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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 463

A Foligno, a un comizio di Salvini per il ballottaggio, alcuni ragazzi avevano scritto sulla maglietta bianca: «Se affoghi, salviamo anche te». Cioè: noi non escludiamo te che escludi. È la rivoluzione morale, umana: quella che ci vuole.

A Cremona, la sera del 3 giugno, ancora meglio. Un ragazzo mostra una sciarpa sotto il palco di Salvini: «Ama il prossimo tuo». Militanti leghisti l'hanno malmenato, spintonato e preso a schiaffi. Al fatto avrebbero assistito alcuni uomini della Digos del posto, che hanno identificato il giovane, ma non gli aggressori: nel parapiglia hanno trovato lui ma non chi lo ha malmenato. L'aggredito è stato visitato dal personale di un'ambulanza del 118 presente nei giardini di piazza Roma, e gli sono state riscontrate alcune contusioni. La questura di Cremona ha aperto un'indagine, lui ha 90 giorni di tempo per denunciare le lesioni subite. Salvini dal palco lo irride: «Lasciatelo da solo, poverino, se non c'è un comunista non ci divertiamo. Mi fanno simpatia quelli che nel 2019 vanno ancora in giro con la bandiera rossa e la falce e martello. A Milano c'è il Museo della Scienza e della tecnica dove si studiano i dinosauri».

Infatti, per Salvini amare il prossimo è un grave atto arcaico-comunista. Lui sa cos'è il rosario ma non il vangelo. Per il sistema selettivo, amare chiunque incontri sulla strada della vita, è una colpa, è un reato da colpire! Un ragazzo come questo della sciarpa evangelica, non bacia i crocifissi di latta, ma ama i crocifissi dal sistema.

Ci chiediamo: quale cristianesimo è usato in politica dalla destra nazional-sovranista-antiinternazionalista-antisolidarista, fino a limiti razzisti e persecutori, feroci e disumani? Ecco il punto, che tocca il valore proprio della politica tanto quanto l'autenticità del cristianesimo. È in corso dal Concilio, oggi incarnato in papa Francesco (più che nei papi precedenti), una revisione di portata millenaria: il cristianesimo storico si confronta con il vangelo di Cristo.

Questo confronto tocca e scuote moltissime cose del cristianesimo istituito. Nessuna meraviglia che ci sia opposizione aspra, anche politica e complottistica contro Francesco, contro la revisione evangelica del cristianesimo (vedi i cardinali "tridentini" che condannano Francesco per eresia). Nessuna meraviglia che la competizione politica si faccia forte delle tradizioni devozionali più corrive, e si rivesta di sacro, abusando di Gesù e di sua madre (è più facile). È già successo molte volte, e anche più in alto di un "capitano", spregiudicato demagogo.

Dove la secolarizzazione ha più dissolto la cristianità, cioè quel cristianesimo identificato in un sistema socio-culturale, ci sono più possibilità di ritrovare il vangelo di Gesù, nel cammino spirituale plurale dell'umanità.

La chiesa dei credenti nel vangelo di Gesù oggi deve accettare questa sfida, la stessa che fu posta a Gesù dalle folle, dalle autorità, e infine da Giuda: «O servi alla causa politica nazionale, e ti fai Davide liberatore, oppure il potere religioso e politico alleati ti eliminano, perché il tuo vangelo dei poveri, degli esclusi, degli irregolari e degli stranieri, è pericoloso agli interessi forti, alla continuità di chi conta, alla sicurezza». Si trattava di quella stessa sicurezza assicurata alla gente dal Grande Inquisitore, che infatti condanna Gesù e la sua libertà. In politica Gesù ha solamente contestato il potere di chi opprime e inganna gli ultimi, e ai discepoli dà come unica regola “politica” il servire e non dominare: «Non così tra voi» (in Matteo 20, Marco 10 e Luca 22). Il “vivere per gli altri”, che egli ha testimoniato fino in fondo, è anche l'anima di una politica un po' umana, del convivere, non sopraffare, del condividere, non arraffare. Già la manna nel deserto era distribuita con la regola «nessuno senza, a nessuno troppo».

