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Il 13 marzo del 2015, a pochi mesi dalla deludente conclusione della prima sezione del Sinodo speciale sulla famiglia, dopo avere ben ponderato il pericolo che, facendo leva sulla presunta irreformabilità della dottrina, l'opposizione di un significativo gruppo di cardinali e vescovi conservatori potesse impedire alla sua linea riformatrice di superare il placet finale dei due terzi dei Sinodali, Jorge Bergoglio ha annunciato la prossima apertura di un Anno santo della Misericordia. Ha deciso cioè di sparigliare le carte e di buttare sul tavolo la briscola dell'autonomia decisionale del Papa, la carta che permette a chi la usa di costringere tutti a ripartire dalla sua prossima mossa. Ancora una volta una mossa spiazzante, perché inattesa e soprattutto in conclamata contraddizione con ogni precedente dichiarazione sulla necessità di riequilibrare il rapporto tra collegialità e primato pontificio, di ridimensionare la centralità dottrinale e decisionale di Roma e di restituire all'annuncio evangelico del perdono e della salvezza la sua originaria connotazione di dono gratuito, connesso alla pratica della giustizia e della misericordia. Tutti sappiamo, infatti, che il primo Giubileo cristiano fu proclamato, con atto autocratico, da Bonifacio VIII, nemico dei movimenti francescani più fedeli alla “Regola” del Santo, per riaffermare la centralità religiosa e politica del papa e di Roma e accrescere la sua potenza finanziaria. E in molti abbiamo temuto che la scelta di tale strumento per valorizzare misericordia e perdono, ricerca della giustizia e della pace, potesse trasformarsi in una trappola per la riforma di Francesco e per il suo rinnovato impegno ecumenico. Così non è stato. Non solo perché papa Bergoglio ha continuato nel suo impegno a ventilare la paglia per ripulire il grano, ma anche perché, con precise scelte operative, ha dimostrato che il Giubileo celebrativo del cinquantenario del Concilio poteva e doveva essere “conciliarmente” qualificato e trasformato in modo tale da rovesciarne completamente la funzione pastorale. E oggi dobbiamo riconoscere che l'abituale tendenza a valutare ogni azione dei papi alla luce di quanto hanno storicamente fatto i loro predecessori, risulta inadeguata per interpretare le parole e i gesti dell'attuale vescovo di Roma. Va stretta a lui e fa da paraocchi a noi. L'inizio del Giubileo della misericordia, assai più coi gesti messi in atto dal papa che col suo ben articolato decreto di indizione, ha reso chiaro che questa volta sarebbe stato davvero difficile, anche se non impossibile, mescolare il pentimento dell'uomo e il perdono di Dio con la vendita, più o meno camuffata, delle indulgenze, con atti di culto e offerte alla chiesa. Questo perché l'accesso al perdono divino, che col suo annuncio evangelico la chiesa metteva a disposizione degli uomini, non era legato a costosi pellegrinaggi alle basiliche romane e a reiterate orazioni rituali, ma veniva strettamente connesso alla pratica del perdono tra uomini, sulla base dell'ingiunzione profetica: “Giustizia voglio e misericordia, non altari e sacrifici”. Ingiunzione, che ripresa dai Sinottici, è riaggiornata, in modo originalissimo, a beneficio di tutte le creature, cielo, terra e mare compresi, nella Laudato sì. Se poi aggiungiamo che la prima Porta Santa, il Papa è andato ad aprirla, in primis, nella cattedrale di Bangui nel Centrafrica, proclamata «capitale spirituale della preghiera per la misericordia»; che ha invitato i vescovi di tutto le diocesi del mondo a aprire Porte Sante, con le stesse prerogative di quelle romane, là dove ritenessero opportuno per il bene dei fedeli di quelle terre; che lui stesso ha aperto nella sua diocesi “porte del perdono” in edifici santi, non per altro che per il loro essere luoghi di umana pietà e soccorso agli ultimi, comprendiamo come questo Giubileo, ben più che un classico Santo Giubileo e un Giubileo santamente laico, come laico è il Dio che si è rivelato in Gesù Cristo. E ci rendiamo pure conto che il Papa, proprio come i vescovi, Pietro e gli apostoli tutti, è, per Jorge-Francesco, ben più un altro Giovanni battezzatore, testimone della cristicità di Gesù, che un alter Christus. Per questo, facciamo nostra la conclusione di Tonio Dell'Olio su questo tema (su «Rocca» del 1/1/2016): «Il Giubileo diffuso, aperto profeticamente da Papa Francesco, contiene l'invito, rivolto a tutti i credenti, a varcare le porte della chiesa non solo per entravi ma anche per uscirne». Ed è questa in fondo la vera sfida che Francesco il Santo e Francesco il Papa lanciano ai cristiani del loro tempo e forse non solo ai cristiani. Proclamando, infatti, che la porta della comunità dei discepoli di Gesù è sempre aperta, proclamano anche, in risposta a chi spranga le case, alza muri di cinta, presidia in armi le frontiere, decapita gli oppositori e rompe ogni relazione coi nemici, che la gelosia del proprio e la paura dell'altro figliano odio e guerra, mentre l'accoglienza e la condivisione preparano la pace.

 


 
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