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«Il difensore della tradizione Benedetto XVI, con la sua rinuncia, ha dato il colpo più forte tra tutti al ridimensionamento del ruolo papale; il difensore della Costituzione Napolitano, accettando – contro quanto da lui solennemente dichiarato in precedenza – la propria rielezione, ha dato un ulteriore colpo alla modifica della Costituzione materiale. Il capo dello stato diviene sempre più il centro del potere esecutivo e accetta, a quasi 88 anni di età, una carica settennale. Tutto questo sul piano istituzionale; sul piano politico il salvataggio dei resti del Pd è pagato non solo con il ritorno al governo del Pdl ma con la riconquista della centralità politica da parte di Berlusconi». Piero Stefani mette qui a confronto l’elezione di papa Francesco, che ci fa sperare cose nuove, sia pure con cautela, e la rielezione di Napolitano con il conseguente incarico a Letta, che non ci entusiasma, poiché rischia di legittimare di fatto l'odio della giustizia (penale e sociale). Bisogna dirlo in questo momento di assoluzione politica del berlusconismo. Forse, a questo disgraziato punto, non si poteva fare altro, per evitare il peggio, ma il giudizio da dare, a luce di ragione e onestà, vale sempre più della realtà data e patita.

Ma come è avvenuta l’autodistruzione del Pd, dopo tre primarie, cioè dopo che il partito ha cercato, per la prima volta, di essere concretamente democratico facendo parlare la “base” aperta ai cittadini? Dopo le elezioni di febbraio è andata in scena l’ennesima versione dello scontro, presente fin dalle origini nella sinistra italiana, tra chi pensa che il sistema in cui viviamo sia sbagliato e vada cambiato profondamente e chi invece lo accetta e vuole gestirlo migliorandolo (o chi usa ora questa, ora quella posizione per coprire le sue ambizioni). Lo scenario in cui si svolge il dramma è quello di una crisi piena di incognite e pericoli: è in atto infatti una caotica redistribuzione di ricchezza e lavoro su scala globale nella quale il mondo occidentale ha poche chance di mantenere le posizioni raggiunte dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Su questo sfondo la classe dirigente del Pd non è all’altezza della sfida che ha di fronte, sconvolta dalla mancata vittoria che credeva sicura, senza progetti né obiettivi strategici e perciò non in grado di fare una necessaria sintesi tra le diverse posizioni che la compongono, dilaniata da personalismi, interessi contrapposti, rancori irrisolti. Questo partito si è trovato a scegliere, perché così hanno deciso gli elettori italiani, tra due partiti non-partiti: il M5S composto da giovani inesperti, con un programma confuso, contraddittorio e per la maggior parte velleitario, che deve la sua fortuna alle capacità comunicative e mobilitanti di Grillo che ne è il capo non eletto, che non si è presentato alle elezioni e perciò non è in Parlamento; e il Pdl, il partito-azienda, organizzato intorno al potere finanziario e carismatico di Berlusconi, che ha come punto programmatico centrale quello di salvarsi dai suoi guai giudiziari. E alla fine ha scelto il Pdl.

La politica del M5S e del Pdl, facendo leva sulle suddette divisioni e sulla necessità per il Pd di allearsi con uno di loro, ha cercato in tutti i modi di spaccarlo per incamerarne la parte maggiore. Lo scontro ha raggiunto il punto culminante nell’elezione del Presidente della Repubblica, proprio perché legata alla formazione del governo e quindi alle alleanze da stringere. Tutti i candidati via via proposti sono stati bocciati nel segreto dell’urna, e per uscire dall’impasse i parlamentari sono stati costretti a riconfermare il recalcitrante Napolitano.

Ora il governo si trova a dover fare alcune cose per rimettere in piedi l’Italia: per esempio riformare la seconda parte della Costituzione, ridisegnando gli organi costituzionali, le autonomie locali, le loro funzioni, il loro costo; riorganizzare la pubblica amministrazione per aumentarne l’efficienza e ridurne i costi; rivedere il welfare e i servizi pubblici per adattarli alle possibilità del nostro bilancio (salvaguardando i diritti di chi ha veramente bisogno); contrattare, con il necessario mix di durezza e flessibilità, una profonda riforma delle istituzioni comunitarie, delle sue regole e delle sue politiche. Ci riuscirà?

Ce lo auguriamo. Certo già tutti sappiamo che tale tentativo parte da almeno due progetti diversi. Berlusconi si prefigge un fine che è il contrario di quello di Letta. Impossibile ipotizzare quale si realizzerà e nulla ci dice che la fine del tutto non sia, per tutti e due e anche per noi, una sorpresa.

Questo editoriale è tristemente adatto alla triste situazione. Ma alla tristezza si deve reagire. La volontà di giustizia − diciamo liberté, égalité, fraternité − da chi è esercitata oggi con decisione? Forse da noi cristiani, credenti nella fraternità più che nella competizione? Fare penitenza e ricominciare, sempre. Ognuno per la sua parte. Anche questo modesto foglio.


 
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