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 374 - settembre

Marchionne con l’appoggio della Marcegaglia, nella latitanza del governo, imposta-impone nuove (nuove?) relazioni industriali. Non più conflitto capitale-lavoro, chiamiamolo pure lotta di classe, ma collaborazione di necessità per reggere la competizione globale. O così, oppure niente.

Conflitto non è guerra a scopo di eliminazione, né di dominio. La teoria nonviolenta del conflitto è al centro della cultura che cerca la giustizia verso i diritti umani senza uso di violenza: la pace coi mezzi della pace e la giustizia coi mezzi della giustizia.

Conflitto è differenza di interessi e di diritti. Cercare la sua gestione, la sua trasformazione e composizione senza annullare né umiliare interessi e diritti di una parte o dell’altra.

Conflitto a-simmetrico è quello tra parti di diversa forza. Prima giustizia è riequilibrare le forze per una giusta trattativa. Questa richiede a ognuna delle parti di saper cedere qualcosa di non essenziale per incontrare l’interesse dell’altra parte. Il puntiglio e il prestigio (parola che significa illusione) possono dare una vittoria temporanea, ma fanno il male generale.

La forza non è violenza. La forza è costruttiva, la violenza è distruttiva. Forza è avere obiettivi, chiarezza, determinazione, resistenza, sacrifici, unità, tenacia, ma è anzitutto il diritto umano inviolabile che spetta alle persone impegnate in quella parte del conflitto. Mentre violenza è la distruzione dell’avversario o dei suoi interessi legittimi, ed è pure la lotta prevaricante, per la vittoria schiacciante e non per la giustizia.

Il movimento operaio nella sua storia generale e autentica – non nelle politiche di potenza e nelle ideologie di violenza che hanno cercato o preteso di interpretarlo – è un movimento assai più nonviolento che violento, assai più di resistenza che di attacco, di difesa e non di offesa. Episodi di violenza non sono la caratteristica del movimento operaio e dei diritti del lavoro. È una forza sociale costruttiva e una cultura umanistica, non una jacquerie disperata, sanguinaria e suicida.

Una fabbrica, una industria certo deve potere reggere la competizione, nella giungla selvaggia dei costi industriali. Ma se la fabbrica chiude, chiude anche l’operaio, non solo sul piano economico delle esigenze vitali, ma anche sul piano della civiltà del lavorare insieme per la qualità umana della vita sociale.

Contratti che dividono i lavoratori, che li privano della forza data dalla solidarietà di condizioni, sono una prevaricazione del denaro sul primario diritto umano a vivere ed esplicarsi nel lavoro materiale e sociale.

Se le condizioni globali della produzione e del mercato impongono ai dirigenti industriali ristrutturazioni obbligate, essi, per essere degni della loro responsabilità (e dei lautissimi compensi), devono saper compiere intelligenti e preveggenti scelte riguardo alle produzioni e agli obiettivi. Per fare solo due esempi: deve ancora crescere il mercato dell’auto, estesamente inquinante sotto molti aspetti, anche sociali, oppure non si deve ripensare a fondo, inventivamente, la mobilità e i suoi strumenti? Deve ancora restare obiettivo minimo e trascurato la ricerca e la produzione di massa delle energie rinnovabili, condizione ineludibile di un futuro possibile? E il sindacato dovrebbe essere il primo a proporre piani credibili di riconversione industriale che non si vedono all’orizzonte.

In una simile intelligente profonda ristrutturazione è possibile e necessaria una collaborazione tra la cultura sociale del lavoro e la cultura industriale avanzata.

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