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Sulla impetuosa politica del nuovo segretario del Pd abbiamo in redazione pareri diversi, e del resto profonde divisioni si vedono anche in quel partito. Occorre riflettere al di là della contingenza e degli aspetti tecnici. C'è da diffidare di chi non si pone in umiltà, senza spocchia, davanti a un compito difficile e pesante. Ma bisogna dare fiducia a chi ci prova. Resta però un brutto messaggio che Renzi non si dimetta da sindaco.

L'ideologia del vincere non è un'idea politica. La democrazia non è un pallottoliere: è la fiducia che la razionalità umana media sappia scegliere il meglio possibile, e che gli stolti siano meno numerosi dei mediamente saggi. Ardua scommessa. Il popolo non è infallibile. La continua discussione critica è l'anima del principio di maggioranza. La buona politica non accarezza la pancia per avere consenso, ma dice la verità.

Sulla legge elettorale da ricostruire, e su alcune riforme costituzionali e strutturali, Renzi ha parlato di «profonda sintonia» − nulla di meno! − con Berlusconi. Come si può avere sintonia, e persino «profonda» col rappresentante e promotore della corruzione civile e costituzionale? L'eccesso verbale è pur sempre rivelatore.

L'antiberlusconismo è come l'antifascismo, è la necessaria condizione negativa preliminare alla democrazia. È evidente fino da prima del 1994 che il berlusconismo è antidemocratico perché corruttore: con falsità e adescamenti ha sempre approfittato della debolezza civile e politica del popolo italiano, disposto a consegnarsi al "capo" che incoraggia il «fatti gli affari tuoi», rifiutando costi e doveri della solidarietà. Il populismo è corruzione storica della democrazia, nel fascismo come nel berlusconismo.

Certamente sulle regole si deve trattare con tutti, ma andare incontro alle esigenze del condannato per frode fiscale, responsabile del porcellum, è come chiamare un piromane a spegnere l’incendio da lui appiccato. Berlusconi condannato ed espulso torna dirigente rilegittimato nella politica nazionale da cui «giudici cattivi» volevano allontanarlo. E questa operazione lacera il PD che non ne aveva proprio bisogno. La via più giusta non è il patteggiare con l'autore del disastro, ma la fedeltà alla Costituzione, artt. 1. 3, 11, 35-47 e 48-54, da portare il 25 maggio in una Europa disorientata e malata dello stesso male. Già contro la "legge truffa" del 1953 (moderatissima rispetto alle attuali) Bobbio portava l'ovvio argomento del voto «uguale», di uguale peso per ogni elettore (art. 48).

Anche in politica la qualità conta più della quantità. Va bene «vincere» (questo pare l'unico motto di Renzi), ma non va bene a scapito della qualità: la cultura e la storia, i valori depositati nella Costituzione quando l'Italia seppe risorgere dalle peggiori tragedie civili.

Quando il parlamentarismo rappresentativo va in crisi compare il cesarismo. Davanti a Cesare meglio opporsi e perdere che vincere con lui. Il falso dogma che la politica si identifica col vincere, perciò la quantità si compra anche spendendo la qualità, gioca per Cesare e non per il popolo. Ma il popolo, per fare a meno di Cesare, deve essere capace di governarsi. La democrazia è parlamentare o non è democrazia.

La crisi del parlamentarismo è la crisi del dialogo, del parlare e ascoltare con lealtà, nel cercare il bene comune. Cultura, arte, etica, filosofia del dialogo sono da insegnare a scuola come l'alfabeto. Ma questa cultura c'è: ad essa si deve ricorrere. Il «prendere o lasciare» non è dialogo, cioè non è politica democratica.

La democrazia è una strada lunga, più lunga del decisionismo. Ma è la via della pace e della giustizia, se si emancipa da ogni violenza. Il cesarismo è la via del disonore storico, della miseria civile, dei pericoli peggiori, e anche della guerra civile. Ci si consegna a Cesare per paura della divisione, e nessuno più di lui divide con l'imporre.

 

Enrico Peyretti

 


 
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