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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 453
  Molto si è parlato nelle scorse settimane della vicenda della nave Aquarius, bloccata al largo di Malta con 600 profughi a bordo, e del censimento dei rom, proposta dal ministro Salvini per rinfocolare l’odio dei suoi elettori verso “l'altro”, caso mai tale odio rischiasse di attenuarsi. Proviamo dunque a riflettere su questo momento politico a partire dalla relazione che il 17 giugno, presso la comunità monastica di Bose, è stata tenuta dall’ex direttore di «Repubblica», Ezio Mauro, dal titolo «Vivere la polis oggi». Inevitabilmente l’intervento si è incentrato sulla situazione che sta attraversando l’Europa (e con essa l’Italia), e cioè su come fronteggiare una delle ondate migratorie più consistenti e lunghe degli ultimi decenni. Mauro ha introdotto l’argomento partendo dall’episodio biblico di Gen 4,9: il confronto tra i due fratelli Caino e Abele. Quando il Signore chiede a Caino dove sia suo fratello Abele, la sua risposta è spiazzante: «Non lo so. Sono forse il custode di mio fratello?». Emerge qui il concetto di responsabilità, uno dei pilastri della politica e delle democrazie occidentali, fondate per offrire ai membri delle varie comunità garanzie e diritti che non si possono mettere in discussione. Tali principi non derivano di per sé da un credo religioso. Sono la base dell’etica che contraddistingue le democrazie (e che non si trova infatti nei regimi dittatoriali). Purtroppo sembra che oggi questo senso di responsabilità sia venuto a mancare, persino nei politici scelti a ricoprire le cariche più alte dello stato. Mauro ha citato per es. l’episodio dell’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, che, quando si trovò di fronte al Gran Giurì per rispondere del caso Lewinsky, alla domanda «Perché lo fece?», rispose candidamente: «Perché avevo il potere di farlo». Un potere che, secondo qualche presidente Usa, non risponde ad altri che a se stesso. La politica deve al contrario intercettare le inquietudini dei cittadini, risolverle e non alimentarle ad arte. Esattamente il contrario di quello che sta accadendo in molti Paesi dell’Europa, compreso il nostro. In Italia le ultime campagne elettorali hanno usato come cavallo di battaglia i problemi derivanti da una massiccia immigrazione dai Paesi africani e asiatici. Problemi che possono portare alla percezione da un lato di insicurezza crescente e dall’altro alla sensazione di offrire dei privilegi agli immigrati e di offrirli a scapito degli “indigeni”. Purtroppo, sostiene Mauro, facendo leva sull’interesse, l’ideologia di destra sta diventando «senso comune», mentre i partiti di sinistra nicchiano e hanno fallito nel loro scopo di presentarsi come sostenitori dei lavoratori e delle classi disagiate. Recentemente è stata messa in discussione la Convenzione di Dublino (il trattato internazionale multilaterale in tema di diritto d’asilo) e gli stati europei, che fanno parte del gruppo di Visegrad (Rep. Ceca, Slovacchia, Polonia, Ungheria), sono intenzionati a non entrare nella spartizione delle quote di migranti. L’Ungheria ha addirittura votato negli ultimi giorni una modifica alla sua Costituzione in cui si afferma che diventa illegale dare asilo e aiuto agli immigrati. Purtroppo sembra che a questo gruppo potrebbero aggiungersi anche Austria e Italia. Emblematico, secondo Mauro, quel che è successo a Gorino, un paesino del delta del Po: gli abitanti si sono rifiutati di accettare nella loro comunità 12 donne africane con i loro