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 425 - La lunga strada verso la democrazia

 

L’Ungheria e i profughi

 

Può suonare paradossale, ma, in queste settimane, nemici dell'accoglienza sembrano proprio i popoli e i governi di quei paesi in cui nelle scuole, nelle università, attraverso i media, si è cercato per decenni di inculcare gli ideali di uguaglianza, di internazionalismo, ecc. Visti i risultati, abbiamo l’ennesima conferma: era ideologia. Il comunismo ha fallito ben prima, forse già quando Marx ha pensato di avere una soluzione che potesse precedere e prescindere dalla partecipazione consapevole della gente. I compagni di strada più sensibili alla libertà come Bakunin avevano avvertito per tempo il pericolo dell’autoritarismo e le loro strade si sono ben presto separate. Il socialismo reale, anche considerato nei suoi aspetti positivi, ha trasformato le strutture sociali senza coltivare un’analoga trasformazione delle coscienze. I frutti migliori e più duraturi, forse, il comunismo li ha dati dove non è stato al potere, in occidente, ed è riuscito a svolgere una funzione di contenimento degli appetiti del capitalismo.

In Europa orientale, inoltre, i popoli sono passati direttamente dal dominio degli imperi autoritari a quello dei regimi socialisti. Forse aveva ragione Churchill, quando sosteneva che la democrazia è la peggior forma di governo, fatta eccezione per tutte le altre sperimentate sino ad ora. Con tutto il male che possiamo dire dei nostri sistemi parzialmente democratici, ora si possono misurare le differenze tra le due sponde dell’Europa. Ci vuole tempo per imparare a essere democratici: occorrono istituzioni democratiche per sviluppare lo spirito democratico nei popoli, ma ci vogliono popoli democratici perché le istituzioni democratiche possano funzionare.

La fase più critica probabilmente si situa all’inizio, quando un popolo non abituato all’autogoverno deve cominciare a farsi carico della responsabilità di decidere della propria sorte. La tentazione delle semplificazioni e della sostituzione di un potere forte con un altro è grande. Arduo è assumere i rischi della libertà e imparare uno sguardo politico autonomo e lungimirante. Anche noi italiani, appena allargato il suffragio, abbiamo finito per dare vita al regime fascista. Certo, quella svolta ha la sua radice profonda nella partecipazione alla prima guerra mondiale e nella temperie di quel dopoguerra; tuttavia, se avessimo avuto un popolo e delle istituzioni democratiche già mature, forse ciò non sarebbe potuto accadere. Per esempio, Francia e Gran Bretagna hanno saputo resistere ai loro fascismi interni. Occorre però anche dire che queste potenze, in quegli anni, godevano di una maggiore ricchezza diffusa, di risorse naturali e di mercati che hanno loro consentito di affrontare meno drammaticamente le crisi del primo dopoguerra e del Ventinove, fatali per noi e per la Germania. Francia e Gran Bretagna, insomma, hanno avuto buon gioco nello scaricare i loro problemi interni e il malcontento sociale sugli imperi coloniali. Quelle potenze, analogamente alla troppo spesso idealizzata Atene del V secolo, si comportavano in modo democratico al loro interno e in modo autoritario oltremare. Germania e Italia non erano in condizioni di farlo; non a caso la prima, appena unificata a fine Ottocento, ha subito cercato di costituire il proprio impero, ma era ormai troppo tardi, perché, dopo secoli di colonialismo, non restava quasi più nulla da occupare. Nel Novecento si trattava di rinunciare all’impero o di rimettere in discussione gli equilibri delle potenze. Da qui le guerre scatenate e perse dalla Germania (e noi a cercare, di volta in volta e furbescamente, le alleanze migliori nelle varie fasi della nostra guerra dei trent’anni: 1915-1945).

È il problema di chi arriva tardi e cerca di fare ciò che gli altri hanno fatto prima. Forse il cerchio si chiude: i paesi dell'est europeo ora cercano di recuperare il tempo perduto, ma hanno in mente il tipo di sviluppo dell'occidente, che però è partito quando non esisteva un sistema mondiale consolidato, e Francia, Gran Bretagna e USA potevano agire a loro piacimento pressoché indisturbate. Adesso la coperta è più corta: meno risorse, meno spazi, più soggetti e più grandi, qualche regola in più. L'egoismo e le aspirazioni alla ricchezza però rimangono le stesse di sempre.

Le democrazie occidentali, peraltro, hanno dimostrato che qualcosa di buono sono state in grado di fare, e lo hanno mostrato proprio ai popoli dell'Europa orientale, che 25 anni fa bussavano alle porte della UE dopo il disfacimento del sistema sovietico. Ora sembra che questi popoli si siano dimenticati di essere stati accolti e aiutati (come peraltro noi italiani sembriamo dimenticare di essere stati a lungo emigranti – e, visti i dati recenti, stiamo tornando a esserlo). La cosa è ancora più stupefacente, perché il trattamento riservato ai profughi non si giustifica in nessun modo, visto che gli immigrati, in genere, non hanno nessuna intenzione di fermarsi in paesi come Ungheria o Macedonia. Il razzismo da quelle parti è ancora fortissimo, ma forse si può capire: sono società chiuse da sempre e, probabilmente, in Ungheria stanno vedendo i primi "neri" della loro vita.

Nonostante la globalizzazione stia unificando il mondo, il processo, nel bene e nel male, non è ugualmente sviluppato nelle diverse regioni del pianeta. Già Marx pensava che il futuro fosse in Inghilterra e USA, e infatti studiava (e criticava) quei paesi. Quando gli si fece notare che i russi erano già/ancora in parte comunisti per i loro residui comunitaristi medievali era molto perplesso sulla possibilità che ne venisse qualcosa di buono. Ancora oggi i popoli dell’Europa orientale sono affascinati dal modello degli USA per le cose che non hanno mai avuto nel loro. Ma quando è caduto il comunismo volevano la libertà, come dicevano, o la ricchezza dell'occidente? Sicuramente – anche per paura di ricadere nell’orbita russa – sono diventati i principali sostenitori del modello americano, anche nei momenti del peggiore interventismo bellico di Bush.

Per concludere, c'è chi non è mai stato favorevole all'allargamento dell'Unione ai paesi dell'Europa orientale, e ora ovviamente sostiene che queste differenze culturali e sociali stanno emergendo in modo drammatico. Noi abbiamo sempre creduto il contrario invece; ovviamente ci allarma quello che sta accadendo in Ungheria e, in modo più attenuato, in altri paesi lì accanto. Ma proprio per questo crediamo sia importantissimo che si trovino dentro l'Europa e non fuori, perché in questo modo si può provare a condizionarli maggiormente e a “stimolarli” affinché si inneschino, gradualmente, quei processi di maturazione democratica che richiedono un tempo di incubazione che quelle terre al momento non hanno ancora avuto, mentre quelle più a occidente sì.

A questo proposito, un segnale di speranza viene dalle manifestazioni che in questi giorni si stanno tenendo a Budapest: un sintomo prezioso e benaugurante a sostegno degli immigrati e contro le politiche del governo.

 

Claudio Belloni e Massimiliano Fortuna

 


 
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