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È democrazia questa che abbiamo oggi in Italia? Per le convenzioni, la domanda è scorretta, ma è necessaria, urgente. Ci sono due risposte. Sì, se la democrazia consiste tutta e solo nella regola della maggioranza (chi ha più voti ha il potere di governare come vuole). No, se la politica ha vincoli e doveri che nessuna maggioranza può superare. Questa seconda è, a nostro giudizio, la risposta giusta: la democrazia che ha eletto il governo Berlusconi, non è sana, ma malata, ed è in pericolo. Chi non vuol vedere e dire questa verità, per qualunque motivo, nutre e semina illusioni, nasconde la trappola, inganna il popolo. Chi non riesce a vederlo apra gli occhi.

La regola della maggioranza è parte essenziale della democrazia, perché «contare le teste invece di tagliarle» è un irrinunciabile passo di civiltà. Ma non basta: assolutismi e dittature si sono fatti approvare da ampie maggioranze, con le buone o con le cattive, e spacciando menzogne. Lincoln diceva: «Si può ingannare tutti a volte, qualcuno sempre, ma non è possibile ingannare tutti sempre». La speranza nella ragionevolezza dei più è giusta, ma non evita che a volte, o spesso, anche i più si lascino ingannare.

È regola altrettanto essenziale della democrazia il rispetto delle minoranze, cioè delle loro possibilità di esprimersi e convincere altri, fino a poter diventare maggioranza. Una maggioranza che impedisse questo non sarebbe più democratica, anche se nata democraticamente. Se il metodo è la conta dei pareri, lo scopo della democrazia è la tutela e realizzazione di tutti i diritti di tutte le persone umane, quindi sia all’interno di un popolo, sia nella intera famiglia dei popoli. Perciò, una democrazia bellicosa, poiché offende i diritti umani al suo esterno, anche se approvata da solida maggioranza interna, non è vera democrazia. Ognuno vede gli esempi.

La concezione individualistica del diritto e della legge che prevale in questa democrazia malata è il rovesciamento del diritto, il quale è invece la relazione tra due e più, la sostanza del vivere insieme nella reciprocità positiva e generosa. Senza diritto inviolabile dell'altro non c'è società, ma mucchio di avversari, pronti a fregarsi l'un l'altro. Unico legame la concorrenza, che non lega, non unisce, ma distrugge: ognuno un lupo per l'altro. L'ora oscura oggi viene da questa scarsità di civiltà. Perciò una legge contro una categoria che non piace, che si crede portatrice di svantaggi o pericoli (immigrati, rom, irregolari, delinquenti come unici colpevoli), contro gli ultimi nella corsa, contro i poveri come tali, va benissimo se le regole sono pensate in termini bellici, separatisti, escludenti, ma non in una prospettiva che metta al centro il riconoscimento e la tutela della dignità, e concepisca la legge come limite dei forti e forza dei deboli, secondo la luminosa definizione di don Milani da tenere sempre davanti agli occhi: «Non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo di amare la legge è di obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate (L’obbedienza non è più una virtù – Lettera ai giudici, Libreria Editrice Fiorentina, senza data, pp. 37-38).

Se il berlusconismo, come sembra chiaro, interpreta e cavalca quella concezione individualistica, bellica e asociale del diritto, esso è essenzialmente a-costituzionale e a-democratico. Esso esprime correnti e forze della società italiana nate storicamente, culturalmente, moralmente, anche spiritualmente (cosa hanno fatto la scuola, la cultura civile, l’educazione politica, la chiesa, noi tutti?), nate fuori dal terreno e dalla linfa costituzionale, su terra arida e secca, che produce sterpi. Lo spirito vivo e umano del nostro popolo strapazzato da un progresso senz’anima, se riesce a sopravvivere, ha il compito di seminare e rigenerare quel terreno. Esso non è nemico, è parte di noi, ma è miserabile. Lo spirito di separazione e di condanna ci tenta, con forti ragioni, ma deve prevalere in noi l’amore per i defraudati nello spirito, e anche per gli ingannatori pubblici, affinché questi cambino mente e cuore, se è possibile, e comunque perdano il potere di nuocere.


 
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