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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 445

Straniero vuol dire estraneo, strano, extra, strampalato, fino a vederlo fuori dall'umanità, quando identifichiamo col genere umano questo piccolo nostro villaggio del pianeta, nel quale abbiamo queste facce e parliamo questo particolare linguaggio. I greci antichi chiamavano barbari gli stranieri perché parlavano in quel modo impossibile – ba-ba-ba – di cui non si capiva niente. Perciò barbari. Che è diventato sinonimo di selvaggi, quelli che vivono ancora nelle selve, mica come noi! Oppure primitivi, quelli all'inizio dell'evoluzione, mentre noi ne siamo la punta avanzata... Chi è lo straniero? Non saremo magari noi, che ci facciamo estranei, naturalmente superiori, a chi non è come noi? Riconoscere l'altro non è facile, proprio perché è altro (L'Altro. Un orizzonte profetico di Ernesto Balducci nel 1991 prevedeva il nostro problema di oggi, con un pensiero profondo). Ma ogni volto è umano solo se si specchia in un altro. «Ama il prossimo tuo come te stesso». È un comandamento di sopravvivenza. Se non amo l'altro, se non lo aiuto, se non lo favorisco, instauro la legge dell'abbandono: abbandonando lui, anch'io sarò abbandonato. Allora chiedo, per giustificarmi: ma chi è il mio prossimo, chi è come me? Neppure il vicino, neppure il mio familiare mi è prossimo se non mi faccio io prossimo, risponde il vangelo del Samaritano (in Luca 10). Questa non è religione, è il minimo di umanità (che è la vera religione). In quella parabola, due funzionari religiosi abbandonano il ferito, un eretico si avvicina, sente il suo dolore nelle proprie viscere, diventa il suo prossimo, se ne prende cura, l'umanità torna ad esistere. Il sentimento viscerale di molti, troppi italiani (per non dire degli europei) è oggi ostile agli stranieri che arrivano disperati. Malfattori politici si fanno imprenditori del razzismo, mala erba facile da coltivare e da raccogliere. Il marcio del fascismo torna a puzzare. Il governo tratta con gli sfruttatori e tormentatori dei poveri in fuga, invece di organizzare una campagna di accoglienza, negli spazi e nei modi civili che sarebbero possibili se si spendesse in umanità quello che si spende in armi pericolose e provocatorie, da noi passate anche a governi belligeranti, contro la nostra legge. E intanto il governo si astiene (per sudditanza Nato) e non ratifica la proibizione Onu delle armi atomiche, che è l'opposizione della legge umana ai due maggiori folli Kim e Trump che minacciano genocidio atomico. La vera paura e vergogna, oggi, è questa miserabile avversione diffusa nel popolo italiano di sudditi, verso lo straniero in fuga, in cerca di rifugio. Che in un grande movimento di popoli ci sia anche chi delinque, è normale, ma non è delitto cercare riparo, che è diritto umano. Ci sono delinquenti tra noi sistemati, non solo i personaggi della cronaca nera, ma delinquenti anche più gravi perché più potenti. Ci sono anche migliaia di modeste reali efficaci azioni di accoglienza, protezione, promozione, integrazione dei profughi, che non fanno notizia, non sono “notiziabili” (come si dice nel film di Andrea Segre, L'ordine delle cose, da vedere per sapere cosa avviene in Libia). E l'integrazione è una realtà anche economica e demografica: le cifre dicono quanto il lavoro e l'impresa degli immigrati contribuiscono al nostro Pil, pagano le nostre pensioni, e quanto l'immigrazione ringiovanisce il nostro popolo infecondo. Negare la cittadinanza a chi è nato e cresciuto da italiano è stoltezza: l'emarginazione produce estraneità e avversione. Ma l'integrazione non è assimilazione: la diversità delle culture è ricchezza di vita: nel dialogo tra culture diverse avviene una «fecondazione reciproca» (Raimon Panikkar) che rivitalizza ognuna e la scuote dall'autocontemplazione sterile. Nel mese di ottobre, da 16 anni, in molte decine di città italiane, avvengono importanti incontri di amicizia, di dialogo umano e spirituale, tra cristiani e musulmani. Allora, se non sappiamo incontrare lo straniero, gli stranieri siamo noi, che ci tagliamo fuori dal cammino umano, ormai arrivato provvidenzialmente alla necessità di convivenza planetaria di tutti gli umani.

