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Il mandato esplorativo di Franco Marini si è infine concluso con un esito negativo. Com’era facile attendersi, i reiterati appelli a Silvio Berlusconi affinché sostenesse la riforma della legge elettorale sono caduti nel vuoto. Per spiegare le ragioni del fallimento occorre rifarsi alla questione degli interessi delle diverse parti in causa.

Innanzitutto è bene ricordare che, in generale, ogni uomo politico, o partito, o coalizione elabora una sua visione dell’interesse pubblico. E quindi può avvenire (anzi, sarebbe forse grave se non fosse così!) che ciascun attore politico ritenga la vittoria della sua parte come indispensabile per realizzare il “bene del paese”. Una volta preso atto degli interessi di tutte le forze in campo si tratta allora di capire quali sono quelli che, in un dato momento, meglio si combinano con l’interesse generale.

Un’iniziativa tendenzialmente responsabile sarebbe stata la collaborazione alla riforma elettorale. Ma le posizioni in merito si presentavano alquanto divergenti, poiché – anche in questo caso – ogni partito ha i propri interessi particolari da difendere. Il rischio concreto era quindi quello di non riuscire a trovare un accordo; o, se lo si fosse raggiunto, che si rivelasse l’ennesimo compromesso al ribasso.

Inoltre, e qui sta il punto fondamentale, l’interesse immediato di Berlusconi non era affatto quello di impegnarsi nella modifica del sistema elettorale: era, al contrario, di portare gli elettori alle urne subito, o comunque il prima possibile. In effetti non si vede perché il cavaliere dovesse rinunciare alla gallina per un eventuale uovo domani. In primo luogo, pur prendendo tutte le cautele del caso, il vantaggio della sua coalizione rilevato dai sondaggi continua ad essere ampio. In secondo luogo, l’attuale legge elettorale a Berlusconi va benissimo (infatti l’aveva voluta lui). E dunque: perché mai rinviare anche solo di due o tre mesi il voto con il pericolo che il centrosinistra recuperasse terreno? E per quale motivo andare alle urne con un nuovo sistema elettorale che avrebbe rischiato di risultare meno “vantaggioso” di quello congegnato da Calderoli?

Vero è che Berlusconi ha fatto i suoi calcoli senza considerare una novità rilevante: la decisione assunta dal Partito democratico di presentarsi da solo, cioè libero da qualsiasi alleanza di centrosinistra, alle elezioni politiche anticipate del 13 e 14 aprile. Difficile credere che il segretario Walter Veltroni sia autenticamente convinto, stante l’attuale legge elettorale (il cui elemento centrale è il premio di maggioranza assegnato alla coalizione che ottiene il maggior numero di voti), delle possibilità di vittoria di un Pd in corsa solitaria. Quindi, al di là della retorica impiegata – necessaria per mobilitare e infondere coraggio a militanti e sostenitori – si può in realtà immaginare che il sindaco di Roma abbia dato per persa la partita di aprile, adottando di conseguenza una strategia proiettata verso il futuro.

In tal modo, Veltroni ha voluto innanzitutto assestare un salutare scossone all’asfittico panorama politico italiano, presentandosi con una forte carica innovativa: basta con le coalizioni larghe, incoerenti e perciò ingovernabili, sì alla presentazione di formazioni omogenee e coese. La qual cosa ha repentinamente reso vecchia l’immagine dello schieramento di centrodestra, non a caso impegnato in queste ore a modificare almeno parzialmente la propria offerta elettorale per rincorrere il Pd sulla strada della novità. La scelta del segretario democratico è stata probabilmente dettata anche dal desiderio di costringere i “cespugli” della sua area di riferimento a giocarsi la partita con le proprie forze e a superare le soglie di sbarramento senza aiuti da parte degli alleati maggiori, favorendo, per questa via, una semplificazione del quadro partitico. Inoltre, così facendo il Pd è in condizione di presentare una propria piattaforma programmatica, senza essere costretto a contrattarla con la variegata congerie di formazioni in cui è frantumato il centrosinistra. A differenza di quanto ha fatto il Prodi del 2006, il Veltroni del 2008 può dire: <<Questo è il nostro programma. Chi ci sta è il benvenuto, chi non lo condivide prosegua per la sua strada>>.

In mancanza delle necessarie riforme, l’intuizione del Pd, lungi dall’essere una follia o un gesto sconsiderato come poteva apparire di primo acchito, si presenta in realtà come una sfida lanciata al modo in cui, a far data dal biennio 1994-1996, si è realizzato il criticabile – e giustamente criticato – bipolarismo all’italiana, tutto basato su quello che Ilvo Diamanti ha felicemente definito “bipersonalismo di coalizione”. È auspicabile che, riconsegnando Palazzo Chigi al centrodestra (ma non si deve mai parlare troppo presto…), la tattica veltroniana serva almeno ad innescare un deciso miglioramento del nostro sistema politico. E chissà che, in un futuro si spera non troppo lontano, l’eliminazione e la semplificazione dei maxischieramenti pigliatutto, fondamento dell’impropriamente detta “seconda Repubblica”, non permetta all’Italia di poter  finalmente fare a meno di uno dei fondatori della medesima: Silvio Berlusconi.

 

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