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 370 - marzo

Da qualche anno, l’Italia vive una forte contraddizione, si potrebbe anche dire una grande ipocrisia: da una parte ha bisogno delle braccia degli immigrati dai paesi poveri, del loro lavoro, della loro voglia di riscatto, dall’altra stenta a riconoscergli i diritti che spettano ai lavoratori e perfino quelli che si dovrebbero agli esseri umani in generale, sfruttandoli al limite della schiavitù ed emarginandoli in condizioni di vita subumane, come i fatti di Rosarno hanno messo in luce. Da quando è in carica questo governo di centrodestra, sotto la spinta della Lega Nord, a questa situazione già molto pesante si è aggiunta anche una pressione ideologica, propagandistica e legislativa insostenibile. Usando in modo spregiudicato una demagogia identitaria con lo spauracchio dello straniero negatore della nostra «civiltà» e criminale abituale , si tenta di togliere spazi, speranze, futuro a tutti gli stranieri, regolari o no, per poterli meglio sfruttare e guadagnare consensi presso quella parte di popolo disorientata e spesso anche un po’ cialtrona. Ogni discorso di regolarizzazione, acquisizione di diritti civili e politici e di integrazione è stato abbandonato per un puro intervento repressivo e restrittivo. Non c’è da stupirsi che tra i lavoratori stranieri monti la rabbia e la frustrazione, che comincia a esprimersi in agitazioni, rivolte, scontri tra etnie e con la popolazione italiana. Se la situazione non cambia i fatti di Rosarno, di Milano e di altri luoghi si moltiplicheranno e si aggraveranno. Le reazioni della sinistra e della chiesa ufficiale sono ancora troppo blande e poco incisive. La sinistra moderata, in particolare, ha ampiamente sottovalutato il fenomeno immigrazione e le reazioni che prevedibilmente poteva generare e oggi sconta il ritardo con la difficoltà che incontra a impostare una politica adeguata e ad avere una presa sull’opinione pubblica, oscillando tra un eccessivo lassismo e un rincorrere ciecamente la Lega sul suo terreno. Come si comprende facilmente i due problemi principali che ci troviamo a fronteggiare, lavoro e immigrazione, sono strettamente intrecciati e richiedono una politica lungimirante, coraggiosa e generosa. La chiesa di base svolge un’azione meritoria ed efficace nell’aiuto e nell’integrazione dei migranti; quella ufficiale però, tranne generici richiami alla solidarietà, stenta ancora a riconoscere e denunciare con la forza che sarebbe necessaria l’«eresia etnica» (cfr. il foglio 368), cioè l’uso della religione e dei suoi simboli per segnare una differenza, discriminare, ghettizzare, odiare, invece che per comprendere, condividere, unire, amare. È ora di prendere piena coscienza della gravità della situazione, del suo rapido deterioramento e di abbandonare ogni sottovalutazione e minimizzazione prima che si avviti una spirale perversa di rivolte, repressioni, violenze. La reazione deve essere forte e adeguata alla sfida, perché in ballo non c’è niente di meno che una questione di civiltà e di umanità.

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