato a dare libertà di pensiero? Sono domande. Rimane l'incertezza delle elezioni parlamentari in giugno, ma la prevedibile presidenza di Macron prospetta una politica francese europeista. Bene. Ma occorrerà ricordare che l'Unione Europea ha bisogno di una mutazione umanistico-sociale, superando l'economicismo che la governa: sovrani non siano il denaro e i commerci, ma le persone e i popoli di persone, per avvantaggiare gli svantaggiati, e non viceversa. L'umanesimo sociale che continuamente propone Francesco, vescovo di Roma, è sostenuto dalla fede, ma non dipende dalla fede, è laico, universalista. Francesco – una reale guida politica, che anima e non accaparra e non sostituisce orientamenti politici umani - è venuto dall'America Latina a ricordare all'Europa la sua anima, è venuto dal continente che l'Europa conquistò violentemente (anche nel nome e nelle lingue parlate), ma al quale, dopo secoli, chiese pane  per i propri emigranti. Francesco, figlio di emigranti, è figura attuale di cittadino del mondo. Eletto da qualche decina di vecchi cardinali, si rivela una buona scelta. Votare tutti è giusto e necessario. Votare bene è ancora meglio.

 441
I primi atti della nuova amministrazione americana di Trump sono stati scioccanti per l’Unione Europea: molti suoi componenti sono “amici” della Russia di Putin e i discorsi programmatici del presidente sono stati ricchi di attacchi all’Europa, all’euro, alla Germania come cuore dell’Unione, al ruolo che gli alleati europei svolgono nella Nato; infine l’accoglienza trionfale a Theresa May e l’esaltazione della Brexit presentata come esempio per altri paesi. Dopo questo inizio scoppiettante, i toni e gli interventi sono diventati più diplomatici e improntati a una maggiore cautela, ma ormai il campanello d’allarme era suonato molto forte e annuncia una probabile profonda modifica della politica della prima grande potenza.

Dalla fine della seconda guerra mondiale possiamo considerare questa la terza fase della politica estera americana. La prima è stata il confronto globale di sistema con l’Urss, confronto mortale nel quale il ruolo dell’Europa nella Nato era centrale, tanto che gli americani erano pronti, come nelle due guerre precedenti, a morire per la sua difesa. Col crollo del sistema comunista gli Usa, rimasti l’unica grande potenza, hanno tentato di imporre la propria egemonia globale esportando l’economia di mercato, la democrazia e il proprio stile di vita al resto del mondo. Il ruolo dell’Europa per la nuova strategia era meno vitale che nel precedente scenario: quello di potenza locale che, sotto la direzione strategica americana nella Nato, si doveva occupare dello scacchiere mediterraneo e del vicino oriente. Questa politica imperiale però è ben presto fallita perché si è dimostrata nei fatti troppo ambiziosa e costosa e anche perché l’Europa è stata incapace di sostenere il ruolo a lei assegnato, per carenza di coesione politica e difetto di potenza militare e gli Usa sono stati costretti a intervenire sempre in prima persona (da qui la critica di Trump). Ora gli Stati Uniti devono ridefinire la loro strategia mondiale e, da quanto detto in campagna elettorale e dai primi interventi ricordati, Trump sembra intenzionato a riposizionare gli Usa come prima grande potenza, pronta a difendere fino in fondo i propri interessi di fronte ad altre potenze di grado inferiore. Questa nuova politica spiazzerebbe completamente l’Europa che da stretta alleata si troverebbe improvvisamene come una sua concorrente. E una delle più pericolose in quanto la sola dotata di un sistema monetario in grado di scalzare l’egemonia del dollaro. Insomma l’Europa si potrebbe trovare nelle condizione di un forziere pieno di ricchezze con una difesa inadeguata. La tentazione per Usa e Russia di mettersi d’accordo per servirsi abbondantemente di queste ricchezze sarebbe veramente troppo forte. Per ora questa alleanza è resa molto difficile dalla guerra in Ucraina, che però è molto più pericolosa per l’Europa che per gli americani, e per la Russia chiuderla potrebbe essere un prezzo non troppo caro da pagare in vista di un’intesa globale con loro. Per questo alcuni paesi, approfittando delle celebrazioni del sessantesimo anniversario del Trattato di Roma istitutivo della Cee, hanno deciso di dare un’accelerazione all’Unione, eliminando il diritto di veto, in modo che i paesi che sono d’accordo possano fare passi avanti nell’integrazione, mentre gli altri potranno aggiungersi più avanti, via via che si sentiranno pronti. Si comincerà da una politica economica e sociale più incisiva, per passare poi a un maggior coordinamento militare. Il passo decisivo però sarà darsi una politica estera comune, l’Europa cioè deve scegliere che ruolo vuole giocare tra le altre potenze, uscendo infine dal cono d’ombra degli Stati Uniti in cui è vissuta, comodamente, dal dopoguerra. Per ora un’unione più stretta è frenata da una parte dei paesi dell’est che, usciti da poco dal dominio comunista, sono gelosi della ritrovata indipendenza. Ma, seppure per tappe, è necessario progredire perché l’Unione Europea potrebbe essere un fattore decisivo di stabilità nel mondo. Come infatti nel secolo scorso le discordie tra europei hanno contribuito a scatenare due guerre terribili con decine di milioni di morti e distruzioni mai viste prima nel suo stesso seno, ora l’unificazione potrebbe portare le altre potenze intorno a un tavolo per cercare di dare un governo alla globalizzazione ed evitare così che le contraddizioni sempre più forti che si stanno accumulando minacciose esplodano in una guerra in cui verrebbe messa in pericolo la stessa sopravvivenza della nostra civiltà.

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