Sono temi brucianti, che potrebbero riguardare anche il tema che forse sarà di un Sinodo: «Fede e politica». Non è un tema ecclesiastico, ma umano, perciò propriamente politico. La politica ha bisogno di una fede. Non una determinata fede religiosa ‒ che è della spiritualità personale e non della “polis”, la casa di tutti ‒ ma una fede nell'umanità e nelle sue possibilità di convivenza giusta. Chi non crede in questa possibilità degli umani, starà tra loro, nel migliore dei casi, come un domatore della belva umana, e avremo sempre l'infelicità politica che già conosciamo. Nei casi peggiori, sarà un comandante che promette tutto per avere obbedienza, e meriterà resistenza civile nonviolenta, se avremo ancora un'anima libera. Chi invece stima l'umanità di tutti capace, pur con fatica, di “grandezza” e non solo di “miseria”, di pace e giustizia, può lavorare, con la necessaria fatica, alla costruzione di un sereno convivere, produttivo di qualità umana. Il realismo politico è quello che vede i ritardi, i vizi, ma anche i desideri qualificanti e gli slanci al bene, presenti insieme nella nostra comune umanità.

 462

Dopo Greta e il movimento mondiale Fridays for Future (vedi editoriale di aprile), altri ragazzini sono stati protagonisti della cronaca. 20 marzo. Ramy e Samir, rispettivamente di origine egiziana e marocchina (ma cittadino italiano), avendo avuto la freddezza di nascondere il cellulare e chiamare il 112 perché venisse in loro soccorso, hanno evitato che la mattinata vissuta da 51 studenti di una scuola media di Crema su un bus nel Milanese, dirottato e bruciato da un autista di origine senegalese, non si sia trasformata in una strage. 4 aprile. Simone, un 15enne, dopo le violente proteste a Torre Maura, nella periferia di Roma, per l’arrivo di alcune famiglie rom in una struttura di accoglienza, ha messo a tacere un esponente di Casa Pound sulla vicenda dei Rom. Greta, Ramy, Samir, Simone, e gli altri: non elettori, ma svegli. Il mondo salvato dai ragazzini ‒come voleva Elsa Morante nel 1968?

Forse è bene non caricare questi ragazzini del compito di “salvare” il mondo, e scaricare troppo velocemente la coscienza. Ma un paio di lezioni, sì, possiamo prenderle da loro, per dare risposta ad alcune urgenze del nostro tempo. La prima: il pastrocchio che è nato dalla richiesta della cittadinanza per Ramy, col ministro Salvini che prima nega e poi acconsente fiutando gli umori del popolo. Di sfuggita, va notato come il microcosmo di quel bus metta in luce una realtà più complessa di come venga normalmente descritta: l’autista senegalese, che vuole fermate le morti nel Mediterraneo, i due ragazzini uno con e l’altro senza la cittadinanza italiana e un gruppo di ragazzi italiani. Ma il dibattito sullo ius soli, abbandonato anche per motivi elettorali alla fine della precedente legislatura, avrebbe bisogno di una riflessione seria che non si appoggi a questo tipo di reazioni tutte e solo giocate sull’emotività («Vogliamo fare i carabinieri!»). Se ius soli deve essere, che sia un diritto, e non una regalia. Se poi, giustamente, si vuole dare un riconoscimento ai due ragazzini, ci sono altri modi per farlo.

