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 372 - maggio-giugno

Abbiamo individuato le cause strutturali della pedofilia nella distorta pedagogia clericale (il foglio 371) e nella condizione umana del clero. È ovvio che ogni accusa collettiva è sempre ingiusta. Ma non è ingiusta né indebita una penitenza comunitaria della chiesa.

Adriano Prosperi (sulla «Repubblica» del 12 aprile) ha scritto che «la scelta davanti alla quale le autorità ecclesiastiche si trovano è quella tra la verità senza veli e la ragion di chiesa, tra la tutela delle vittime e l'omertà verso gli aguzzini, tra la giustizia da rendere a chi ha patito offesa e una malintesa fedeltà all'istituzione. Solo abbracciando la verità e la giustizia senza riserve e senza infingimenti il governo della chiesa potrà ancora parlare alla coscienza dei cristiani e potrà riaprire quel filo di comunicazione con l'umanità intera che oggi rischia di spezzarsi. (…) Il prezzo da pagare è liquidare le residue incrostazioni di un passato che stenta a passare. (…) La paura che la conoscenza della verità incrinasse le basi del consenso popolare ha creato le condizioni perché il corpo ecclesiastico facesse quadrato intorno ai suoi membri. Così furono creati tribunali segreti e concessi privilegi speciali alla parte ecclesiastica della Chiesa. Quei tribunali nascosero le colpe del clero nel momento stesso e con gli stessi strumenti con cui lo obbligavano a un'immagine pubblica di alto profilo morale e culturale. (…)Non è in discussione l’impulso criminale dei pedofili, in quanto tale diffuso tra chierici e laici, ma il crimine creato da una legge speciale che ha fatto del sacramento dell’Ordine sacro e della licenza di confessore un privilegio corporativo. Bisogna che le regole sbagliate siano cancellate. Sono le vittime che debbono tornare al primo posto, non i carnefici. Se la giustizia della Chiesa vuole rientrare in contatto con la giustizia degli uomini e con quella di Dio questa è la priorità. Non più coperture di segreto e licenze di libera circolazione a lupi coperti dall’abito talare».

Fin qui Prosperi. La chiesa non solo deve dire la verità, ma assolutamente non deve difendere se stessa, l'istituzione, più delle persone offese, più delle vittime. Ogni persona umana vale più di ogni «sabato». È questa la ragione delle critiche al silenzio di Pio XII sulla shoah, pur nella complessità di quel caso. È questo il messaggio attualissimo del Celestino V di Silone in L'avventura di un povero cristiano. Sul letto di morte, Papa Giovanni diceva: «Ora più che mai, certo più che nei secoli passati, siamo intesi a servire l’uomo in quanto tale e non solo i cattolici; a difendere, anzitutto e dovunque, i diritti della persona umana e non solo quelli della Chiesa cattolica».

Poi, la chiesa del vangelo non conosce solo la colpa senza rimedio: conosce anche, in tutti i campi, la «medicina della misericordia» (Giovanni XXIII al Concilio), la speranza anche per i peggiori peccatori: ovviamente, nel caso della pedofilia, la pietà e il perdono devono accompagnarsi alla massima vigilanza contro il menomo pericolo di reiterazione e al giusto risarcimento morale e materiale alle vittime.

In questo clima ecclesiale, il movimento internazionale «Noi siamo chiesa» sostiene fermamente la lettera aperta di Hans Küng ai vescovi (cfr. «La Repubblica» del 15 aprile), nella quale il teologo li esorta a intraprendere le necessarie riforme: 1. Il popolo di Dio deve poter partecipare a tutti i livelli della nostra chiesa, così che si possa cominciare ad affrontare le sfide pastorali attraverso modalità innovative. I fedeli devono avere voce in capitolo nella scelta dei loro vescovi, altrimenti Roma continuerà a nominare vescovi più interessati all’istituzione che al gregge. 2. La misoginia ecclesiastica deve finire e le donne devono essere ammesse al presbiterato, ministero che dovrà essere basato sul servizio e non sul potere. 3. Il celibato dovrà diventare facoltativo, così che l’amore sponsale non resti un tabù per i chierici. 4. Si dovranno accettare i risultati delle scienze umane riguardo alla morale sessuale e si dovrà rispettare il primato della coscienza individuale informata. 5. Si dovrà predicare un Vangelo che sia un invito alla pienezza di vita e non uno strumento per disciplinare la gente attraverso l’intimidazione.

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