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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 470

Se tu non vai a Sanremo, non è detto che Sanremo non venga da te. Le canzoni di Sanremo non sono in cima agli interessi della redazione del foglio (purtroppo?), ma nessuno di noi ha potuto esimersi dal leggerne di tutti i colori sul monologo di Roberto Benigni sul Cantico dei Cantici in mondovisione. Commenti entusiasti o critici, di cattolici di sinistra e cattolici di destra, di parte ebraica, chi lo ha trovato blasfemo chi irritante chi affascinante e chi perfino geniale. Un dato è certo: è una benignata, non una lectio magistralis. Benigni è un comico. Con questi limiti, ha sdoganato un libro dell’Antico Testamento (o della Bibbia ebraica), ignoto ai più. Leggere e attirare l'attenzione sulla poesia e sulla Bibbia nei media è sempre un'operazione importante e interessante. Dobbiamo temere la contaminazione col pop? Ed è interessante e importante anche citare la bibliografia di un intervento a Sanremo, in un'epoca in cui si fa fatica a dichiarare fonti e difendere l'autorità di studiosi e scienziati (cioè di qualcuno che ne sa un po' di più dell'amico su Facebook).

Nel merito, la scelta del Cantico è stata “furba” per un contesto come Sanremo e forse ha fatto in fin dei conti un buon servizio alla causa della necessità di (ri)leggere la Bibbia per capire la nostra cultura e il nostro mondo. Tanto per fare un solo ma significativo esempio: come si capisce lo Stil Novo senza questa tradizione di testi erotico-mistici?

«In un Paese afflitto da un drammatico analfabetismo biblico, il segnale è positivo e non va sottovalutato. Così, milioni di italiani hanno appreso che il Cantico dei cantici esiste» (Brunetto Salvarani). Infinitamente di più di quelli che hanno partecipato il 17 gennaio alle iniziative della Giornata del dialogo ebraico-cristiano, il cui tema era appunto il Cantico. O di quelli che parteciperanno al convegno nazionale di Biblia su «Sogni e visioni dalla Bibbia a oggi» che si svolgerà a Torino dal 27 al 29 marzo. Non si può comparare i milioni di persone che è in grado di raggiungere un intervento pop come questo rispetto alle decine, forse qualche centinaio di persone di un convegno scientifico.

La biblista Rosanna Virgili su «Avvenire» ha dovuto ricordare a un lettore incredulo che la chiesa cattolica ha impedito per secoli l’accesso alle Scritture. A forza di citazioni di documenti papali ha mostrato come dopo il Concilio di Trento (1545-63) «le traduzioni principali furono considerate fuorilegge e per due secoli nessuna Bibbia in traduzione venne pubblicata in Italia e per altri due secoli la Bibbia non apparve nelle case dei cattolici». E come solo il Concilio Vaticano II con la Dei Verbum «stabilisca una vera cesura con il passato circa la conoscenza e la diffusione della Bibbia nella Chiesa cattolica. Siamo nel 1965: poco più di cinquant’anni fa».

Ci ha lasciati perplessi l'esacerbazione unilaterale ai fini dello spettacolo della lettura philologically correct e quindi la mortificazione della forza polisemica del testo e la cancellazione di secoli di letture e interpretazioni, che appartengono di diritto alla storia della tradizione, oltreché alla fortuna di questo testo. Forse l’esacerbazione sessuale è spiegabile come intenzione polemica contro un'educazione sessuofobica. Benigni per essere politicamente corretto ha anche infilato nel Cantico omosessuali e lesbiche. Bene buttar via l'acqua sessuofobica, ma attenzione al bambino che non è solo sesso. Non c'è bisogno di veder organi sessuali e amplessi ovunque per coglier l'eros del Cantico: si pensi ai versetti nel Vespro della Beata Vergine di Claudio Monteverdi, purissimo uso liturgico dell'eros: Nigra sum... Ecce iam hiems transiit... Surge, amica mea…

 469

Alla fine la Lega non è riuscita a conquistare l’Emilia Romagna, la campagna elettorale forsennata e violenta di Salvini non ha fatto crollare la diga emiliana che gli impedisce di dilagare in Italia.

Due sono le ragioni di questa sconfitta. Innanzitutto il buon governo di Bonaccini che ha mantenuto la sua regione tra le più avanzate d’Europa. Poi il movimento delle sardine. Movimento ancora prepolitico, di opinione, che ha riempito le piazze, ma è fondamentale, perché col suo spirito moderato, inclusivo e il suo linguaggio non violento e non volgare ha, per contrasto, messo in piena luce la campagna d’odio, basata su istinti primordiali quali la paura, l’esclusione e il possesso della Lega. Questo ha motivato i molti sfiduciati di sinistra che ormai da parecchio tempo, sempre più numerosi, non vanno a votare (nelle precedenti elezioni in Emilia aveva votato poco più del 30% degli aventi diritto!) per schifo della politica dei partiti che vorrebbero rappresentarli. E ha fatto percepire loro il pericolo di un estremismo di destra al potere.

Non bisogna però farsi illusioni. È solo una boccata d’aria, un breve periodo di tempo guadagnato. Non basta solo la percezione della pericolosità della destra, occorre anche, come è avvenuto in Emilia, mettere in campo una politica in grado di affrontare i molti problemi del Paese ormai incancreniti. Primo tra tutti l’enorme e tendente alla crescita debito pubblico, con la conseguente massa di interessi passivi da pagare che assorbe una parte notevole delle imposte che dovrebbero invece essere impiegate per fornire servizi pubblici all’altezza dello sviluppo del Paese. Se vogliono avere ancora un peso significativo i partiti di centro-sinistra devono rinnovarsi profondamente e mettere al centro della loro azione l’interesse generale e non i personalismi, le loro beghe e i loro giochetti di potere, essere di nuovo centri di elaborazione di programmi e progetti politici, di formazione e selezione della classe dirigente. Ma questo (e sarebbe già molto) purtroppo non basta ancora, perché le chiavi per sciogliere i molti nodi che ci soffocano non sono tutte in mano nostra, ma anche dell’Unione europea e della finanza globale.