Delle proteste a Torre Maura contro l’accoglienza di 77 rom nel centro di via Codirossoni tutti hanno in mente, forse, l’immagine dei panini buttati per terra e calpestati, il 3 aprile. Un gesto disumano, accompagnato dalla frase «Pezzi di m… dovete morire di fame». Doppia mancanza di rispetto per il pane, perché il pane è ciò di cui vivono tanti uomini, e perché quel pane era destinato ai poveri. Dobbiamo contrastare questa barbarie e tornare, il prima possibile, a una convivenza pacifica e civile. «La storia ci insegna che piccoli atteggiamenti di razzismo portano poi a trovare delle giustificazioni, primo passo verso una ideologia razzista vera e propria, con tutte le conseguenze che ci possono essere. Per ora è un misto di rancore e di cattiveria, enfatizzato da alcuni per interessi che sono davvero vili e non sono degni dell’umanità», sostiene Enzo Bianchi. «Noi non eravamo abituati né preparati ad accogliere masse di emigranti come è avvenuto. Siamo stati noi migranti e ce ne dimentichiamo, purtroppo. Tutto questo fa sì che l’accoglienza sia percepita oggi come una brutta parola che fa dividere gli uomini tra buonisti e quelli che restano legati a una identità locale e temono l’arrivo di altre persone straniere». Poi c’è chi moltiplica la paura o se ne serve per ragioni politiche, e arriva a disprezzare chi pensa che l’accoglienza sia (ancora) uno dei doveri dell’umanità.

Ed ecco la seconda lezione: Simone che dice, nel suo romanesco un po’ rude «A me nun me sta bene che no». Un ragazzino di 15 anni ‒ come si vede nel video diventato virale ‒ che tiene testa, solo, al leader di CasaPound Mauro Antonini. Vale la pena leggere la trascrizione di quel dialogo. Simone: «Quello che lei sta facendo è una leva sulla rabbia della gente per fare i suoi interessi, per i voti». Antonini: «Te sei contento che hanno messo 70 rom qua?». Simone: «A me 70 persone non mi cambiano la vita. A me il problema non è chi me svaligia casa, il problema mio è che me svaligiano casa. Se me svaligia casa un rom, tutti je demo annà contro, poi quando è italiano mi devo star zitto che è italiano. È sempre la stessa cosa, si va sempre contro la minoranza, a me nun me sta bene che no. Perché pare che la minoranza cambia tutto». Antonini: «Ti sembrano una minoranza i rom in Italia?». Simone: «Sono una minoranza che sì, noi siamo 60 milioni. Nessuno deve essere lasciato indietro: né italiani né rom né africani né qualsiasi tipo di persona». Un secondo militante: «Sei uno su cento, siete dieci su mille». Simone: «Almeno io penso. Almeno io non mi faccio spingere dalle cose vostre per raccattare voti». Un secondo militante: «E perché, quelli della tua fazione politica non ci vengono qui?». Simone: «Io non c’ho nessuna fazione politica, io so de Torre Maura». Un terzo militante: «Mia moglie esce alle 4.30 di mattina di casa perché lavora in una clinica sull'Ardeatina e attacca alle 8 di mattina... ma deve uscire alle 4.30 perché il Comune di Roma qui a Torre Maura non ce dà nessun servizio». Simone: «E la colpa è dei rom?».

Il castello di carte dei suoi interlocutori cade di fronte a questa domanda: «E la colpa è dei rom?». Simone ha messo in luce la falla dell’argomentazione usando un semplice pizzico di logica. E così ha smascherato non solo la stupidità dei razzisti, ma anche l'inerzia di chi avrebbe dovuto sostenere una normale argomentazione antirazzista. E non l'ha fatto.

Ma a onor del vero il mondo non sarà salvato dai ragazzini. Forse non sarà salvato da quell’altro ragazzo che in una trasmissione televisiva ha detto che i rom «non sono come noi» scatenando l’applauso del pubblico (e il dissenso del presentatore). Forse sarà salvato da coloro, ragazzi e non, che si porranno sempre e di nuovo da capo il compito di umanizzare la società in cui viviamo.

 

 461

Forse rischia di esserci un po’ di paternalismo da parte di alcuni nel sospettare che i più giovani non sappiano che nella questione climatica sono in gioco anche gli stili di vita (di una parte di mondo, perché un’altra è ecocompatibile per forza). Intervistato su «La Stampa» Giacomo, 15 anni, dice che occorre fare un’opera di sensibilizzazione, affinché «tanti cambino abitudini sbagliate», e Gaia, 17 anni, sostiene che da quando frequenta le superiori ha preso decisioni in merito al proprio modo di vivere, convinta che «piccole cose facciano grandi differenze». Quindi forse alcuni ne sono al corrente, anche se certo non tutti saranno come Greta, Gaia e Giacomo e gli adulti dovranno spiegargli bene alcune azioni da mettere in pratica ‒ il problema peraltro è che moltissimi adulti, a partire da quelli che li hanno allevati, sono i primi a non voler cambiare stile di vita e a non pensarci proprio.

