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L’elezione di Barack Obama come 44° presidente degli Stati Uniti apre uno spiraglio di speranza per il mondo.

La sua vittoria è stata indiscutibile e con un sicuro margine; ha conquistato stati tradizionalmente repubblicani e ha trascinato il partito democratico a ottenere la maggioranza in entrambi i rami del Congresso. La sua scelta da parte di così tanti statunitensi dimostra anche la vitalità della democrazia americana, come lui stesso ha rilevato nel suo primo discorso: in nessun altro paese democratico sarebbe stato possibile che il figlio di un africano, sostenuto solo parzialmente dall’apparato e non miliardario di famiglia, potesse concorrere alla presidenza e vincere.

Forse stiamo assistendo alla conclusione del lungo periodo di prevalenza politica e ideologica della destra americana (e mondiale), cominciata agli inizi degli anni ’80 con la presidenza Reagan.

I capisaldi di questa politica sono: la deregulation, cioè l’eliminazione delle regole e l’indebitamento come motore per lo sviluppo economico, l’egemonia mondiale degli Stati Uniti basata sulla potenza militare, come mezzo per esportare libertà e democrazia, fino ad arrivare alla follia della guerra preventiva e infinita contro il terrorismo e gli stati accusati di appoggiarlo.

La grave crisi economico-finanziaria e l’incapacità di sconfiggere piccoli gruppi di resistenti in Irak e in Afganistan con cui si conclude la presidenza Bush, mentre l’immagine degli Usa non è mai stata così deteriorata, a causa del prezzo che questa politica ha fatto pagare al mondo, spingono per un suo superamento.

In questo momento di grave crisi, l’elettorato statunitense, superando profondi pregiudizi, ha saputo fare una buona scelta: sia la personalità di Obama che la sua biografia ne fanno l’uomo adatto per affrontare, in una visione multilaterale in cui anche l’Europa potrà giocare il ruolo che gli compete, i problemi che il mondo si trova di fronte: 1) la redistribuzione della ricchezza sia tra le classi sociali che tra le nazioni; 2) la creazione di un governo dell’economia globale, per evitarne il collasso, contenerne le spinte speculative e contrastare più efficacemente l’impiego di capitali derivanti da attività criminali; 3) la difesa dell’ambiente e l’uso razionale delle risorse; 4) il finanziamento pubblico della ricerca pura e di quella finalizzata alla sopravvivenza e al miglioramento della vita dei 10 miliardi di persone di cui sarà composta tra qualche anno la popolazione mondiale; 5) il contenimento e la prevenzione, attraverso una sempre più necessaria riforma dell’Onu, delle cause di conflitto tra i popoli.

Ora si apre un periodo cruciale molto delicato. Nei prossimi mesi, in base agli uomini che sceglierà e alle decisioni che prenderà per frenare la crisi economica, avviare a soluzione la guerra israelo-palestinese e uscire dal pantano iracheno e afgano, potremo capire se Obama e il partito democratico avranno la forza, la lungimiranza e le capacità di portare avanti il cambiamento promesso o se il sistema è ormai irreformabile e gli interessi costituiti troppo forti, tanto da vanificare tutti i tentativi e annullare le speranze suscitate. In questo caso le conseguenze per il mondo sarebbero gravi.

Obama dovrà anche resistere a una tentazione a cui spesso i presidenti degli Stati Uniti, anche quelli liberal, sono sottoposti: una visione religiosa e provvidenzialistica della politica, legata al pensare che gli Usa siano una nazione benedetta da Dio e questo dia loro il diritto-dovere di avere l’egemonia morale, culturale e politica del mondo. La nostra speranza è che il fallimento di Bush e della sua lotta del bene contro il male, abbiano creato una sorta di immunizzazione contro questa possibile tentazione.

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