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Quando queste pagine arriveranno nelle mani dei lettori, i venezuelani o saranno ostaggi di una difficile mediazione internazionale per indurre a ragione due intrattabili aspiranti al governo autoritario del paese o staranno già contando i morti da vendicare, i feriti da curare e le macerie da sgomberare, i palazzi e le case da riedificare, frutto di una guerra civile priva di prospettive e di imprevedibile durata.

Alternative, almeno per ora, non sembrano realisticamente possibili. Proprio per questo, ben coscienti dei limiti conoscitivi, informativi e operativi di questa riflessione la proponiamo alla comune attenzione.

L’«affare» Venezuela, lo scontro tra Maduro e Guaidò non può più essere trattato come una questione interna di quel grande paese e neanche come l’occasione per la riaffermazione (a cori contrapposti) di principi etici assoluti. È diventato un problema di politica internazionale e, in quanto tale, implica la ricerca personale e comunitaria di una soluzione concordata tra tutte le parti coinvolte. Infatti nessun governo di una nazione del nostro mondo, che in qualche misura abbia relazioni con quel popolo e quella terra, e nessun adulto responsabile, che faccia parte di tali nazioni, può fingere di ignorare la potenziale tragedia che sovrasta gli abitanti dei paesi che si affacciano sul Mar dei Caraibi e, a raggiera, quelli di tutti gli stati con questi in relazione.

La guerra civile, alimentata e foraggiata da spregiudicate potenze straniere, pronte a intervenire per espandere il loro raggio d’azione e di controllo, tanto sulle risorse naturali dei singoli territori, quanto sulle ricchezze prodotte dal lavoro umano altrui, sta già dispiegando al vento le sue bandiere. Per rendersene conto basta evidenziare la prontezza con cui Trump e Putin hanno preso posizione a favore dell’uno o dell’altro contendente; esaminare i proclami di Maduro e di Guaidò, i loro appelli ai sostenitori a scendere in piazza per confrontarsi, l’invito reiterato ai militari a prendere posizione accanto all’uno o all’altro dei due se-dicenti Presidenti. L’uno eletto Presidente del Venezuela a seguito di una consultazione popolare viziata da presunti brogli e irregolarità, l’altro nominato alla guida della Camera dalla maggioranza di un’Assemblea Nazionale frutto di elezioni, contestate da Maduro ma validate dalla Corte Suprema, appena insediata dall’Assemblea stessa e subito finita in esilio. Al suo posto, infatti, in seguito a ulteriori contestatissime elezioni di un’Assemblea Nazionale filomaduriana, ha visto la luce una Corte bis, con tutto ciò che ne consegue e che i fans delle “destre” e delle “sinistre”, e forse anche quelli di centro e di ogni altro possibile schieramento più o meno ideologico, si troveranno concordi nel definire un grave, gravissimo colpo di stato del fronte avverso, inevitabile premessa di una sanguinosa, lunga guerra civile dagli esiti incerti, ma sicuramente nefasti per tutti.

Sappiamo bene che per un mensile, minuscolo, ma socialmente e culturalmente impegnato come il nostro, nonostante l’enorme difficoltà a orientarsi in questo groviglio di contraddizioni e di ambiguità, tacere può essere considerato timore di esporsi e di eccessiva prudenza, se non di indifferenza. Al tempo stesso, però, ci è chiaro che chi considera la pace una necessaria premessa al bene comune non deve cadere nella trappola degli schieramenti, per ora non militari, ma destinati a diventare tali.

È bene che né Guaidò né Maduro si sentano incoraggiati, da pronunciamenti fatti a loro favore da governi o gruppi politici e di opinione esterni stranieri, a restare cocciutamente fermi sulle proprie posizioni. Piuttosto sarebbe opportuno che i due venissero coralmente invitati a fare un passo indietro e ad accettare un arbitrato internazionale.

Se dovessimo firmare un appello o un documento è in questa direzione che ci orienteremmo. Infatti, anche se di norma tendiamo a dare più credito a chi a una certa carica è giunto attraverso elezioni, sia pure sospette, che a chi pretende di ricoprirla per autoproclamazione, riteniamo che anche lo stesso eletto a quella carica debba prendere atto che di fronte a una contestazione tanto massiccia e al rischio che il confronto tra i suoi sostenitori e quelli che chiedono le sue dimissioni si trasformi in guerra civile, «per il bene del Venezuela» debba accettare lo svolgimento di nuove elezioni presidenziali e parlamentari sotto il controllo dell’Onu o di altra autorità neutrale concordata.

Detto ciò non possiamo che giudicare deleteria l’ingerenza di uno o più stati nelle questioni interne di un paese, soprattutto quando tale intervento rischia di diventare armato o di favorire una guerra civile. Al tempo stesso in politica estera nessuno stato di media grandezza può agire da solo. Se vuol dare al suo intervento una qualche efficacia, senza sottostare alle ambizioni egemoniche dei potentati continentali, deve cercare accordi e alleanze con quelli a cui si sente strategicamente, economicamente e culturalmente più affine.

[Sulla base di principi etici e ideali utopici, in sé più che rispettabili, possono, anzi in molti casi debbono, agire i singoli, individualmente o per mezzo delle loro associazioni. Questo al fine di influenzare l’opinione pubblica, senza pretendere di accollarsi titoli di superiorità morale e di preveggenza storica e sociale indiscutibile. Ma anche evitando di elargire insulti a chi opera scelte diverse od opposte alle loro, accusandoli di adesione, intenzionale o bovina, a diabolici complotti altrui.]

 


 
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