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Le ultime vicende vaticane meritano alcune considerazioni, che vanno al di là del trapelamento (leak) di notizie e documenti di cui è accusato il maggiordomo. Infatti dietro i Vati(can)leaks ci pare sia in atto uno scontro tra i fautori del cardinal Bertone e quelli a lui contrari. Ma quella che a prima vista poteva sembrare la solita (e squallida) lotta per il potere non meritevole di alcuna considerazione, forse può essere valutata in modo diverso, anche alla luce della rimozione del direttore dello Ior (Istituto per le Opere di Religione, cioè la banca del Vaticano) Gotti Tedeschi e del «promoveatur ut amoveatur» di mons. Viganò, ex segretario generale del governatorato e ora nunzio apostolico negli Stati Uniti.

Non ha tutti i torti, e forse va valutata in modo positivo, la corrente che si oppone a Bertone, e quindi al Papa (ma non è un demerito) poiché Bertone è stato per anni suo vice al Sant’Uffizio, ed è stato da lui nominato segretario di stato. La linea di Bertone è la linea di Ratzinger tout court. Guarda caso, è tedesco il presidente ad interim della banca vaticana Hermann Schmitz, e molto probabilmente sarà tedesco il nuovo direttore, l'ottantunenne ex governatore della Bundes-Bank Hans Tietmayer. Ciò è avvenuto perché il banchiere Gotti Tedeschi stava «normalizzando» l’istituto incamerando a pieno titolo le norme anti-riciclaggio (e altri aspetti come la trasparenza), per portare la banca vaticana nella cosiddetta White List (la lista «bianca» delle banche e paesi «virtuosi»). Questo non deve esser piaciuto troppo al Segretario di Stato, che voleva vincoli meno rigidi, nella scia dei cosiddetti paradisi fiscali, tanto da risultare se non nella lista nera (Black List) sicuramente in una «grigia».

Che il Vaticano possieda una banca passi (anche se possiamo disquisire sulla faccenda a lungo e in maniera non troppo tenera), ma che almeno sia nella White List: si chiede un minimo di decenza, non una moralità eroica. Se il Vaticano opera, come dice, per il bene della chiesa e dell’umanità, che almeno la sua banca sia «virtuosa»; se non è virtuosa la loro, quale istituto di credito dovrebbe esserlo? L’altra cosa su cui Gotti Tedeschi ha fatto resistenza è stato il salvataggio del S. Raffaele, che Bertone voleva a tutti i costi; giustamente non se l’è sentita di accollarsi quell’enorme debito fallimentare (per non parlare delle eventuali illegalità nella conduzione dell’opera di don Verzé).

In modo simile Viganò, circa un anno fa, da segretario generale del governatorato, aveva scritto due (o più) lettere al Papa denunciando situazioni di corruzione all’interno dell’apparato vaticano. Il fatto di essersi ridotto a scrivere significa quasi sicuramente che non ha avuto accesso diretto al Papa (nessuna udienza), e che le due lettere (probabilmente un doppio tentativo) saranno anch’esse state intercettate: il Papa è murato dall’apparato curiale dei potenti vassalli di turno, esattamente come nei precedenti pontificati.

Tali lettere le ha divulgate Gianluigi Nuzzi nella trasmissione d'inchiesta di La 7 «Gli intoccabili», e poi nel libro Sua Santità, che contiene tante altre «perle» riservate, e ha suscitato un duplice scandalo inversamente proporzionale: per alcuni lo scandalo è quasi interamente nella fuga di materiale riservato (e poco e niente nella corruzione), mentre per altri (noi compresi) sta tutto nella corruzione in Vaticano e praticamente nulla per il leak. Parecchi politici fanno parte del primo gruppo, e addirittura tre deputati hanno chiesto al governo di ritirare il libro di Nuzzi, senza entrare nel merito e guardare al contenuto, ma solo agli aspetti formali del Vatileak: si può, non si può, chi è stato, perché lo ha fatto, ladro, ricettatore…

A causa della denuncia della corruzione, Viganò è stato spedito come nunzio apostolico negli States, dove però ha trovato consensi, amici e sostenitori nell’ala più liberal, decisamente consistente, dell’episcopato americano, e soprattutto nel presidente di tale conferenza episcopale, il card. Dolan di New York (Scola contro Dolan nel futuro conclave?). Infatti non deve essere neppure piaciuta agli avversari di Bertone (come a noi) la «normalizzazione» della diocesi ambrosiana (invocata anche dal successore di Don Giussani), con la nomina di Scola dopo due episcopati aperti e lungimiranti come quelli di Martini e Tettamanzi.

In conclusione avvertiamo una sacrosanta, decisa e frontale opposizione al cosiddetto partito romano clericale e affarista, attento solo ai grandi e ai vip (come il segretario personale del Papa, l’aitante p. Georg, assiduo frequentatore dei salotti della Roma-bene). Ci pare abbiano agito a fin di bene: per questo il trafugamento di documenti riservati (il carpirne l’informazione e farla circolare, non il rubarli o falsificarli) non è poi una cosa così grave: un nobile scopo tollera una piccola illegalità.

Nonostante questa valutazione positiva di alcuni di loro, ciò non toglie tuttavia il nostro giudizio molto severo in generale sul vatican-empire. Ad es. che il Vaticano sia la casa di Dio (come subito i mass-media, coi loro vaticanisti ossequienti, hanno interpretato la citazione fatta dal Papa di Mt 7,24s: la casa sulla roccia che non cade nonostante l’infuriare dei venti; ma si tratta di un passo che non ha nessuna relazione con la chiesa-tempio), è una «sparata clericale» che merita solo una contro-battuta: se non cade, lo fa perché è la casa della potenza satanica, che si oppone a Dio ragionando secondo gli uomini (Mt 16,23 e Mc 8,33) e la loro pecunia-mammona.

In termini teologici più raffinati delle battute, per l’apparato romano e papale vale l’affermazione lapidaria di Karl Barth: la religione è l’interesse per eccellenza dell’uomo ateo, o comunque incredulo. Il religioso sistema curiale d’oltreTevere è lontano anni-luce dal messaggio di Gesù; la casa del crocefisso semmai può cadere, perché Dio è debole e impotente nel mondo, e non la massima espressione della potenza e del dominio come credono prelati e vaticanisti.


 
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