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L’abbraccio, un po’ goffo e impacciato, tra un francese e un tedesco su una delle spiagge dove avvenne l’immane massacro dello sbarco in Normandia simboleggia il cammino dell’Unione europea percorso in 70 anni. Il successo, anche se in parte ridimensionato, dei movimenti antieuropei il 25 maggio scorso segnano, invece, la lunga strada che ancora ci aspetta perché la scelta federale diventi irreversibile. Non a caso, appena saputi i risultati del voto, è ripresa con lena l’attività di demolizione. Si segnala per zelo il premier inglese Cameron che, senza tema di ricorrere ai ricatti e disprezzando il voto popolare, ha posto il veto all’elezione alla presidenza di J. P. Junker. Costui è esponente moderato di quella corrente federalista che, da Altiero Spinelli a Alcide De Gasperi e a Jacques Delors, sostiene che solo con poteri propri nei settori più importanti e delicati (in primis politica estera e difesa) l’integrazione potrebbe consolidarsi e progredire. Prevale invece attualmente l’idea di un’Unione che, al massimo, ricorda l’«Europe des Patries» cara a De Gaulle, insomma un consesso governativo di Stati sovrani, che quel poco che decidono lo fanno sempre all’unanimità.

Passa in questi giorni un intelligente spot televisivo che cerca di spiegare il reale significato della abusata frase «Ce lo chiede l’Europa». Ma l’attuale Europa che cos’è se non l’incontro dei governi nazionali gelosi delle proprie prerogative e dei propri interessi? D’altro canto Romano Prodi segnala che le platee di giovani, alle quali spesso si rivolge, considerano pienamente acquisita la pace permanente tra i membri dell’Unione, al punto da non mostrare più alcun interesse al problema. Altri, di opposta opinione, ci ricordano che la storia tende a ripetersi e che la guerra c’è già in Europa, ai margini dell’Unione, in Ucraina, e c’è stata una ventina d’anni fa con la dissoluzione della Jugoslavia. Ma soprattutto è preoccupante che riprendano seguito le idee di sacralità dei confini, dell’identità delle piccole patrie, della difesa scomposta dall’estraneo e dal diverso, del rinchiudersi nelle proprie certezze tradizionali. Tutti ingredienti che troviamo nei partiti antieuropei e che, declinati nelle loro versioni estreme, danno luogo ai movimenti neonazisti in Grecia e in Ungheria con organizzazioni paramilitari, quasi milizie di partito. In questo quadro variegato preoccupano anche successi del Fn della Le Pen in Francia e dell’Ukip di Farage in Gran Bretagna, e stupisce la disinvoltura del M5S che si affida alla rete, cioè a qualche decina di migliaia di contatti (ben che vada), per scegliere gli alleati al Parlamento europeo: se i Verdi o i nazionalisti e isolazionisti inglesi. Merita segnalare che Farage, intervistato da Radio 1, ha sprezzantemente definito i Verdi e lo stesso Renzi come fanatici dell’Europa.

In Italia i risultati elettorali sono andati controtendenza. Indubbio e inaspettato il successo del Pd (che non avuto apporti di voti da destra, ma ha prosciugato il centro, si veda il pessimo risultato di Scelta Europea). Del pari, inatteso lo stallo del M5S. Buona l’affermazione della sinistra di Tsipras, in cui però sono subito riemersi vecchissimi problemi di metodo. Tra gli altri il caso di Barbara Spinelli, che prima si era impegnata a dimettersi se eletta (cosa discutibile, poiché le elezioni servono a ricevere un mandato da chi vota) e poi ci ha ripensato. Feroci liti tra subentranti, più o meno lottizzati, tra Rifondazione, Comunisti italiani, ecc. interessano poco. Pare invece cosa ottima che la deputata Spinelli possa essere eletta alla vicepresidenza del Parlamento europeo, ipotesi accreditata a Strasburgo e Bruxelles. Cosa ottima e non solo per il cognome che porta. È molto difficile tuttavia ragionare sulle conseguenze interne al mondo politico italiano del voto europeo e forse è bene che sia così. Certamente il governo Renzi ha avuto un’apertura di credito in più (che deve utilizzare presto e bene). Se il successo del Pd si ripetesse in elezioni interne forse saremmo in presenza di uno schieramento progressista di tipo socialdemocratico, vanamente inseguito in tutto il dopoguerra. Ma allora si imporrebbe il problema dell’avversario: una destra finalmente repubblicana, non autoritaria e sdoganata dai partiti personali. Esercizi di fantapolitica, per ora.

Restando in Europa, colpisce l’intuizione di Giuseppe Sangiorgi: la costruzione europea era per De Gasperi, uomo di frontiera e giovane deputato trentino a Vienna, una scelta emotiva ed etica prima che politica (cfr. De Gasperi, uno studio: la politica, la fede, gli affetti familiari, Rubettino 2014). Come dire un mito. Analogo atteggiamento si evidenzia nella recente riedizione del saggio di Piero Gobetti subito dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti (Storia e Letteratura 2014): l’antifascismo come scelta anzitutto morale, il contrasto politico non bastando a resistere alle seduzioni che il fascismo esercitava sulle masse. I tempi oggi sono molto diversi, ma intatto purtroppo è il fascino dei movimenti autoritari. All’Europa, scelta strategica, ma anche emotiva e morale, occorre davvero un supplemento di anima.


 
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