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 404

La redazione, nelle settimane di agosto, segue questa regola: «Chi c'è c'è, chi non c'è non c'è». Chi è in ferie, chi in viaggio, chi a casa. Chi c'è, viene al solito giorno e ora, e si parla, senza necessità di fare il giornale, di quel che accade, che si vive, che si sente, che si pensa.

Il 27 agosto, in presenza già discreta, abbiamo fatto questo, ma anche impostato il presente numero. Si ricomincia, per il 43° anno sociale del foglio. Naturalmente, ci guardiamo attorno: guerra civile in Egitto e peggio in Siria, con minacce di intervento “doveroso” di alcune maggiori potenze per “punire” Assad del bombardamento chimico. Abbiamo negli occhi le immagini strazianti dei bambini soffocati, morti senza ferite, e i video di quanti stanno soffocando, tra convulsioni e disperazione. È stato il regime o i ribelli? Si accusano a vicenda. Chiunque sia, chi uccide civili e bambini per accusare l'altro della propria crudeltà, è servo del male e nemico dell'umanità, della stessa propria umanità. La malvagità esiste nell'umano, senza bisogno di immaginare il diavolo. L'uomo è anche diavolo. Ma non è vero che è solo o soprattutto diavolo. Lo sarebbe se ci rassegnassimo. Non è vero, infatti non lo accettiamo.

E chi deve “punire”? Non è compito del più forte solo perché militarmente può. Civiltà – abitare la stessa città - è darsi regole nella propria città-mondo, regole per decidere senza uccidere. Queste regole cominciano ad esserci, dalla seconda metà del Novecento, ma non sono ancora nelle coscienze dei potenti e nella concezione e pratica prevalente del potere politico. È il grande compito sia della cultura civile sia delle visioni e spiritualità che animano le morali.

Il potere politico è soggetto alla legge che siamo riusciti a darci. Se la democrazia è un progresso umano – contare le teste invece di tagliarle – essa tuttavia è «il governo delle leggi e non degli uomini», come ricordava Norberto Bobbio. Non basta che una quantità di cittadini designi col voto i governanti, o peggio un super-governante. L'eletto è soggetto alla legge, il legislatore è soggetto alla Costituzione. La quale, nella sua prima parola, afferma la sovranità del popolo, tolta agli antichi sovrani, ma ne nega il carattere assoluto: neppure il popolo è un sovrano assoluto; non ci sono più sovrani assoluti. Il popolo democratico esercita la propria sovranità «nelle forme e nei limiti della Costituzione».

Questo problema compare drammaticamente in Italia. L'attuale capo del partito personale di destra, condannato con sentenza definitiva per evasione fiscale fraudolenta ed escluso dai pubblici uffici, non accetta il giudizio e si appella al consenso popolare (che non è neppure maggioranza). Questa è l'essenza del populismo demagogico, falsificazione della democrazia costituzionale, dello stato di diritto, quello stato che fa governare le leggi e non i più forti.

La coscienza del nostro Paese, e la sua storia civile, è ora soggetta a questa prova di importanza assoluta. Se c'è un assoluto, infatti, nel vivere insieme, è che niente e nessuno è ab solutus, cioè sciolto da legami e doveri verso gli altri, perciò dalle leggi che obbligano e tutelano tutti. È assoluta la non-assolutezza, il non-svincolamento. La forza, il denaro, la demagogia vorrebbero sciogliere il potente dalla società di tutti e assicurargli il «privi-legio» (una legge privata, personale, ad personam). Nessuno ha più diritti degli altri, nessuno ha meno limiti degli altri.


 
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