D’altra parte, insistere solo sugli stili di vita individuali e scaricare sulle singole persone il peso della questione ambientale, senza aggiungere altro, ci sembra una posizione parziale e poco convincente. Ognuno deve cominciare a fare il suo, Gandhi, come si sa, diceva: sii tu il cambiamento che vuoi veder avvenire nel mondo. È quando si fa in prima persona, e non si predica solo, che si è credibili, infatti Gandhi o san Francesco erano credibili, perché mettevano in pratica quel che predicavano agli altri. Ma anche se tutti, o molti, avessimo stili di vita meno distruttivi difficilmente questo basterebbe, comporterebbe un bel miglioramento certo, ma forse non sarebbe sufficiente senza l’altra componente; ci sono azioni dei governi e scelte di politica industriale nelle quali sono le istituzioni e il mondo politico a dover agire, ed è quindi giusto che queste azioni e queste scelte siano sollecitate... Costantemente sollecitate. Fino a pochi anni fa chi parlava di questione climatica veniva preso per un contestatore radicale o comunque per uno che esagerava dicendo sciocchezze. Oggi, almeno formalmente, questi temi sono entrati nelle agende di molti governi, anche se poi dall’agenda di qualcuno sono usciti in tutta fretta.

Quindi le direzioni sono due, o almeno due, e si influenzano reciprocamente: le scelte individuali di molte persone possono condizionare le scelte politiche (e imprenditoriali) istituzionali, e le decisioni di governi e istituzioni, comprese naturalmente quelle attinenti alle pratiche educative e formative, contribuiscono a indirizzare le nostre abitudini individuali. Non se ne sottolinei solo una o solo l’altra, a seconda delle convenienze.

Non sappiamo se è giusto dire che è un nuovo ’68 o meno, come ha sostenuto Carlo Petrini, e francamente ci interessa poco. In genere le rivoluzioni le fanno i più giovani, e la componente emozionale e di entusiasmo è fondamentale per la loro riuscita. Poi ogni rivoluzione fa storia a sé, tutte di solito sono il portato di novità che premono e il cui affacciarsi è alla lunga difficilmente evitabile – come, in questo caso, il rapporto tra il nostro modo di produrre e le esigenze “naturali” del pianeta (tra virgolette, perché la natura non è di per sé un dato stabile e immodificabile). Ma le rivoluzioni contengono anche un tasso più o meno alto di semplificazioni, ingiustizie, strumentalizzazioni, approcci sbrigativi, lo sappiamo e per quanto possibile bisogna cercare di contrastarli. Una cosa però non ci è concessa: il paternalismo appunto, l’atteggiamento di chi più anziano tende a pensare: «Eh beh, però, una volta era un’altra cosa».

«Tanto serve solo a perdere ore di scuola a niente», si è sentito ripetere ad alcuni adulti che commentavano l’iniziativa. È difficile talvolta entrare in sintonia con gli adolescenti, ma da lì possono arrivare riserve di ossigeno indispensabili al nostro spirito, da non guardare dall’alto in basso di una maturità che si vuole più saggia o più disincantata. Questa della lotta ecologista ci pare proprio una simile riserva di ossigeno. Del resto ha ragione chi ci fa notare che in questo caso, e in quel che dice Greta è abbastanza chiaro, i più giovani non si limitano a scendere in strada contro il mondo degli adulti per rivoltarlo, come spesso è accaduto in passato, lo rimproverano sì, ne sottolineano le mancanze, ma chiedono anche la sua collaborazione, domandano un aiuto, si appoggiano a quanto sostengono “certi” adulti. Allora per quanto le forze siano poche, residue o drammaticamente declinanti, una mano bisogna cercare di dargliela.

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