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La drammatica vicenda del Costa-Concordia mette ancora una volta in vetrina davanti a tutto il mondo il tragicomico stato della nave Italia. Più che il meschino comportamento del capitano, scivolato su di una scialuppa, l’inadeguatezza delle strutture di salvataggio a bordo, il bassissimo livello di addestramento del personale di bordo, il maggiore scandalo è il fatto che le navi della Costa Crociere erano solite violare le più elementari norma di sicurezza in occasione dei ripetuti «inchini» al cospetto delle varie isole e lagune. E senza che nessuno fiatasse. L'Italia, paradiso dell'illegalità e del disprezzo assoluto verso tutto quello che è sicurezza e senso civico, può ben specchiarsi nell'immagine della gigantesca nave paurosamente inclinata. Con questa pubblica figuraccia l'Italia si è declassata in modo molto più clamoroso ed evidente di quel che può avere tentato di fare la Standard & Poors.

L'assurdo evidente, e non oggetto di commento sui giornali, è che questi mostri del lusso non meritano il nome di natanti, sono solo parallelepipedi galleggianti. Il torto è dei progettisti navali che si piegano alla logica del profitto e disegnano forme nautiche senza senso. Un'opera viva (così si chiama la parte emergente dalla linea di galleggiamento) esagerata, il doppio di un palazzo di dieci piani, per ospitare saloni, piscine, palestre, ecc., produce un forte sbandamento. Senza l'appoggio dello scoglio, la Concordia si sarebbe rovesciata e sarebbe affondata. Per l'inaffondabilità e stabilità assoluta, che oggi si deve pretendere, occorre che il baricentro resti sempre molto sotto la linea di galleggiamento e che volumi adeguati restino inaccessibili all'acqua. E ciò è possibile solo con radicale sacrificio del lusso – un lusso alla portata di un certo numero di tasche e a cui non vogliamo rinunciare.

Dopo il disastro Jan Fleichhauer sul settimanale tedesco «Der Spiegel» ha scritto: «Mano sul cuore: qualcuno si è forse meravigliato del fatto che il capitano della Costa Concordia fosse italiano? Ci si può immaginare che a compiere una simile manovra, inclusa la fuga successiva, potesse essere un tedesco oppure, diciamo anche, un capitano di marina britannico?». Per non esser da meno, con simmetrica barbarie Alessandro Sallusti ha titolato sul «Giornale»: «A noi Schettino, a voi Auschwitz». Senza alimentare nessuna autoindulgenza, dobbiamo riconoscere che il giornalista tedesco ha fatto considerazioni razzistiche nei confronti degli italiani, dicendo che questo disastro poteva capitare «solo» a un italiano, e non a un comandante tedesco o inglese. Dire «sempre» o «mai» e legarli a una connotazione di «razza» è razzismo. Siamo sempre pronti a sottolineare, giustamente, ogni alito di razzismo di certi italiani nei confronti di rom, neri, islamici, ecc., questa volta si tratta di un piccolo atto di razzismo di un tedesco nei nostri confronti.

Un atto di razzismo ben più brutale è stato compiuto contro i rom il 10 dicembre a Torino alla Continassa, per un inesistente stupro di un nomade, riducendo in fiamme le roulottes – persino peggiore della tentata strage che nel centro di Firenze ha causato pochi giorni dopo la morte di due senegalesi e il ferimento grave di altri tre. Più brutale perché collettivo e perché disposto a bruciare i bambini. Questi e altri simili tragici segnali di miserabile razzismo italiano, diffuso e strumentalizzato in politica, impegnano a fondo la nostra educazione civile e umana. Scrive infatti Alessandro Triulzi sullo «Straniero» di febbraio che «i recenti scoppi di violenza razzista in Italia non sono gesti isolati ma segni precisi di una cultura dell’odio e della discriminazione razziale che resta tenacemente annidata nella società italiana nel suo complesso, una violenza che, se non controllata, rischia di indirizzarsi su nuovi bersagli e di causare altre vittime. Negli ultimi venti anni in Italia […] si è incoraggiata la costruzione di un io nazionale e spesso locale che continua a vedere lo straniero come appartenente a un’umanità distinta, tanto più se di colore o cultura differente, e a una condizione per sua natura minore anche là dove questa è minacciata dall’assenza di standard minimi di vivibilità e democrazia nel paese di origine».

Si potrà (forse) risanare un bilancio economico, ma se il bilancio umano resta questo, così negativo, siamo falliti. Noi, con questo foglio, abbiamo solo la debole forza della parola scritta, che esprime comunicazione tra le coscienze, ma come cittadini dell'unico mondo umano cerchiamo alleanze contro il cancro del razzismo, che distrugge una polis più del terremoto.

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