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Forse rischia di esserci un po’ di paternalismo da parte di alcuni nel sospettare che i più giovani non sappiano che nella questione climatica sono in gioco anche gli stili di vita (di una parte di mondo, perché un’altra è ecocompatibile per forza). Intervistato su «La Stampa» Giacomo, 15 anni, dice che occorre fare un’opera di sensibilizzazione, affinché «tanti cambino abitudini sbagliate», e Gaia, 17 anni, sostiene che da quando frequenta le superiori ha preso decisioni in merito al proprio modo di vivere, convinta che «piccole cose facciano grandi differenze». Quindi forse alcuni ne sono al corrente, anche se certo non tutti saranno come Greta, Gaia e Giacomo e gli adulti dovranno spiegargli bene alcune azioni da mettere in pratica ‒ il problema peraltro è che moltissimi adulti, a partire da quelli che li hanno allevati, sono i primi a non voler cambiare stile di vita e a non pensarci proprio.

D’altra parte, insistere solo sugli stili di vita individuali e scaricare sulle singole persone il peso della questione ambientale, senza aggiungere altro, ci sembra una posizione parziale e poco convincente. Ognuno deve cominciare a fare il suo, Gandhi, come si sa, diceva: sii tu il cambiamento che vuoi veder avvenire nel mondo. È quando si fa in prima persona, e non si predica solo, che si è credibili, infatti Gandhi o san Francesco erano credibili, perché mettevano in pratica quel che predicavano agli altri. Ma anche se tutti, o molti, avessimo stili di vita meno distruttivi difficilmente questo basterebbe, comporterebbe un bel miglioramento certo, ma forse non sarebbe sufficiente senza l’altra componente; ci sono azioni dei governi e scelte di politica industriale nelle quali sono le istituzioni e il mondo politico a dover agire, ed è quindi giusto che queste azioni e queste scelte siano sollecitate... Costantemente sollecitate. Fino a pochi anni fa chi parlava di questione climatica veniva preso per un contestatore radicale o comunque per uno che esagerava dicendo sciocchezze. Oggi, almeno formalmente, questi temi sono entrati nelle agende di molti governi, anche se poi dall’agenda di qualcuno sono usciti in tutta fretta.

Quindi le direzioni sono due, o almeno due, e si influenzano reciprocamente: le scelte individuali di molte persone possono condizionare le scelte politiche (e imprenditoriali) istituzionali, e le decisioni di governi e istituzioni, comprese naturalmente quelle attinenti alle pratiche educative e formative, contribuiscono a indirizzare le nostre abitudini individuali. Non se ne sottolinei solo una o solo l’altra, a seconda delle convenienze.

Non sappiamo se è giusto dire che è un nuovo ’68 o meno, come ha sostenuto Carlo Petrini, e francamente ci interessa poco. In genere le rivoluzioni le fanno i più giovani, e la componente emozionale e di entusiasmo è fondamentale per la loro riuscita. Poi ogni rivoluzione fa storia a sé, tutte di solito sono il portato di novità che premono e il cui affacciarsi è alla lunga difficilmente evitabile – come, in questo caso, il rapporto tra il nostro modo di produrre e le esigenze “naturali” del pianeta (tra virgolette, perché la natura non è di per sé un dato stabile e immodificabile). Ma le rivoluzioni contengono anche un tasso più o meno alto di semplificazioni, ingiustizie, strumentalizzazioni, approcci sbrigativi, lo sappiamo e per quanto possibile bisogna cercare di contrastarli. Una cosa però non ci è concessa: il paternalismo appunto, l’atteggiamento di chi più anziano tende a pensare: «Eh beh, però, una volta era un’altra cosa».

«Tanto serve solo a perdere ore di scuola a niente», si è sentito ripetere ad alcuni adulti che commentavano l’iniziativa. È difficile talvolta entrare in sintonia con gli adolescenti, ma da lì possono arrivare riserve di ossigeno indispensabili al nostro spirito, da non guardare dall’alto in basso di una maturità che si vuole più saggia o più disincantata. Questa della lotta ecologista ci pare proprio una simile riserva di ossigeno. Del resto ha ragione chi ci fa notare che in questo caso, e in quel che dice Greta è abbastanza chiaro, i più giovani non si limitano a scendere in strada contro il mondo degli adulti per rivoltarlo, come spesso è accaduto in passato, lo rimproverano sì, ne sottolineano le mancanze, ma chiedono anche la sua collaborazione, domandano un aiuto, si appoggiano a quanto sostengono “certi” adulti. Allora per quanto le forze siano poche, residue o drammaticamente declinanti, una mano bisogna cercare di dargliela.


 
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