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 A noi papa Francesco piace, fino a prova contraria. Il giudizio sul suo passato sotto la dittatura argentino sembra uscire dall'ambiguità (vedi foglio 406). Ora può fare quasi tutto quello che vuole. E secondo noi lo sta facendo abbastanza bene. A destra hanno voluto vedere, non hanno osato attaccare subito, ora è tempo di intervenire. E sarà sempre peggio. Però è una gioia leggere atei devoti e catto-integralisti che operano sottili distinzioni tra papa e papato, fallibilità di uno e infallibilità dell'altro, pronunciamenti ex cathedra o no, e che sfoggiano pure un'inedita insospettabile cultura esegetica, smontano miti fondativi…

Tra gli articoli critici, ci soffermiamo su un pezzo di Vittorio Messori perché affronta una questione stimolante: L'illusione di un ritorno alla chiesa primitiva («Corriere della Sera» 10 novembre 2013). Messori ha qualche ragione: il movimento che non si struttura, che non diventa istituzione, e dunque anche gerarchia, rischia di sparire. D'altra parte, così facendo, rischia di perdere la forza della sue intuizioni originarie. Un po' forse assomiglia all'antinomia pirandelliana mai risolvibile tra vita e forma: la vita ha bisogno di darsi una forma per consistere, ma qualsiasi forma la tradisce e di fatto non può contenerla. Già un teologo protestante dell’Ottocento, Franz Camille Overbeck, sosteneva che la cultura cristiana e le idee teologiche che si intrecciano in essa sono in contraddizione con la predicazione originaria di Gesù. Questo è il dramma che vive la Chiesa come istituzione (almeno quando è in "buona fede"): la volontà di tener vivo quel messaggio originario in una struttura che serve a trasmetterlo, ma in parte non può che alterarlo, e nei casi peggiori tradirlo. Quindi non solo Ecclesia semper reformanda, come dice Messori, ma di più: vivere sulla propria pelle la novella evangelica come fonte continua di contraddizione e di inadeguatezza della struttura ecclesiastica, per certi aspetti necessaria, e forse inevitabile. Solo la percezione, e l'esercizio continuo, di questa contraddizione può tenere in vita il cristianesimo.

Messori però accosta la chiesa a un qualunque movimento politico, come se Cristo e Grillo (o Stalin e Mussolini) fossero paragonabili. Ma un uomo di fede come Messori non dovrebbe credere che l'opera di Dio e la sua rivelazione siano indipendenti e superiori alla caducità delle cose meramente umane? Dio ha bisogno di un'istituzione umana?

Inoltre, se l'istituzionalizzazione del movimento è inevitabile e se dietro l'istituzionalizzazione del movimento di Gesù c'è davvero Dio, allora perché Dio non ha scelto di manifestarsi in un uomo istituzionale, piuttosto che in un «ebreo marginale» come Gesù di Nazaret, un uomo totalmente autonomo? Non avrebbe potuto fare di meglio con il Sommo Sacerdote? O la scelta di un uomo totalmente autonomo vuol dire qualcosa proprio della natura di Dio?

E fin qui dipende dalle scelte di Dio. Ma lo stesso vale anche sul versante opposto, quello umano: se quell'uomo, Gesù, era anche Dio, non vuol dire nulla che quell'uomo-Dio abbia scelto di starsene fuori dalle istituzioni e che poi le principali istituzioni del suo tempo, non in buoni rapporti tra loro, si siano alleate per farlo fuori?


 
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