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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 450

La sparatoria avvenuta sabato 3 febbraio a Macerata, potenziale strage, azione dichiaratamente razzista, mirata su uomini dalla pelle nera, ad opera di un uomo che ostenta l'idea fascista, dopo le prime dichiarazioni di indignazione cerimoniale, è uscita dall'attenzione e dalla riflessione politica, sommersa da una rumorosa e misera campagna elettorale. Bisogna ritornare e soffermarsi su quel fatto, non tanto per infierire sul criminale, «smarrito di cuore» (Isaia 35,4), ma per leggerne le radici e cercare gli antidoti. Quella violenza deliberata (approvata, a quanto si sa, da molti messaggi sui social) ha un terribile significato simbolico, come furono le prime uccisioni del terrorismo nero e rosso, negli anni di piombo italiani, come fu l'11 settembre del terrorismo islamista. È il primo delitto razzista dichiarato, nella Repubblica democratica italiana. Ci sono fatti che dicono più di quel che appare. Questo dice la messa in atto dell'odio verso gli immigrati neri, odiati come nemici per il solo fatto di essere immigrati e neri. La riduzione di una persona umana a obiettivo da distruggere, o almeno ferire per dimostrazione, senza sapere nulla di lei, delle sue azioni e pensieri e atteggiamenti e bisogni e qualità, è un atto che nega in radice l'umanità di ognuno di noi, anzitutto di chi approva quel gesto. Un tale gesto ci minaccia più che fisicamente, ci minaccia nel senso del vivere: ridotto a numero in una categoria condannata, sei un semplice bersaglio dell'odio. Sei definito come non degno di vivere, di essere. Nulla di diverso fece lo sterminismo razziale del nazismo. Nulla di diverso fa ogni discriminazione degli umani per l'una o l'altra delle loro caratteristiche e identità, bene individuate come non discriminanti dal prezioso art. 3 della nostra Costituzione. Questo è già avvenuto, questo è avvenuto di nuovo a Macerata. Questo è ciò che non deve mai avvenire, per restare umani, per ritornare ad essere umani. Dobbiamo pur chiederci: è razzismo quello che ora corre nelle vene di troppi italiani, quelli che non sparano ma odiano, evitano, scartano? o è solo paura per la sicurezza "particulare", gonfiata ad arte dagli speculatori politici, sobillatori del male? Gli stranieri sono meno del 9%, ma la percezione dichiarata è del 25%. Chi spaccia e chi beve questo veleno? L'informazione puntata sul sensazionale e sul macabro accentua l'immagine della criminalità straniera rispetto a quella italiana. Eppure il tasso di criminalità degli stranieri è quasi la metà rispetto a quello degli italiani (cfr. Dossier statistico Immigrazione 2017, p. 184: 1076 e 506 su 100mila abitanti rispettivamente per gli italiani e per gli stranieri). Il discorso di un foglio come questo, piccolo, ma rappresentativo di un impegno morale-intellettuale, deve denunciare questo male e concorrere, per il poco che può, a ripararlo nelle menti e negli animi. È solo razzismo epidermico? È solo egoismo privato? Ma cosa rappresenta la manovra politica che manipola l'opinione pubblica? Perché l'informazione, anche quella pubblica, strombazza l'albero che cade e nasconde la foresta che cresce, cioè fa eco alla morte più che alla vita? La politica e le funzioni sociali fanno davvero tutto il possibile per medicare la piaga dell’ignoranza popolare, che della globalizzazione vede le tecnologie mirabolanti, ma non apprezza la ricca varietà umana dei popoli che si incontrano e si scambiano doni di cultura e di collaborazione, e non solo problemi? Perché l'amministrazione politica di questo grande fenomeno delle migrazioni, oscilla tra disorganizzata accoglienza (molto affidata alla buona volontà privata, che è numerosa ma ignorata nell'immagine pubblica) e respingimento demagogico e inumano?

