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 361 - aprile

Di chi hanno paura i vescovi? Cosa sta portando l'autorità del papa a una drammatica Caporetto? Più di un segnale, proveniente dalle nostre chiese locali, e ora la Lettera del Santo Padre ai vescovi della Chiesa cattolica, ce lo gridano in faccia. I vertici della gerarchia ecclesiastica italiana e vaticana sono nel panico. Si rendono conto di aver portato la comunità credente dei cattolici a una situazione di tensione interna e di rottura, di cui non solo si vedono ormai le crepe a occhio nudo, ma si sentono distintamente gli scricchiolii che preludono a un crollo.

Bisogna dare atto a papa Ratzinger, che, pur perduto nel suo isolamento di teologo speculativo, pur responsabile istituzionale di un irrigidimento dottrinale e autoritario che ha dato il colpo mortale alle residue speranze di dialogo intraecclesiale che teneva ancora unita la chiesa dopo il riflusso del post-concilio, ha avuto il coraggio di emettere il grido d'allarme e di prospettare come solo rimedio il ritorno alla «priorità che sta al di sopra di tutto: aprire agli uomini l'accesso a Dio. E non a un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell'amore spinto fino alla fine (Gv 13,1)».

Ma perché questo richiamo abbia un senso, perché l'appello pressante a un confronto e a una collaborazione nella Chiesa, che non sia un «mordersi e divorarsi a vicenda (Gal 5, 13-15)», non si perda nel nulla, bisogna capire che la decisione del ritiro della scomunica dei lefebvriani, trasformata in «scandaloso errore» dal patente negazionismo della shoah del vescovo Williamson, non è stata che la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il bubbone, che è esploso, è segno di una malattia che covava da tempo, che ha radici più antiche e sta nello stillicidio, trasformatosi in fiume sempre più impetuoso, di iniziative pontificie e curiali, volte ad arginare, prima, e a spegnere, poi, lo spirito del rinnovamento conciliare.

All'inizio si parlava di «interpretare il Concilio alla luce della tradizione», di «evitare utopistiche fughe in avanti e pericolose avventure». Poi poco a poco si è fatta strada la «restaurazione», fino al punto da santificarne i papi, da rivitalizzare formulette da catechismo alla Pio X, e proclami da Sillabo contro la cultura moderna; fino al punto da veder riapparire troni papali settecenteschi, messe in latino, altari rivolti alle pietre delle absidi invece che ai volti dei credenti; fino ad assistere allo spettacolo di vescovi, nominati da chi rifiutava il Concilio, riammessi alla comunione della chiesa, senza chiedere loro la minima disponibilità a rivedere le loro posizioni dottrinali; fino a sentire di intere conferenze episcopali costrette a rifiutare la nomina di un vescovo ultraconservatore, scelto dall'alto in trasgressione flagrante e immotivata delle stesse norme canoniche; fino a cogliere i responsabili di dicasteri vaticani e della Cei in flagrante tentativo di ingerenza nelle scelte legislative ed elettorali della politica italiana; fino a toccare con mano che ogni ragionevole appello alla riforma di regole tradizionali obsolete e di normative etiche intollerabili, veniva respinto senza argomentazioni convincenti; fino a doversi fingere sordi per non udire porporati dare dell'«assassino» a un padre disperato, vicari episcopali negare funerali a morti dopo decenni di sofferenti agonie, vescovi pronti a scomunicare chi aveva collaborato all'aborto di una bambina di nove anni in pericolo di vita a seguito della violenza del padre, dichiarare che «la scomunica di quest'ultimo non era necessaria, perché il suo delitto riguardava lo stato ma non la Chiesa».

I vescovi hanno paura e il papa lo dice ad alta voce che nella chiesa esploda un'aperta ribellione della periferia contro il centro, della base contro i vertici, dei laici contro il clero. Hanno ragione. Hanno paura perché sanno bene che loro stessi sono la fonte di questo pericolo. Hanno paura della propria solitudine, della propria incapacità di dialogo, della propria chiusura su se stessi, della propria pochezza come pastori. Hanno paura perché fa loro paura il vangelo, fa loro paura non il mondo dei non credenti o l'aggressività degli atei, ma la fede stessa dei credenti. Fa loro paura rendersi conto che la comunità di cui sono pastori non è una comunità disposta a qualsiasi compromesso pur di stare in pace nel proprio mediocre benessere; ma è una comunità viva che si interroga sulle esigenze della fede, vuole rendere pubblicamente conto, anche nella chiesa, della speranza che è in lei, vuole che la sua chiesa intera sia testimone dell'amore del Cristo e del Padre, non solo a parole ma nei fatti.

Eppure, tale paura potrebbe trasformarsi in fruttuosa e gioiosa scoperta di non essere soli, di avere una comunità che li segue e li stimola, di essere nel mondo testimoni di Cristo, perché intimamente animati da Lui, se solo sapessero riaprirsi al dialogo con la Parola di Dio, coi propri fedeli, con la comunità di fratelli e sorelle, di preti, religiosi e laici che nel cammino della storia li accompagna.

Non resta che augurarsi che questo riconoscimento di «errore» del papa, questo appello al dialogo e al confronto, in libertà, rispetto reciproco e collaborazione, non si limiti a essere un appello strumentale all'ordine, ma sia l'inizio di una seria riflessione ecclesiale che coinvolge tutti dal Primo all'Ultimo.


 
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