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«Perché aspettare per avere quello che vuoi? Prendi subito, paghi dopo». Forse le cose più chiare e sagge, nella recente confusa bufera finanziaria, le ha dette il sociologo americano Zygmunt Bauman («La Repubblica» 8 ottobre 2008), che individua nell’eccessivo indebitamento individuale, familiare, aziendale e statale la causa scatenante della gravissima crisi. E in particolare nell’uso generalizzato e spregiudicato degli acquisti con carta di credito, utilizzando non fondi sul proprio conto corrente, ma prestiti precedentemente concessi dalle banche. Esaurito il prestito ne viene concesso uno nuovo, per altri acquisti, e per pagare gli interessi salati, del precedente. E così via, all’infinito, in una catena di sant’Antonio, che, come si sarebbe detto un tempo del welfare, dura dalla culla alla tomba. E a ripianare i debiti? ci penseranno gli eredi.

Utilizzando una moneta universalmente accettata gli Usa hanno esportato a piene mani questo sistema e sono riusciti, per lungo tempo, a vivere al di sopra dei propri mezzi, producendo in beni reali la metà di quel che consumavano. Con i cosiddetti mutui subprime, concessi per l’acquisto della casa agli strati più poveri (che difficilmente avrebbero potuto pagare le rate), si era raschiato il fondo del barile. Circa un anno fa la catena di sant’Antonio si è rotta, come sempre accade, e data la globalizzazione del mercato finanziario, i danni si sono rapidamente estesi, appunto, al mondo intero. È la fine del capitalismo attesa da due secoli, come spera il «manifesto»? È bene non farsi illusioni, spesso il sistema rinasce dalle proprie ceneri o come Proteo assume aspetti sempre diversi. È già accaduto dopo il 1929 e nel secondo dopoguerra. Anche perché i meccanismi ora descritti hanno goduto di un robusto consenso di massa. Certo erano manovrati da una ristretta cerchia di oligarchi del credito (e da loro complici politici) con cui potremmo agevolmente prendercela per scaricare le nostre legittime frustrazioni, ma non si può negare che il meccanismo nel suo complesso piacesse molto, a molti, e non soltanto negli Usa.

A fronte dei provvedimenti tampone, per ora scarsamente efficaci, altri parlano di nuovo socialismo, o di ritorno della socialdemocrazia: giudizio improprio perché in questi interventi dello Stato non si vede alcun intento redistributivo della ricchezza, ma soltanto la volontà di salvare i meccanismi delicatissimi del credito, senza distinguere tra banchieri corretti e quelli che hanno tenuto comportamenti delinquenziali.

Chi pagherà il conto? Certamente i risparmiatori (fermo rimanendo che la legge deve tutelare gli onesti, ma non gli allocchi e gli incauti), la piccola e media impresa che otterrà meno prestiti dalle banche in difficoltà, e ciò vorrà dire meno occupazione. Aumenterà il debito pubblico, per l’Italia già altissimo, e il cittadino contribuente, se non sarà chiamato a pagare più tasse, avrà meno servizi, ridotti per pagare gli interessi sui Bot. Potremo andare incontro a una crescente inflazione, con i connessi sconquassi politici visti negli anni ’30 del secolo scorso, ma potremo invece assistere a un graduale rientro dalla sbornia consumistica, utilizzando meglio i nostri soldi e accettando un relativo impoverimento.

Tanto per fare qualche esempio, in Italia un quinto del cibo va buttato (tanto da mantenere, ai nostri livelli di consumi alimentari, l’intera popolazione della Serbia, oppure della Tunisia), c’è un 20% del riscaldamento più del necessario, per non parlar degli sprechi di energia per gli impieghi più futili (dalle telefonate inutili all’eccesso di illuminazione, agli apparecchi tenuti in standby, ecc.). Sarebbe forse ora che i media, quando aumentano le tariffe, non sparassero subito quanto dovremo spendere in più (a consumi costanti), ma dicessero invece come adottare accorgimenti che lascino inalterata la spesa, senza sostanzialmente ridurre il benessere. Anche le associazioni dei consumatori dovrebbero mettersi su questa strada.

Nell’immediato il piano di Bush da 700 miliardi di dollari (tutti provenienti dall’aumento del debito pubblico) avrà successo se, ancora una volta, i bond americani saranno acquistati da Cina, India e Giappone. Non è detto che questo accada con assoluta certezza ed è forse per una ragione scaramantica che molti illustri economisti non ne parlano.

Al di qua dell’Atlantico l’esistenza dell’Unione Europea è sicuramente garanzia di maggior controllo della situazione, anche nell’evitare derive politiche pericolose, e l’euro costituisce uno scudo monetario di tutto rispetto a vantaggio di paesi come il nostro. È ridicolo sentire un ministro della Repubblica, Mara Carfagna, ancora adesso fare affermazioni del tipo «l’euro voluto da Prodi...», quando sappiamo che i vergognosi aumenti dei prezzi furono dovuti all’incapacità del governo Berlusconi di gestire il passaggio dalla lira alla nuova moneta. È altrettanto certo che con la vecchia moneta, il cui ricordo è sempre più mitico, in una situazione come quella attuale, l’Italia sarebbe precipitata in una spirale di tipo sudamericano.

Da ultimo va segnalato che mentre tutti si sbracciano a invocare un ritorno alle regole giuridiche e persino (udite, udite...) a quelle etiche, c’è qualcuno che nel marasma fa il furbo. I deputati peones Cicolani e Paravia (su incarico di chi?) hanno proposto una norma, nel solco delle leggi ad personam, che salvi finanzieri e banchieri dalle loro eventuali responsabilità penali. La cosa ha fatto indignare Tremonti che ha minacciato le dimissioni. Il ministro dell’economia ha però anche detto che i vertici delle banche in difficoltà andranno sostituiti (e, aggiungiamo, i loro stipendi andranno adeguatamente ridotti): ottimo proposito, purché non mascheri l’intento del governo di estendere, con persone di fiducia, il controllo su tutto il sistema bancario italiano. 


 
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