Disprezzo e odio etnico e razziale sono un fallimento dell'umano, perciò della cultura e della politica. L'uso cinico, per farsi dare potere dagli elettori, dell'odio e del razzismo, del disagio sociale, è delitto politico contro il bene comune. Colpevolizzare una categoria, un’etnia, una cultura, per la colpa personale di alcuni, è barbarie e delitto politico. La migrazione per fuggire dal pericolo, per necessità vitale, per condizioni migliori di vita, è un diritto umano universale – per noi stessi lo facciamo ben valere! − e non è un reato, nemmeno se si attende ancora una regolarizzazione: è solo un problema di organizzazione sociale come altri, ed è un afflusso di energie umane nella nostra società invecchiata, una risorsa per la demografia, i lavori meno ricercati, la produttività, il pluralismo culturale, del nostro paese. Lo “straniero” − extra, fuori, strano, estraneo – è figura creata dai recinti dentro-fuori, in qualche misura comprensibili e utili, ma oggi sempre meno. Comunque, ogni con-fine è una fine e un inizio, è una opportunità per la mobilità mentale, prima che fisica, delle persone umane e dei popoli.

La nuvola nera dei nazionalismi inquina i cieli d'Europa, contro la sua vocazione e necessità. E anche i cieli d'Italia, fino a spudorate riprese di simboli e voci del fascismo. Partiti fascisti di sostanza e quasi di nome non avevano diritto costituzionale di partecipare alle elezioni. Il sonno della ragione, della memoria, della civiltà democratica, dell'istruzione popolare, dà spazi di potere a questi pericolosi fantasmi.

Per e con gli immigrati, il popolo italiano sta attuando tante, e non abbastanza conosciute, azioni di umanità e solidarietà verso i loro bisogni materiali e civili, azioni che salvano il nostro onore. La vita sociale, la politica, il lavoro, hanno bisogno anzitutto, per essere decenti e vivibili, di senso umano universale: ogni essere umano ha gli stessi diritti personali e sociali, e gli stessi doveri verso tutti, nella solidarietà, condizione assoluta di vita amica e non nemica, vivibile e non infelice. I rappresentanti politici devono incoraggiare e sviluppare le qualità popolari di convivenza umana positiva e giusta. In questa opera si può sempre fare meglio, ma le chiese e le religioni sono attive, senza clamore, per animare e operare.

Oggi, i problemi reali e decisivi – che la campagna elettorale ha trascurato colpevolmente − i problemi più gravi e pericolosi per tutta l'umanità, perciò i compiti e le opportunità, riguardano la presenza di armi terribili in mano a potenze minacciose, i danni all'ambiente naturale, le ingiustizie e diseguaglianze gravi. È necessario costruire comunicazione e intesa tra le culture umane. Il destino umano è ormai unico, e non particolare. Solo le politiche e le mentalità che capiscono questo universalismo di principio e di fatto, lavorano per il bene di tutti gli umani.

 449

Il panorama non è dei migliori. Proposte pirotecniche, richieste contraddittorie, sovrana irresponsabilità. Aiutiamo i giovani e intanto riformiamo le pensioni, dirottando altre risorse a favore degli anziani. Aumentiamo subito la spesa pubblica in deficit, per ridurre poi, forse... il debito complessivo. Le elezioni non chiariranno chi deve governare? Non importa, torneremo a votare entro sei mesi. Forse si è dimenticato cosa accadde in Italia nei primi anni Venti, e in Germania nei primi anni Trenta a furia di elezioni ripetute e ravvicinate.

Nulla sui grandi temi (pericolo nucleare o riscaldamento globale). Europa, poco e male. Basti un esempio. A un intervento di un commissario europeo sul rischio delle elezioni italiane, una leader del centro-destra ha dichiarato: «L'Europa faccia gli affari suoi». Come se non fossero affari nostri e di tutti gli europei. In quell'Unione europea a cui conviene tenerci ben aggrappati, con tutti i suoi difetti, perché, è banale ricordarlo, ci ha comunque garantito pace e benessere per tre generazioni.