 443

Le elezioni presidenziali 2017, con le successive legislative, resterà un evento di grande rilevanza nella storia della Francia e molto probabilmente dell’Europa. Il 7 maggio 2017 i francesi hanno eletto il più giovane Presidente della 5° Repubblica, un uomo quasi sconosciuto al pubblico appena tre anni prima e guardato con sufficienza quando, 12 mesi fa, creò il suo movimento «En Marche!»: Emmanuel Macron. Dalla nascita delle istituzioni della V Repubblica è la prima volta che al secondo turno mancano allo stesso tempo sia il candidato dell'area " gollista (o della sua discendenza)" sia quello dell’area socialista. I partiti tradizionali “di governo” sono letteralmente caduti a pezzi. Il sistema elettorale a doppio turno ha virtuosamente condotto i cittadini francesi a essere protagonisti della scelta finale, e, nonostante l’alto numero di astensioni o di schede bianche, essi hanno risposto con responsabilità e coraggio. Dimostrandosi responsabili protagonisti di una democrazia matura, i francesi che sono andati a votare per le successive elezioni legislative hanno confermato le loro scelte offrendo al nuovo Presidente una schiacciante maggioranza parlamentare – mai più vista dai tempi di De Gaulle −; fedeli al principio per cui un governo deve essere messo in condizione di governare, ed essere poi giudicato sul suo operato.

I due candidati selezionati per il secondo turno − Emmanuel Macron e Marine Le Pen − prima ancora che due ideologie o due ispirazioni politiche. esprimono due atteggiamenti culturali e due visioni antropologiche opposte. Due antropologie che percorrono e dividono la Francia (e a ben guardare anchele principali democrazie europee e occidentali) in questo inizio di millennio, caratterizzato dall’irrompere della globalizzazione nella vita di tutti i cittadini della terra, e di cui gli occidentali non sono più i soli beneficiari, ma anche chiamati a pagarne il prezzo. Onore al merito di questo sistema elettorale per aver obbligato i francesi a guardare in faccia i propri fantasmi, a scavare nel profondo di paure e speranze, per poi scegliere da che parte schierarsi. Due antropologie relativamente facili da sintetizzare negli slogan: “In cammino!” da una parte; “Indietro tutta!” dall’altra.

La collera contro un mondo che non è più quello di una volta, il ripiegamento identitario su sé stessi, il rifiuto della novità e del cambiamento, la fede nelle formulette semplicistiche, la caccia alle streghe e ai colpevoli di tutto, la psicosi del complotto, non sono riconducibili esclusivamente all’espressione politica del Front National. Abitano in profondità il voto dell’estrema sinistra, occupano gli armadi della destra repubblicana come i salotti della sinistra frondista. Ritroviamo l’antropologia del “fermate il mondo, voglio scendere!” nel programma di Marine le Pen all’estrema destra (per es. la sovranità francese fuori dall’Unione Europea e dall’Euro; le frontiere nazionali; la “preferenza francese” e il protezionismo selettivo; il ritorno alla pensione a 60 anni e al precedente Codice del Lavoro), come in quello di Jean Luc Melenchon all’estrema sinistra (proibire i licenziamenti e abrogare la Riforma del Codice del Lavoro; rifiutare i Trattati Internazionali e uscire dall’Unione Europea e dall’Euro; adottare una politica protezionistica e ritornare alla pensione a 60 anni). Il che non significa che su altri punti (l’accoglienza di tutti i migranti per l’uno; l’espulsione di tutti gli islamisti per l’altra) le visioni siano poi radicalmente diverse.

Vi si è opposta una antropologia che guarda con coraggio il mondo in evoluzione, che accetta la sfida, che, per non rinunciare ai valori di fondo, sa di dover pagare un prezzo e cambiare profondamente. Una antropologia che fa lo sforzo di conoscere la verità, anche quando è complessa e sgradevole, di prendere dei rischi, di girare senza isterici rimpianti la pagina delle certezze dei padri, di sporcarsi le mani, di partecipare e prendersi la responsabilità, di proporre “come” fare. La forza del programma di Macron sta in questa antropologia, espressa da tremila gruppi di lavoro, cui hanno partecipato in maggioranza semplici cittadini e non politici di mestiere, e che ha prodotto proposte concrete invece di anatemi (per es. fissare obiettivi di risultato al Servizio Pubblico; introdurre l’apprendistato in ogni percorso scolastico professionale; lanciare un prestito senza ipoteca ai giovani agricoltori; creare un Quartier Generale Europeo per la Difesa).

