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 376 - novembre

 Vittorio Bellavite di «Noi siamo chiesa», Movimento per la riforma della Chiesa Cattolica che rappresenta l’internazionale «We are church», dopo il funerale dei 4 alpini uccisi ha diffuso questo comunicato: «Mentre il dubbio sulla presenza di tremila militari italiani in Afghanistan è presente da tempo nell’opinione pubblica e finalmente si sta diffondendo anche in Parlamento, l’Ordinario militare mons. Vincenzo Pelvi, nell’omelia durante i funerali dei quattro alpini, ne ha dette di tutte. Essi sono “profeti del bene comune, decisi a pagare di persona per ciò in cui hanno creduto e per cui hanno vissuto a servizio dei deboli e degli emarginati”. E ancora: “Nessuno può restare neutrale o affidarsi a giochi di sensibilità variabili che indeboliscono la tenuta di un impegno così delicato per la sicurezza dei popoli. I nostri militari si nutrono tutti della forza delle nostre convinzioni nella consapevolezza di una strategia chiara e armonica”. Per Pelvi la società civile dovrebbe sostenere in “maniera più concreta ed esplicita” i nostri militari e le loro famiglie.

«Ma Pelvi non è da solo, l’“Avvenire” lo segue a ruota e la Presidenza della Cei ha detto che gli alpini svolgevano il loro lavoro “a servizio della pace”.

«Tutti i veri pacifisti, soprattutto quelli che si ispirano all’Evangelo, hanno il dovere di gridare ad alta voce che il re è nudo, che, cioè, in Afghanistan i militari italiani, in palese violazione dell’art. 11 della Costituzione, partecipano a una guerra, non difensiva ma offensiva, in cui i conclamati propositi di aiuto alla società civile sono di fatto una foglia di fico che non serve più da tempo a nascondere la realtà. Si tratta di una guerra brutale come sempre pagata dai più deboli che sono le vittime civili, e i militari che vi muoiono non sono eroi ma solo nostri fratelli caduti sul lavoro come tanti, ogni giorno, nei nostri cantieri e nelle nostre fabbriche».

Devono disprezzare il popolo italiano quelli che farneticano sugli «eroici caduti». Caduti che sono andati in Afghanistan per il loro mestiere delle armi. Ma supponiamo che siano davvero degli idealisti. Quanti sono i caduti sia per incidenti sul lavoro, sia in seguito a una vita dedicata al lavoro, per il bene della comunità nazionale, per la patria, caduti per un malore, magari di notte, senza soccorsi? Sono caduti avendo per divisa un pigiama, senza l'omaggio delle varie "autorità", senza che la tivù dedichi loro un secondo.

La storia italiana ha visto anche stragi di povera gente, trucidata in guerra o assassinata dalla miseria e dall'ignoranza. Ma per i 150 dell’Unità d’Italia, dovremo sorbirci un continuo inno al militarismo? Se c'è una cosa di cui gloriarci, è che gli italiani spesso sono stati degli ottimi «combattenti» come lavoratori. Sono in media tre al giorno i morti sul lavoro. Napolitano lo ricorda spesso. L'idea della patria in armi e delle armi che sono la patria è un cancro politico da sradicare. L’articolo 1 della Costituzione dice che la patria è fondata sul lavoro. Nel senso umano pieno della parola.

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