Ciò premesso, si dovrebbe andare alle urne con l'orgoglio di esercitare una delle fondamentali funzioni della sovranità popolare, coscienti che la situazione è molto complessa, che ogni strumento umano è imperfetto e che è auspicabile un sano pragmatismo, senza pensare a palingenesi, né possibili, né augurabili, visti alcuni precedenti storici.

Il voto utile rischia di appiattirsi sull'esistente che non ci soddisfa. Il voto di testimonianza alza lo sguardo verso mete ambiziose, ma lontane, e nel frattempo rischia far vincere il peggio. Si tratta di scelte relative e opinabili. È vero che durante il fascismo nuclei ristretti e coraggiosi mantennero accesa quella speranza che poi produsse la Resistenza e la Costituzione, ma allora come in ogni dittatura il potere non era contendibile, oggi nel nostro sistema lo è. E va conteso a chi ha idee diverse e opposte. Non si può rinunciare alla battaglia, non si può avere una concezione demoniaca del potere politico.

In Italia ci sono attualmente circa 3000 comuni in cui, per merito dei volontari e delle amministrazioni locali, si realizzano buone, talora ottime esperienze di integrazione dei migranti. Piccoli gruppi, buoni corsi di lingua, lavori utili, progetti Sprar ben collaudati. Una forza politica molto aggressiva (i mantra sono «invasione incontrollata» e «islamizzazione dell'Italia») propone esplicitamente la riduzione, se non l'azzeramento dei fondi per questo tipo d'integrazione. Il dilemma voto utile o voto di testimonianza si deve misurare con queste realtà. Paolo Mieli osservava, in proposito, che «in politica contano, sì, le intenzioni, ma non è ininfluente la capacità di costruire qualcosa (ossia le opportune alleanze) che ti metta in condizione di farle quelle cose. Anche in parte. E dovrebbe essere disdicevole che per eccesso di “purezza” tu contribuisca alla vittoria di forze che quelle cose non le faranno mai. Nessuna. Anzi ne faranno di contrarie» («Corriere della Sera», 6/9/2017).

Si aggiunga che è anche difficile fare proposte in tema di diritti ed eguaglianza che non rischino di essere contraddittorie. L’esempio qui è fornito dalla recentissima proposta di abolizione delle tasse universitarie. Quando si dà qualcosa gratis a tutti si avvantaggia chi ha di più, in termini di reddito e di opportunità. Occorre guardarsi da un egualitarismo apparente, buono per uno slogan. Inoltre una misura che può essere accettabile per la sanità, può non andar bene in altri campi. È la stessa critica che a suo tempo provocò l’abolizione generalizzata della tassazione sulla prima casa. Eppure a sinistra l'abolizione delle tasse universitarie ha scatenato applausi unanimi dal «manifesto» a Tomaso Montanari, che l’ha definita «sacrosanta».

Ci sarebbe infine da dire qualcosa sulla partecipazione al voto. La disaffezione è crescente e l’indifferenza diffusa, massima tra i giovani. Il clima è tale che ha provocato un accorato intervento del presidente Mattarella. In parte è un fenomeno fisiologico in tutte le democrazie quando scompaiono le paure per nemici interni o esterni, in parte va ascritto all’affievolirsi della solidarietà sociale con la scelta di modelli di vita molto individualisti. Stili che vanno esaminati, con spirito laico, senza ricorrere a ipotetici corruttori esterni, ma insiti nell’uomo e nella sua evoluzione culturale. In parte ancora può derivare dal ridursi, almeno parziale, del voto di scambio. Meno risorse da distribuire in assistenza, meno voti a chi questa assistenza amministrava. L’analisi dovrebbe essere molto più approfondita, ma se aggiungiamo un forte appiattimento sul presente della vita di ciascuno e un conseguente letargo sulla storia passata e recente, il quadro risulta sufficientemente abbozzato. Del resto se oltre un terzo degli italiani, pare, non si informa mai di politica qualcosa vorrà pur dire.

