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Il Vaticano non ha ancora chiuso la pratica del divorzio da Berlusconi (che infatti lamenta: «Si ricordino cosa abbiamo fatto per la Chiesa negli anni del mio governo»), che non trova di meglio che avallare il nuovo (?) salvatore della Patria, Monti. Un articolo uscito il 27 dicembre su «L’Osservatore Romano», intitolato La salita in politica del senatore Monti, invita le forze politiche a interrogarsi sull’impatto che può avere la salita in politica del Professore, stigmatizza che «l’espressione “salire in politica”, usata da Monti, è stata accolta con ironia, in qualche caso con disprezzo», tuttavia fa notare la sintonia con il messaggio di Napolitano, «non a caso un’altra figura istituzionale che gode di ampia popolarità». A Napolitano si riconosce «il merito di aver individuato proprio nel senatore a vita l’uomo adatto a traghettare l’Italia fuori dai marosi della tempesta finanziaria». Il pezzo chiude con quella che è poi stata giornalisticamente definita la “benedizione”: la salita è «in sintesi l’espressione di un appello a recuperare il senso più alto e più nobile della politica che è pur sempre, anche etimologicamente, cura del bene comune».

Perché il Vaticano si schiera con Monti? Condividiamo quanto scrive Pietro Polito sulla newsletter del Sereno Regis: «un collateralismo così evidente, così smaccato, sfrontato, senza pudore alcuno, sa di antico, sa di Democrazia cristiana e obbedisce a una istintiva, atavica, paura, la paura che in Italia governi una coalizione che anche solo lontanamente possa essere considerata di sinistra. Come se questo Paese fosse rimasto fermo al 1948».

Ma i cristiani italiani sono adulti e sanno scegliere: loro rappresentanti di diverse tendenza politiche sono presenti in quasi tutti i partiti. Anche noi del foglio, come «Noi siamo Chiesa» e altri movimenti di base, abbiamo dichiarato il dissenso dall'intervento vaticano e invitato a scriverlo al proprio vescovo. La chiesa ha da trasmettere e testimoniare messaggi evangelici di impegno civile e altruista, di solidarietà anzitutto a favore degli ultimi, e non deve sostituirsi ai cittadini nella scelta politica, come se fosse una sola quella compatibile col vangelo (o più spesso con interessi ecclesiastici materiali). Con questo schieramento, la chiesa perderà ancora altro ascolto nelle indicazioni morali propriamente evangeliche.

Fortunatamente, nei giorni successivi al pezzo dell’«Osservatore» ci sono stati interventi della gerarchia che sembrano di segno contrario. Per es. monsignor Mario Toso, segretario del Pontificio consiglio «Giustizia e pace», ha dichiarato alla Radio Vaticana: «Le agende dei partiti non cancellino lo stato sociale». E ha aggiunto: «Il diritto al lavoro è fondamentale e la politica non faccia crescere le diseguaglianze». E ancora: «I partiti, se credono in un riformismo pieno e rispettoso delle persone, devono comprendere nei loro programmi e nelle loro agende, alcuni principi di fondo quali il diritto al lavoro, la tutela dello stato sociale e democratico contrastando la sua erosione, i tentativi di abbatterlo e la crescita delle diseguaglianze». Lo stesso papa, l’8 gennaio ha invitato a guardare «soprattutto» allo spread «del benessere sociale», perché non si può restare indifferenti di fronte «alle crescenti differenze fra pochi, sempre più ricchi e molti, irrimediabilmente poveri». Nell'evidenziare il nesso tra pace, giustizia e verità, la sua critica è netta: «Non va assolutizzato il profitto a scapito del lavoro». «Ci si è avventurati senza freni – ha osservato con preoccupazione − sulla strada dell’economia finanziaria, piuttosto che di quella reale». Vogliamo sperare che queste parole che sono giuste, umane, evangeliche non siano solo parole ma fatti.


 
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