bambini. La motivazione? «Qui non c’è niente neanche per noi». Si potrebbe obiettare che nei paesi occidentali si ha fin troppo a propria disposizione e si spreca anche molto; quindi che con una più equa ridistribuzione delle ricchezze si potrebbe vivere meglio tutti, “indigeni” e “forestieri”. Detto ciò, bisogna riconoscere che i problemi reali della gente comune comunque sussistono: la difficoltà di vivere nelle periferie delle grandi città, la precarietà quotidiana per mancanza di lavoro, la crisi economica che ci attanaglia ormai da un decennio. In particolare, Mauro indica come compito dell’Europa e dunque dell’Italia garantire il lavoro e le opportunità per ottenerlo. Il migrante − che sia uno sfollato a causa dei cambiamenti climatici o un rifugiato che scappa da una guerra − come tutti anela innanzitutto alla libertà. Solo in un secondo momento, scopre di avere la facoltà di accedere ai diritti di cui godono tutti i “garantiti” delle democrazie, cioè di noi cittadini della polis. Le democrazie possono perfino prevedere qualche ingiustizia, ma non le esclusioni e offrono garanzie ai membri della comunità. Gli immigrati vengono trattati dalle miopi campagne di respingimento come corpi, come numeri e non come persone ed esseri umani; si svaluta così a grandi passi il valore universale dei principi delle democrazie e si rischia di far fiorire anche in Europa la tesi dell’«uomo bianco», che Mauro definisce «figura biopolitica», come già successo in passato in Sudafrica con l’apartheid e negli Stati Uniti con la segregazione razziale. È un’epoca la nostra in cui i vincenti (i ricchi) credono di poter fare a meno dei perdenti (i poveri) e questi sono lasciati andare alla deriva. Fin qui Mauro. Se però un giorno tutti i perdenti (in questo caso tutti i non italiani, coloro che sono temuti perché "ci portano via lavoro, cultura e identità" si fermassero, incrociassero le braccia, addirittura se ne "tornassero a casa loro", il nostro mondo “di ricchi o para-ricchi” si sfascerebbe in un attimo. Non solo perché i "ricchi" non sanno vivere senza il lavoro dei "poveri", ma anche perché uno è ricco in contrapposizione a uno che è povero e perché è in questa "distanza" che risiede il privilegio tanto amato e difeso. Per essere ricchi i ricchi hanno bisogno dei poveri.

 452

 Lo si ripete spesso, ma forse questa volta è proprio vero: stiamo assistendo a cambiamenti epocali che ora travolgono anche il nostro paese. Trump conquista la più grande democrazia del pianeta, Putin consolida il suo controllo autoritario sulla grande Russia, entrambi invocano esplicitamente il primato degli interessi nazionali ed esercitano una forte influenza sui molti che li guardano con ammirazione. L’Europa Unita è minata dalla Brexit, dalla crescita dei partiti neofascisti e dei “populismi”, dalla deriva autoritaria e razzista del gruppo di Visegrad. Per ora il cuore dell’Europa, Francia e Germania, ha saputo porre un argine a questi fenomeni grazie ad accordi politici che non sembrano riproducibili in altri paesi come il nostro. Nel momento in cui scriviamo queste righe, in Italia si profila un inedito esecutivo guidato da un movimento difficilmente inquadrabile da un punto di vista ideologico e con una capacità di governo tutta da dimostrare. Il principale alleato, invece, ha chiarito fin troppo bene il suo posizionamento lepenista ed essendo anche il più vecchio dei partiti italiani può contare su una classe dirigente che ha dato prova di saper ottenere ciò che vuole. La presenza ingombrante di un Berlusconi ora riabilitato, e comunque mai