Non ci resta dunque che sperare che siano chiari anche a loro i danni che può provocare una destra così aggressiva, ottusa e priva di scrupoli, al potere in uno dei paesi fondatori dell’Unione europea e tra i primi dieci più industrializzati al mondo.

 468

Ancora nel maggio del 1966, a Concilio concluso, Paolo VI parlava della Chiesa come di una «città sul monte», quasi una «Gerusalemme celeste»: una società resa omogenea e autonoma da leggi e da autorità proprie. Una comunità unita e governata da un diritto sociale distinto; una nazione, uno stato sui generis, in quanto, già in terra, ordinata/o al «Regno» (Udienza generale 25/5/1966). «La Chiesa ‒ ribadiva ‒ è appunto una società giuridica, organizzata, visibile, perfetta». E, citando il Compendium juris Ecclesiae, concludeva: «Che la Chiesa abbia forma di società, è un fatto che cade sotto gli occhi di tutti; è infatti a tutti palese l’esistenza d’una moltitudine di cattolici fedeli, congregata dai quattro venti, soggetta ed obbediente alla guida d’un pastore supremo e di altri particolari rettori, munita di mezzi, sia spirituali che temporali, destinati a vantaggio della comunità, e rivolta al fine soprannaturale della visione beatifica» (Mariano Rampolla Del Tindaro, La città sul monte, Roma 1938).

Sono passati cinquant’anni e molte cose sono cambiate, ma solo il 4 dicembre scorso, dopo lunghe consultazioni e riflessioni, i vertici vaticani hanno deciso di abolire il segreto pontificio sulle denunce, i processi e le decisioni riguardanti i delitti citati nel primo articolo del recente motu proprio Vos estis lux mundi, vale a dire nei casi di violenza e di atti sessuali compiuti sotto minaccia o abuso di autorità; di abuso sui minori e su persone vulnerabili; di pedopornografia; di mancata denuncia e copertura degli abusatori da parte dei vescovi e dei superiori generali degli istituti religiosi.

La nuova istruzione specifica anche: «Dette informazioni sono trattate in modo da garantirne la sicurezza, l’integrità e la riservatezza, stabiliti dal Codice di Diritto canonico per tutelare “la buona fama, l’immagine e la sfera privata” delle persone coinvolte. Ma questo segreto d’ufficio non osta all’adempimento degli obblighi stabiliti in ogni luogo dalle leggi statali, compresi gli eventuali obblighi di segnalazione, nonché d’esecuzione delle richieste delle autorità giudiziarie civili».

Siamo di fronte al primo, concreto, inequivocabile passo dell’ormai inevitabile rinuncia della nostra Chiesa a trattare sé stessa e il proprio assetto istituzionale come l’anticamera, se non la quintessenza, del Regno? Siamo al punto di non ritorno di quel processo di demitizzazione e desacralizzazione dell’apparato dottrinale ed ecclesiologico cattolico, premessa a ogni nuovo fecondo dialogo della Chiesa con la modernità, voluto dai promotori e temuto dagli oppositori del Vaticani II?

A giudicare dalla reazione allarmata dei settori più conservatori della Chiesa italiana, verrebbe da dire di sì, visto quanto, in proposito, scrive il nostro alter ego quotidiano e loro fan sfegatato, Giuliano Ferrara: «Il Papa ha scelto di non portare avanti un’azione di contrasto al romanzo gotico decristianizzatore del mondo contemporaneo e con la scusa della pedofilia ha reso il Vaticano ostaggio della giustizia della delazione . Ben scavato vecchia talpa» («Il Foglio» 19/12/2019).

Qui potremmo fermarci, non prima però di aver fatto presente, sia ai nostri lettori più anziani e smemorati, sia ai più giovani, ignari di antiche battaglie, che all’origine di tanto spudorata demonizzazione del pontificato di Bergoglio, non stanno solo i pettegolezzi dei troppi porporati emeriti, delusi e frustrati, alla Viganò, bensì il retaggio di quell’intransigentismo clerical-confessionale a cui, citando il cardinal Martini, papa Francesco addebita «i due secoli di ritardo storico-culturali che vanificano la missione evangelizzatrice della Chiesa oggi» (Discorso alla Curia 21/12/2019)

Quale visione del cristianesimo, infatti, intende difendere Ferrara quando scrive: «Papa Francesco, togliendo il segreto pontificio dagli atti investigativi e processuali canonici, ad ogni livello, fa un passo, più che verso la trasparenza, verso il caos e il mondo, che, come si sa, sono strettamente intrecciati»? Se non il cristianesimo sotto forma di «cristianità», o meglio di «cattolicità politicamente e religiosamente assolutista»?

Così infatti scriveva Donoso Cortes a sostegno del Sillabo di Pio IX: «Il cammino dell’umanità è un mistero profondo, che ha ricevuto due spiegazioni contrarie: quella del cattolicesimo (conoscenza per fede) e quella della filosofia (conoscenza razionale). L’insieme di ciascuna di queste spiegazioni costituisce una “civiltà completa”. Tra queste due civiltà (modelli sociali) vi è un abisso insondabile, un antagonismo assoluto … La “civiltà-società cattolica” contiene il bene senza mescolanza di male, mentre la “civiltà-società filosofica” contiene il male, senza mescolanza di bene» (G. Miccoli, Tra mito della cristianità e  secolarizzazione, p. 58, Marietti 1985).

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