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  Un quadretto italiano, tra molti altri, di mille generi. Eccolo: tre giovani donne in tuta gialla lavorano di buona lena e di buon umore a scaricare i cassonetti sul camion della raccolta rifiuti: un lavoro socialmente assai modesto. Un vecchio signore si ferma ad osservarle, poi le avvicina: «Grazie del vostro lavoro! È importante!». Racconta poi a casa di avere ricevuto tre sorrisi femminili tra i più belli della sua vita. Chi sono gli italiani? Cosa vogliono? Perché si arrabbiano tanto? Perché hanno bisogno di un nemico, fin sui campetti di calcio? Perché prevale tra loro, dalle sedi domestiche alle istituzionali, un linguaggio affetto da coprolalìa (tipicamente associata alla sindrome di Tourette)? Perché siamo così incattiviti? Il femminicidio, la malavita, la disperazione drogata, non vengono anche da questo animo? Che cosa sognano e desiderano gli italiani? Non è forse il desiderio che qualifica un essere umano? Si fanno sondaggi politici, inchieste sociologiche, si registrano stili di vita, artisti e registi interpretano il costume, alla fine si contano i voti elettorali. Ma dietro questi dati, cosa vogliono e chi sono gli italiani? Qual è l'anima della nostra res publica (la cosa pubblica, di tutti), altrimenti detta Repubblica italiana? Ma poi, è pubblica, o è di questo e di quello, mia, tua, sua, e non nostra? Chi sono le facce, i corpi e le voci, più spesso (o continuamente) presenti sul palco pubblico televisivo? E perché hanno quello spazio? E cosa dice l'infinito rumoroso cicaleccio di scritte e video negli schermini tascabili, attaccati ai nostri corpi, come un dente finto? Un amico scrive in una mail: «La manovra economica è una minestrina tiepida che non parla ai ceti produttivi e non dà nulla ai giovani, ma Salvini e Di Maio la usano per rompere con Bruxelles. Nella corsa alle elezioni di primavera la Ue è l'avversario che diventerà il loro alibi».  Ecco, forse c'è bisogno – vecchio trucco! ‒ di un nemico alle frontiere per sentirci uniti, come quando gioca la nazionale del pallone. Le frontiere – di terra e di mare ‒ sono utilissime (forse sono state inventate per questo), perché ci dicono chi siamo quando non lo sappiamo. Vogliate capire: tutti hanno bisogno, anche noi italiani, di avere un’identità, sentirci con un ruolo, e per questo non c'è nulla di meglio che essere diversi, ben differenti da altri. Ecco, siamo differenti da questa coalizione – non unione! ‒ europea regolata dai più forti, e siamo molto differenti da queste ondate di disgraziati che vengono qui dal sud-più-sud, con la pretesa di vivere un po' meglio. Se abbiamo qualcuno con cui prendercela, acquistiamo sicurezza (anche prima dell'apposito decreto). Abbiamo ragione, o ci sbagliamo, perciò ci illudiamo (con successivo brutto risveglio)? La questione stranieri, e l'invasione. Conosciamo i numeri, o andiamo a naso (menati per il naso)? Sono molto diversi dalla percezione comune indotta da tg e talk show, una fabbrica della paura e dell’ansia sociale che ha fatto breccia anche a sinistra. La realtà è che «in Italia risiedono stabilmente poco più di 5,1 milioni di immigrati, pari all’8,5% della popolazione generale, un punto percentuale in meno rispetto alla media Ue, ma largamente al di sotto di quanto si registra in paesi come Germania (11,2%), Regno Unito (9,2%), Austria (15,2%), Belgio (11,9%), Irlanda (11,8%)». «Questi 5,1 milioni di “nuovi italiani” costituiscono una solida risorsa alla nostra economia previdenziale e coprono settori di lavoro essenziali ma ormai indesiderati o rifiutati dai nostri connazionali, nostri figli compresi: pensiamo all’incidenza di mano d’opera immigrata nel settore dei servizi, dell’agricoltura stagionale di bassa manovalanza, del lavoro domestico, dell’edilizia». (Dossier statistico Immigrazione, a cura del Centro studi e ricerche IDOS, con il Centro studi Confronti, con l’Ufficio nazionale antidiscrimazioni razziali, con finanziamento dell’Otto per mille delle chiese metodiste e valdesi. Da Confronti, novembre 2018). Ciò non toglie che esistano reali problemi sociali di accoglienza e integrazione, che sono anzitutto di coscienza umana e volontà politica. Inoltre, la questione europea. Che è anche la questione del capitalismo, e del mondo. Slavoj Žižek (Internazionale 1-11, p. 40) parla di una “rivoluzione” necessaria: è inutile alzare muri, occorre la coesistenza pacifica tra civiltà. «La soluzione non è il populismo nazionalista, di destra o di sinistra che sia. L'unica soluzione è un nuovo universalismo». «Dobbiamo spostare l'attenzione dagli sventurati della Terra alla nostra sventurata Terra», dai sintomi alle cause: il rischio ecologico è il rischio generale. «La solidarietà universale e la collaborazione è un'utopia? No, la vera utopia [nel senso di impossibile, ndr] è sopravvivere senza questa rivoluzione». Altre voci sagge ci dicono le stesse cose. Si tratta di gestire in qualche modo l'attuale “ordine delle cose” (progresso tecnologico, crescita economica, diritti individuali...), oppure è necessaria una nuova umanizzazione? Sarà forse inutile, cominciando dalla nostra più vera Europa, ritrovare e tradurre in termini odierni, l'umanesimo universalistico di Erasmo, di Pico della Mirandola, ecc.? E anche gli obiettivi della rivoluzione politica illuministica, la Francese: libertè, égalité, fraternité, e questa volta per tutti, ma proprio per tutti. Non è più affare di alcuni, ma di tutti. Si studia la storia nelle scuole con l'occhio al bisogno vitale attuale, e intero? Arriva forse un risveglio? Sulla “piazza di Torino” abbiamo in redazione pareri diversi: è un buon sintomo civico, oppure è un uso del Tav (sacrificando le ragioni pro o contro) per fare opposizione, e per interessi economici?  E la chiesa, ha solo la voce di papa Francesco (che non per nulla è attaccato), a dare coraggio e obiettivi, a spronare e denunciare, o ha anche parole e azioni minoritarie disseminate nella società concreta, a testimoniare fraternità politica, a proporre desideri giusti e grandi a chi ne ha solo miseri? E le religioni insieme non possono, accettando il metodo critico, valorizzare l'etica universalistica delle loro tradizioni essenziali? (cfr. P. C. Bori, Universalismo come pluralità delle vie, p. 58). La crisi d'Italia pensiamo che possa essere esaminata con queste e simili domande. Non basta un “cambiamento” nominale e improvvisato con decisioni clamorose e illusorie, azzardate, arroganti. Nel porre domande sull'anima, siamo moralisti astratti? Oppure cerchiamo umanità gentile, che è la sostanza di una polis vivibile?


 
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