sconfessato dalla Lega, lascia intendere che alcune delle più promettenti istanze del M5S – come legge sul conflitto di interessi, lotta alla corruzione e alla mafia – verranno per l’ennesima volta diluite se non del tutto accantonate. Gli altri partiti o non hanno nessun peso politico o non intendono farlo contare, come nel caso di un PD tenuto in disparte dai calcoli di colui che ne determina l’indirizzo. Lo spessore umano e politico di questa legislatura, insomma, non consente di immaginare che il nostro paese possa affrontare i problemi che lo affliggono e tanto meno quelli di un quadro internazionale sempre più preoccupante. Ciò che scuote l’Occidente dal suo cuore americano fino alle sue estreme propaggini nei territori dell’ex impero sovietico è un profondo e diffuso malessere. L’ultima crisi ha colpito duramente ceti medi e lavoratori, i quali per di più, in quanto principale base contributiva, hanno pagato l’intervento pubblico per salvare gli istituti finanziari che avevano generato la crisi (nella generale demonizzazione dell’intervento pubblico solo un certo tipo di eccezioni sono ancora auspicabili). Il sistema che ora (bisognerebbe scrivere ancora, perché era già successo nel 1929, ma la storia non insegna mai nulla) mostra le sue falle – e che sempre più spesso viene messo in discussione non appena al popolo sovrano è concesso di esprimersi – è quello del sistema di potere economico-politico-ideologico degli ultimi decenni. Qualcosa di simile si era verificato nei ruggenti anni Venti americani; poi la brutalità della crisi aveva costretto gli Usa a trattenere con politiche “keynesiane” i peggiori istinti del capitalismo con una più equa distribuzione della ricchezza. Questa e un maggiore consenso politico hanno poi sostenuto la potenza americana e la crescita dell’intero Occidente nel secondo dopoguerra. Per alcuni decenni, l’Occidente capitalista ha condiviso col suo nemico – l’Oriente comunista – una certa attenzione al mondo dei lavoratori. Al di là dell’ideologia e di una sobria sicurezza sociale, sull’effettiva capacità del socialismo reale di prendersi cura dei lavoratori si possono nutrire non pochi dubbi, ma gli effetti più positivi il sistema sovietico li ha forse ottenuti in modo indiretto in Occidente, dove la minaccia comunista ha pesato sul piatto della bilancia dello stato sociale. Tutto questo è finito con Reagan, Thatcher e la caduta dell’Impero sovietico. Il capitalismo, senza più freni politici interni ed esterni, dagli anni Novanta ha riprodotto le condizioni della nuova crisi. Come la classe dirigente liberale degli anni Venti e Trenta, una classe politica diversamente piegata all’ideologia capitalista ha assecondato e servito i profitti di pochi perdendo progressivamente il contatto con i molti. Ora come allora, nel disorientamento generale le democrazie e i partiti tradizionali si indeboliscono mentre si rafforzano le tentazioni sempliciste dei nuovi nazionalismi, autoritarismi, delle chiusure identitarie, razziste, ecc. Giocare con questi fenomeni, tollerarli, sottovalutarli, pensare di gestirli è giocare con il fuoco. Lasciarli fare pensando “tanto peggio tanto meglio” è follia irresponsabile. Purtroppo lo abbiamo già visto e pagato carissimo. Denunciare i “populismi” (termine onniesplicativo per dire “antisistema”) non serve a risolvere i problemi dei popoli né a scongiurare i loro errori elettorali. Ostinarsi a far sacrifici a Mammona può giovare al benessere dei suoi sacerdoti, ma la storia insegna che è tragicamente miope, e lo spirito insegna che è anche poco evangelico.

