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Nel mondo girano troppe armi. Non stiamo parlando di qualche cassa di fucili con relative munizioni, ma di navi container che trasportano interi sistemi d’arma in grado di rifornire veri e propri eserciti. I fornitori non sono solo le grandi potenze, ma anche quelle medie e locali. Il loro obiettivo è geopolitico, aiutare i paesi amici, rifornire i gruppi ribelli che si oppongono agli stati nemici per destabilizzarli, seguendo la collaudata politica che afferma che i nemici dei nostri nemici possono essere nostri amici. Intendiamoci, questa è una politica che si è sempre praticata fin dalle epoche antiche, basti pensare all’unità d’Italia, favorita da Francia ed Inghilterra in funzione anti austriaca. Oggi però in un mondo globale interconnesso, caotico, con comunicazioni così complicate, questa strategia mostra tutta la sua pericolosità. Non si può più sapere con certezza alla fine da chi e contro chi queste armi saranno impugnate. Inoltre le guerre non sono più combattute tra eserciti contrapposti con regolare dichiarazione, dove il più forte alla fine vince: quella in cui ci siamo infilati dall’11 settembre è una guerra asimmetrica senza fronti, senza retrovie e zone franche, combattuta nelle città, nei centri vitali, nelle zone di rifornimento delle materie prime, nelle informazioni. Occorre che le classi dirigenti delle grandi potenze prendano atto di questa mutata realtà ed agiscano di conseguenza. Deposte le diffidenze e i giochi sporchi che oggi si possono trasformare in un boomerang, devono sedersi intorno ad un tavolo, dichiarando chiaramente quali sono i loro interessi vitali a cui non possono rinunciare, per pervenire infine ad un accordo globale che possa ridurre al minimo il profluvio di armi in circolazione. Anche le potenze locali recalcitranti dovranno essere forzate ad aderire a questo accordo. La loro competizione dovrà essere trasferita ad altri campi meno pericolosi. Questo prima che la situazione diventi irrecuperabile. Particolare attenzione dovrà essere dedicata al mondo islamico, ricco di risorse ma mal distribuite, con una popolazione giovane in rapida crescita spesso senza sbocchi, governata da una classe dirigente per la maggior parte incapace e corrotta tenuta al potere per interessi esterni. E l’avvio a soluzione della tragedia palestinese è a questo proposito cruciale. La spinta del popolo, che è quello che subisce maggiormente i colpi di questa guerra asimmetrica, è fondamentale per decidere quale direzione prenderanno gli avvenimenti. È necessaria però una migliore informazione e partecipazione e una classe dirigente più seria e preparata. Anche qui però bisogna fare in fretta perché se la situazione peggiorerà e gli attentati diventeranno sempre più devastanti, larghe parti di società si radicalizzerà in senso sempre più aggressivo e xenofobo portando infine ad uno scontro di civiltà catastrofico, che è proprio l’obiettivo che si prefiggono i jihadisti. Sugli attentati di Parigi. Tra l’immensa tristezza generata da tanta violenza brutale, insensata e inutile, si accende una piccola fiammella di conforto: l’amore mostrato da tanti europei, soprattutto giovani, per la capitale francese ferita dal terrorismo. È anche attraverso queste dure prove collettive che si forma nel tempo una coscienza comune, l’unica che può dare sostanza e forza ad un cammino d’unione. Mentre ci sembra sbagliata la prima reazione di Holland, il Presidente francese, troppo emotiva ed inutilmente aggressiva, che dimostra debolezza e sbandamento invece di forza e determinazione come vorrebbe. È il tipo di reazione che si augurano gli organizzatori degli attentati. E non è una scusante la vicinanza delle elezioni in Francia, periodo scelto forse non a caso, così come quello delle bombe a Madrid che portò alla sconfitta di Aznar. Per certi versi Hollande ci ha ricordato Bush dopo le torri gemelle con la reazione scomposta e i tanti errori commessi. Abbiamo bisogno di classi dirigenti all’altezza delle sfide che ci attendono.


 
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