 448
Nel 2018 si celebra il settantesimo anniversario della proclamazione della Dichiarazione universale dei diritti umani da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Si tratta di un documento d’importanza storica che risponde agli orrori della seconda Guerra dei Trent’anni (1914-1945). Cercando di lasciarsi alle spalle ciò che l’umanità non può più permettersi, la Dichiarazione vuole stabilire i diritti di cui ciascun singolo individuo gode solo in quanto essere umano, a prescindere da qualunque differenza specifica. La Dichiarazione del 1948, quindi, aspira ad essere “universale” perché non intende escludere mai più nessuno e per nessun motivo. Occorre rilevare che si tratta di un paradosso perché questa pretesa di universalità e definitività nasce da un contesto “particolare” dal punto di vista culturale e storico. Il testo si ispira ad altri celebri documenti (es. la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino della rivoluzione francese del 1789; basti pensare che nell’art. 1 si stabiliscono i principi di libertà, uguaglianza e fratellanza) e, più in generale, si nutre del patrimonio valoriale della tradizione occidentale giudaico-cristiana. Nel 1948 solo 10 Stati su 58 non votarono la Dichiarazione. Di questi, ben 6 appartenevano al blocco sovietico: volendo estendere i diritti al di là di quelli ereditati dalla tradizione individualista e liberale, spinsero per il maggior riconoscimento possibile dei diritti economici e sociali e si astennero. Si astenne anche il Sudafrica, per altri e ovvi motivi legati all’apartheid, e non votò l’Honduras. Non sottoscrissero la Dichiarazione anche due paesi arabi: Yemen e Arabia Saudita. Già in sede di discussione della bozza, facendosi portavoce dei paesi islamici, il rappresentante dell’Egitto aveva avanzato obiezioni e riserve di carattere religioso «che non potevano essere ignorate» perché sorgenti «dallo spirito stesso della religione musulmana». La maggior parte dei paesi islamici presenti decise comunque di approvare la Dichiarazione, ma quelle obiezioni ricomparvero tra le motivazioni ufficiali con cui l’Arabia Saudita rifiutò di sottoscrivere il documento: si contestavano, in particolare, il diritto di cambiare religione e il diritto delle donne musulmane di sposare uomini non musulmani. Quel passaggio storico inaugurò un importante dibattito nel mondo islamico che giunge fino a oggi. Le riserve sulla Dichiarazione del 1948 e sui suoi fondamenti ideali hanno prodotto una serie di documenti che da un lato si propongono come alternativi, ma che d’altra parte testimoniano un’adesione profonda e sincera da parte del mondo islamico alla cultura dei diritti umani: la Dichiarazione islamica dei diritti dell'uomo (proclamata nel 1981 presso l’Unesco a Parigi), la Dichiarazione del Cairo sui diritti umani nell'Islam (risoluzione 49/19-P della XIX Conferenza Islamica del 1990), la Carta araba dei diritti dell'uomo (nel 2008 è entrata in vigore per i 13 paesi che compongono la Lega Araba la versione del 2004 che emenda quella del 1994). Apprezziamo per la sua ricchezza e vastità il modo in cui si declina in questi documenti la trattazione dei diritti umani, ma non possiamo astenerci dal rilevare alcuni aspetti problematici, a partire dalla significativa scomparsa fin dai titoli del concetto di universalità in favore di declinazioni particolari arabe o islamiche. La Carta del 2004, per esempio, all’art. 1 inserisce tra le sue finalità «insegnare ad ogni persona umana negli Stati arabi la fierezza della propria identità, la lealtà al proprio paese, l'attaccamento alla propria terra, alla propria storia e al comune interesse». Un altro elemento per cui le Dichiarazioni del 1981 e del 1990 si discostano da quella “universale” del 1948 – e che riteniamo un passo indietro sul piano della laicità – è la riconduzione dei diritti umani alla volontà divina e alla Legge islamica. Il testo del Cairo, per esempio, si chiude all’art. 25 con la seguente affermazione: «La Shari'ah islamica è la sola fonte di riferimento per interpretare o chiarire qualsiasi articolo della presente Dichiarazione». Ciò non può non influenzare l’interpretazione dei diritti che la Dichiarazione del 1948 cerca di stabilire in modo assoluto e universale.

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