Paradossalmente il confronto più aspro di queste due antropologie si è imperniato sulle modalità concrete di dare volto politico alla utopia della Solidarité, che campeggia sulla facciata di tutti i municipi di Francia. I francesi avevano la scelta fra ritornare al Codice del Lavoro del 2007, oppure andare ancora oltre la Riforma del 2017. Hanno scelto la seconda, l’opzione Macron. Hanno scelto il rischio e la flessibilità di privilegiare gli accordi aziendali alle sicurezze e rigidità dei dispositivi legislativi; hanno scelto di adattare i ritmi di vita a durate di lavoro variabili tra 35 e 44 ore settimanali in funzione degli accordi negoziati all’interno di ogni impresa tra imprenditori, sindacati e rappresentanti dei lavoratori. Hanno scelto di credere nella società civile prima che nelle regole imposte per legge. E hanno poi dato fiducia alle liste elettorali de La Republique en Marche (LRM, il movimento di Macron), composte di candidati al Parlamento equamente e accuratamante ripartiti tra uomini e donne, politici di professione e cittadini senza esperienza politica.

I francesi avevano la scelta tra mantenere l’esclusivo beneficio dell’assegno di disoccupazione a categorie ben precise (i soli francesi per alcuni, i soli lavoratori dipendenti licenziati per altri), oppure trasformare l’assegno di disoccupazione in un diritto di tutti i cittadini, limitato nell’importo e nelle modalità di attribuzione. Hanno scelto la seconda opzione, quella di Macron. Hanno scelto di fare un passo in avanti, invece di un passo indietro. L’assegno di disoccupazione è nato per proteggere i salariati che perdono il lavoro; in un mondo in cui i salariati diminuiscono inesorabilmente, mentre aumentano i lavoratori indipendenti (specie quelli che guadagnano poco) è urgente trasformare la solidarietà di categoria in solidarietà di cittadinanza. Una scelta antropologica progressista, la scelta della maggioranza degli elettori francesi. Forse la maggiore sfida a venire non risiederà tanto nella traduzione in riforme delle promesse elettorali, quanto nella capacità di recuperare alla vita politica, sociale, produttiva o alla vita “tout court” tutti i perdenti della globalizzazione che hanno espresso il loro disagio con i voti “Indietro tutta” di estrema destra e di estrema sinistra, o ingrossato a dismisura le fila degli astensionisti.

L’elezione di Emmanuel Macron a 8° Presidente della Repubblica francese non è solo un terremoto nel sistema dei partiti tradizionali è un giro di boa cultural-antropologico, un alzare lo sguardo verso orizzonti ancora tempestosi, ma affrontati con la volontà di riuscire a traghettare valori e principi in un mondo aperto e nuovo.