 451

Dopo l'orgia di promesse elettorali megafonate da imbonitori d'ogni età; dopo insulti e minacce reciproche, gridate da bravacci alla don Rodrigo e da Masanielli da Vespri napoletani; dopo l'inflazione di sottilissime analisi politiche dei risultati: un vero bisticcio di detti e contraddetti a conforto del Delfino della propria parte e sottoparte; dopo le più curiose ipotesi di alleanze, di patti maggioritari e minoritari, di governi alla carta e di governissimi trasversali, consociativi, di abbracci tra «oves, boves et universa crava», di compromessi storici e di storiche rotture, tutte e tutti puntualmente smentiti, ieri, oggi e domani, non resta che rifugiarci nella retorica tardo-barocca, che di parole buttate al vento ben aveva esperienza e, in certa misura, sottile capacità di giudizio. Dobbiamo al librettista Iacopo Badoer (1603-1656) il rilancio operistico della massima: «Un bel tacer non fu mai scritto» e a Metastasio (1698-1782) l'esegesi madrigalista di questa lode del silenzio: «Un bel tacer talvolta / ogni dotto parlar vince d’assai». Talvolta, dunque, meglio il silenzio che solenni parole destinate alla precarietà del quarto d'ora. Un silenzio non mosso da sdegnosa superiorità al nostro presente, di cui ogni adulto è, in diversa misura, responsabile, ma da desiderio di decantazione e di riflessione. Il futuro non nasce dalle acque torbide di tempeste e diluvi, ma dai nuovi depositi di terra fertili e dalle nuove correnti di limpide acque, rese possibili dagli sconquassi dell'assetto antico. Doveroso è allora navigare a vista, come fanno i marinai nel caso di fitte nebbie che precludono l'orizzonte. E navigare a vista non vuol dire, in politica come nei viaggi per mare, non avere un obiettivo, ma saper aggiustare la rotta per raggiungerlo, non sacrificare il presente al futuro, il contingente storico a un ideale assoluto, destinato peraltro a non trasformarsi mai da sogno in realtà, se non grazie al contingente e come contingente, sia pure ulteriore. Persino l'ulteriorità, come l'“essere” e la “verità”, si dice in molti modi. Può, forse, essere evocata come definitiva per le religioni, mai per la politica (da polis), che non nasce nella Gerusalemme davidica, ma nell'Atene di Pericle. La politica ha certo avuto una sua preistoria tribale e una sua protostoria monarchica, quando le tribù si sono unificate in popoli, ma solo come democrazia ha davvero iniziato il cammino storico che l'ha portata a noi, come processo sempre ancora incompiuto e, grazie all'illuminismo, nella forma di repubblica costituzionale. È al fine di ripensare e riprogettare per il nostro oggi, che sborda oltre il nostro ieri e il nostro domani (nostro di nonni/e, padri/madri, figli/e e nipoti) che torna utile un “bel tacere”, assai più di “un forte gridare”. Arroccarsi a difesa dei piccoli santuari, salvati dalla marea montante dei cosiddetti populisti, serve a poco, come a poco serve affannarsi a smantellarli il più rapidamente possibile. Tanto Renzi, quanto Berlusconi, D'Alema e compagni si sono o si stanno demolendo da soli. Hanno dato quello che credevano di avere da dare e non valeva, a quanto pare, più di un momento di controversa pubblicità. Di Maio e Salvini saranno messi alla prova e indotti in tentazione, non riteniamo da Dio e neppure da Satana. Come se la caveranno lo vedremo, tra non molto. Se formeranno o non formeranno un loro governo tandem, a staffetta, a colpi bassi, seraficamente foriero di rosei futuri, non possiamo prevederlo. Mettere le sinistre d'ogni particola e particella sotto il mantello del “buon Bergoglio”, nella speranza che la “bergoglizzazione” di primi e secondi ministri distrugga, a vantaggio di questa o quella consorteria, il suo preziosissimo tentativo di laicizzare tanto la chiesa quanto lo stato, sarebbe criminale oltre che illusorio. Tacere!? Ma per fare che cosa, oltre che “seguire a vista” quello che il presente nel suo divenire ci mette davanti e reagire, avendo come stella polare la Costituzione? Per riconquistare, nel nuovo contesto storico economico e sociale, la capacità di scendere alle radici più autentiche della politica democratica. Politica, per definizione laica, incarnata, proiettata ad attuare le sue riforma nell'oggi, con preveggenza e senza fanatismi metastorici. Democrazia che, per non degenerare in demagogia, deve promuovere la parità nei diritti umani a tutti e ai cittadini eguaglianza di fronte alla legge. Che, per restare se stessa, avrà cura di normare il diritto di voto dei cittadini all'interno di un sistema elettorale capace di favorire l'aggregazione politica delle loro rappresentanze, così che gli eletti, attraverso un pubblico confronto, possano maturare un programma e formare governi non soggetti a ricatti e a condizionamenti di parte, in grado cioè di realizzare quanto promesso e di assumersene la piena responsabilità.

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