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La guerra di distruzione su Gaza obbliga a dolorose difficili riflessioni. Anche se le vittime non sono del tutto innocenti, il male fatto loro si chiama persecuzione. Anche se i più forti hanno subito a loro volta violenze, la loro violenza è ingiustificabile.

Dunque, anche se i palestinesi hanno commesso violenze ingiustificabili contro gli israeliani, è un fatto che sono sotto occupazione dal 1967, perseguitati e scacciati, sulla loro terra, dagli israeliani, fin da prima del 1948: il libro su documenti israeliani dello storico israeliano Ilan Pappe, La pulizia etnica della Palestina, mostra che l'espulsione mediante pressione dura fu programmata sistematicamente, villaggio per villaggio, fino dagli anni 30, prima della Shoah.

Dunque, anche se gli israeliani hanno subito violenze ingiustificabili dopo l'istituzione dello stato, la loro violenza militare (con uno dei più potenti eserciti del mondo), psicologica, provocatoria e persecutoria, sulla popolazione palestinese disperata, non è giustificabile. Senza alcun dubbio gli ebrei avevano diritto a vera protezione politica, ma lo stato di Israele è nato male: per colpa dell'Occidente e dello stesso sionismo è apparso agli arabi l'ultimo atto di colonizzazione umiliante. Israele ha disobbedito a 72 risoluzioni dell'Onu, con alto spregio della legge tra i popoli.

Il diritto alla vita di un popolo, di ogni popolo, si può affermare se riconosce uguale diritto al popolo vicino, con risoluzione pacifica e giusta delle controversie di vicinato. L'imporsi sull'altro deturpa il proprio diritto.

Il diritto alla vita e alla terra di un popolo, di ogni popolo, esige oggi di riconoscere il fatto nuovo e positivo che la terra non può più, per mille ragioni di mobilità e di interdipendenza reale, spartirsi in modo assoluto tra identità etniche separate, ed esige che tutti impariamo a convivere tra più popoli e culture sulla stessa terra, pacificamente, nella giustizia. Chi non comprende e non vuole questo, cammina al contrario del possibile procedere nell’unità della famiglia umana.

La catena di errori e dolori in quei due popoli è inestricabile. Più che fare la storia passata occorre aprire quella futura, vedere oggi gli spiragli, chiarire l'orientamento per uscire dalla tragedia.

Insieme al diritto di esistere, Israele ha il dovere di ritirarsi dalle occupazioni del 1967, grave persecuzione testimoniata ogni giorno dai volontari di pace internazionali. La vita è resa impossibile ai palestinesi per spingerli all’esilio, ma l’effetto è anche la resistenza violenta, che fa perdere solidarietà alla Palestina.

In tale situazione di apartheid e di pulizia etnica, occultate dai media forti, e di violenza, va preparato un processo «verità e riconciliazione», cominciando col porre chiare verità di fatto e aiutando gli animi stremati e corrotti dall’odio a mettersi in spirito di riconciliazione. Punto d’appoggio e speranza sono le minoranze pacifiste e nonviolente, come le molte associazioni di pace miste tra i due popoli.

Per l'odio accumulato nei più e ora crescente, la vicinanza di due stati sembra più difficile di uno stato binazionale, con vera parità di diritti per cittadini ebrei e palestinesi, senza carattere etnico. Sarà mai possibile, prima nell'immaginario e poi nella realtà giuridico-politica?


 
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