Stefano Casadio

 442

Dobbiamo chiudere una prima riflessione sull'elezione presidenziale francese, senza poter aspettare il risultato del ballottaggio, che tutti danno prevedibile. Nel primo turno Emmanuel Macron, che rappresenta il centrismo, ha superato Marine Le Pen, alfiere della demagogia nazionalista, quella che serpeggia in popoli europei contro altri popoli umani e vuole indurire i confini. L'effetto dei ripetuti attentati jihadisti che hanno colpito la Francia ha spinto i francesi a votare, ma non li ha spinti nelle braccia della candidata nazionalista e islamofoba, che diceva: «Je suis la candidate du peuple». Tuttavia la Le Pen ha fatto il record dei propri voti, e il gemello italiano Salvini esulta. Riteniamo che la coscienza europea debba vigilare sul veleno della de-politicizzazione: “polis” vuol dire “molti insieme”, sapendo convivere mediante l'arte politica della “tessitura” (Platone), della composizione dei diversi interessi e prospettive umani compresenti nella società. E questa arte si esercita esprimendo e confrontando senza violenza le attese e le volontà, non consegnando le decisioni a leaders sostitutivi. Pare che questa elezione rappresenti la fine dei partiti storici, che avevano questa funzione democratica, la quale dovrà in qualche nuovo modo essere ripresa, senza le ideologie fisse, ma non senza idee e culture più ampie e internazionali. Ci si può chiedere se l'affermazione di Macron “né di destra né di sinistra” (lo diceva anche Mussolini nel '19) sia solo uno svincolarsi da schemi passati, o se non sia l'illusione di non dover comporre, come sempre, la libertà con la giustizia. Questo era essenzialmente il problema destra-sinistra, e non si vede come possa non ripresentarsi sempre. Inoltre, la sconfitta sonora dei partiti tradizionali conferma la tendenza personalistica, a-ideologica (non è del tutto un bene), delle scelte politiche, ristrette sulle alternative brevi, esposte alle influenze immediate. La politica ha bisogno di ideologia (non è una parolaccia), nel senso di una cultura dell'umanità e della storia, delle alternative grandi e lunghe. La politica dipende dalla filosofia di vita di ogni elettore, di ogni democrazia. I partiti tradizionali indicavano le grandi alternative ideali-pratiche della società. Proponevano una unità sociale a valle della soluzione dei gravi problemi di divisione. Ogni proposta politica proponeva una unità (o tendenza maggioritaria all'unità) intorno al proprio valore primario (giustizia; libertà). Oggi le alternative reali sono "sfumate", prevalgono le scelte grossolane: sicurezza/paura, isolamento/federazione; sovranità/federalismo e internazionalismo. La politica è stretta sull'unità negativa, piccola: «Partito della nazione» (Renzi); un troppo generico «En marche» (Macron). La tentazione nazionalista del separatismo-sopraffazione, alla fine vorrebbe dire guerra: economica, sociale, culturale, se non militare. Però è un segno positivo che i popoli non cedano alla violenza di fatto, strutturale, delle oligarchie economiche non elette da nessuno. I popoli sono stanchi, arrabbiati, disorientati in buona parte, e tentati dalla proposta nazional-egoista, contraria ad una storia inter-umana e umanizzante, come richiede ormai la realtà interdipendente del pianeta umano e dell'ambiente vitale. È compito del dibattito culturale, della autorappresentazione delle società, e delle coscienze personali,  prospettarsi una politica composita del locale e del planetario, bisognosi l'uno dell'altro. La linea culturale-politica che ci appare sempre più necessaria è il cosmopolitismo democratico, l'amicizia tra le culture e le religioni (che sono culture profonde, cioè cosmologie e antropologie radicate, nonostante gli sconvolgimenti delle forme), la parentela civile tra i popoli (diritto universale di movimento e jus soli: tu sei cittadino della comunità-popolo dove sei, dove vivi e collabori con ragionevole stabilità, e non sei selezionato per il sangue, la pelle o l'origine). Si tratta di un lavoro culturale molecolare, al di sotto dell'informazione rumorosa e delle immagini imperative.  Le Pen ha vinto soprattutto a sud-est e a nord-est. A ovest ha vinto persino Melenchon in alcuni posti. L’elettorato di Le Pen sarebbe diviso a sua volta: a nord est nelle zone industriali in crisi l’hanno votata gli operai abbandonati dalla sinistra socialista liberista (vedi Trump nelle zone ex industriali). A sud-est, invece, l’elettorato sarebbe la più tradizionale classe ricca, clericalreazionaria, possidente, e farebbe riferimento soprattutto all’altra Le Pen, la nipote. Al solito le estreme destre nascono e fanno abboccare le masse di disperati, disagiati, arrabbiati. Quando poi vanno al potere fanno gli interessi degli altri. Certo, se i socialisti facessero i socialisti non si porrebbe il problema degli operai che votano destra. Macron ha prevalso grazie alle grandi città. Le campagne avrebbero votato Le Pen. In Usa Trump è stato eletto nelle provincie, battuto nelle città. In Gran Bretagna le città erano per rimanere in Europa. L'aria della città rende liberi? I poteri di fatto comandano di più dove minori sono scambio dibattito, incontri? E di più dove arriva l'informazione standardizzata? Il rapporto umano libero e critico funziona di più nella città di massa e meno nelle comunità, che pure si direbbero a misura più umana? La cultura civile critica ha dunque bisogno di istituzioni e reti, e non basta il contatto diretto privato a dare libertà di pensiero? Sono domande. Rimane l'incertezza delle elezioni parlamentari in giugno, ma la prevedibile presidenza di Macron prospetta una politica francese europeista. Bene. Ma occorrerà ricordare che l'Unione Europea ha bisogno di una mutazione umanistico-sociale, superando l'economicismo che la governa: sovrani non siano il denaro e i commerci, ma le persone e i popoli di persone, per avvantaggiare gli svantaggiati, e non viceversa. L'umanesimo sociale che continuamente propone Francesco, vescovo di Roma, è sostenuto dalla fede, ma non dipende dalla fede, è laico, universalista. Francesco – una reale guida politica, che anima e non accaparra e non sostituisce orientamenti politici umani - è venuto dall'America Latina a ricordare all'Europa la sua anima, è venuto dal continente che l'Europa conquistò violentemente (anche nel nome e nelle lingue parlate), ma al quale, dopo secoli, chiese pane  per i propri emigranti. Francesco, figlio di emigranti, è figura attuale di cittadino del mondo. Eletto da qualche decina di vecchi cardinali, si rivela una buona scelta. Votare tutti è giusto e necessario. Votare bene è ancora meglio.

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