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Quando il “popolo” attribuisce alla paura il numero più alto della cabala al gioco del lotto («la paura fa novanta»), sentenzia che la paura batte ogni altro sentire positivo o negativo della vita e, in quanto tale, va tenuta presente in ogni scelta e in ogni gesto finalizzato ad un’ipotetica vittoria sul proprio malessere. Freud individua nella “paura” (fobia in greco) una delle reazioni emotive più naturali e universali dei viventi, legata al bisogno psichico di strenua difesa della propria identità, «del proprio equilibrio interno ed esterno», vale a dire personale, sociale e territoriale (Massimo Recalcati).

Come sentire comune, dunque, riconosciuto inalienabile patrimonio, individuale e sociale, delle masse e delle élite, la paura diffusa ‒ generata ad arte ‒ fa audience e assume peso determinante nella dinamica fortemente conflittuale e disgregatrice non solo dell’odierna politica nazionale e internazionale, ma persino della chiesa cattolica. Gli ecclesiastici di professione amano chiamarla “pastorale”, in quanto pratica di governo del “popolo di Dio” gestita dai “pastori”, ma di fatto, agli occhi di una spassionata lettura fattuale della storia, si è finora tradotta nel ritorno all’alleanza trono-altare, cioè a un conservatorismo autoritario, socialmente classista, illiberale, potenziale generatore di conflitti.

La questione è delicata e complessa e noi, ripromettendoci ulteriori approfondimenti nei numeri prossimi del nostro mensile, ci limitiamo a prendere in esame le contraddizioni della politica dei “sovranisti” euroscettici a partire da un intervento di Giuliano Ferrara, che, su «Il Foglio quotidiano» (22-23 settembre), rilancia l’allarme di Williams Davies, un professore londinese di sinistra, sul riemergere in Occidente di politiche demagogiche basate sul primato delle passioni rispetto alla ragione.

Ferrara parte da lontano. Risale infatti ai secoli del passaggio tra tardo medioevo e modernità l’affermarsi dell’idea di un’identità occidentale dell’Europa, vale e dire della presa di coscienza che l’occidentalità non è un dato naturale e fisico-geografico stabile, ma storico, culturale e religioso, soggetto a possibili trasformazioni. Inizia allora la riflessione sulla necessità di mettere in discussione i fondamenti sacri e metafisici del potere politico e di affrontare i conflitti sociali e territoriali non sulla base degli studi genealogici, delle dispute ereditarie e delle insondabili volontà di Dio. Prende lentamente avvio la secolarizzazione. È così che tanto i pensatori che privilegiano l’analisi realistica dei fatti storici, quanto quelli che privilegiano la progettazione razionale di società ideali, costruiscono la «loro teoria dello stato sull’affermazione che la prima missione della politica, per garantire la convivenza sociale, è lo sradicamento della paura, che di per sé genera tribalismo (“sovranismo”) e violenza».

Proprio mentre studiano l’origine e l’influenza delle “passioni dell’anima”, divisi tra l’assegnazione del primato al timore o all’amore, riaffermano concordi che ambedue vanno tenuti sotto controllo della ragione e che l’amore, se sapientemente promosso e ben indirizzato, è socialmente costruttivo, mentre la paura, per tornare utile, va moderata e mai incentivata, onde evitare il rischio delle faide e dell’uso privato della violenza, degli scontri tra bande e gruppi armati, prodromi di ogni guerra civile e tra nazioni o popoli comunque contrapposti e contrapponibili.

Sta qui il drammatico e potenzialmente tragico errore della scelta parafascista di Salvini e alleati. Sta nell’utilizzare la paura conscia e inconscia dell’altro, tanto più travolgente e intensa quanto maggiori sono le differenze che ciascun uomo coglie nel diverso da lui: origine familiare e appartenenza di classe, di paese e quartiere, di passione sportiva, di regione e nazione, lingua e religione, costumi, fisiognomica e colore. Colore soprattutto, che sembra esaltare ogni differenza possibile, anche perché subito appaiata con la povertà, la condizione di vita più palese ai sensi, più temuta per sé e più disprezzata negli altri.

Sappiamo tutti che la vera ma inconfessabile ragione dell’attuale forma di paura e di rifiuto degli stranieri, neri soprattutto, è la loro miseria, bisognosa di aiuto, ma avremmo ritegno a dirlo con un linguaggio tanto crudo e diretto, se, in un impetuoso tentativo di giustificare razionalmente l’eticamente ingiustificabile “cattivismo” politico del Ministro degli interni di questo governo, l’ex magistrato Carlo Nordio non ci mettesse in bocca questo chiarissimo discorso: «Un paese può vivere anche con un’economia disastrata, e persino senza libertà, come avvenne per i regimi comunisti e nazifascisti; ma non può sopravvivere senza sicurezza. E quando questa paura ha cominciato a serpeggiare e a diffondersi, l’Europa ha cominciato a frantumarsi … Nessuno in realtà ha agito per nazionalismo sovranista. Ha agito solo perché il proprio elettorato aveva paura. Non dei neri o dei musulmani, ma delle centinaia di migliaia di disperati senza lavoro, senza soldi e senza nulla che sarebbero stati inevitabilmente destinati a finire tra le strade, nei ghetti, e nelle periferie, alimentando prostituzione, droga e microcriminalità. … Se adesso si manifestano insofferenze e disordini non è per il colore della pelle dei migranti, ma perché molti cittadini sono esasperati da un’invasione che alimenta le loro paure» («Il Messaggero» 20 settembre).

Nordio deve davvero essere innocente, avere un cuore puro e la mente del tutto sgombra dalla conoscenza della nostra storia passata e recente, se ritiene possibile considerare meno gravi gli esiti della sistematica violenza istituzionalizzata delle dittature, rispetto a quelli derivati dalla potenziale pericolosità della microcriminalità dei poveri. Nessuno può, in buona fede, ignorare che le distruzioni di vite, di beni economici, di contesti comunitari, culturali e sociali, provocate dalle guerre tra “i nazionalismi” dittatoriali e democratici del secolo scorso, sono inconfrontabili coi guai che potrebbero derivare da un malinteso internazionalismo “buonista”.

Se, come sostengono i più pessimisti tra i politologi, sulla scorta dell’intramontabile homo homini lupus del vecchio Hobbes, la vera minaccia per gli umani sono gli altri umani, allora, dopo millenni di paure fallimentarmente combattute con le armi e con le guerre, con le milizie di confine, coi muri, coi respingimenti, quando non con le stragi, sarebbe ragionevole tentare di calmierare la paura tra uomo e uomo col reciproco riconoscimento, con l’incontro, l’accoglienza, l’aiuto. Non per addomesticarci reciprocamente, ma per convivere arricchendoci l’uno con le diversità dell’altro.


 
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