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A Foligno, a un comizio di Salvini per il ballottaggio, alcuni ragazzi avevano scritto sulla maglietta bianca: «Se affoghi, salviamo anche te». Cioè: noi non escludiamo te che escludi. È la rivoluzione morale, umana: quella che ci vuole.

A Cremona, la sera del 3 giugno, ancora meglio. Un ragazzo mostra una sciarpa sotto il palco di Salvini: «Ama il prossimo tuo». Militanti leghisti l'hanno malmenato, spintonato e preso a schiaffi. Al fatto avrebbero assistito alcuni uomini della Digos del posto, che hanno identificato il giovane, ma non gli aggressori: nel parapiglia hanno trovato lui ma non chi lo ha malmenato. L'aggredito è stato visitato dal personale di un'ambulanza del 118 presente nei giardini di piazza Roma, e gli sono state riscontrate alcune contusioni. La questura di Cremona ha aperto un'indagine, lui ha 90 giorni di tempo per denunciare le lesioni subite. Salvini dal palco lo irride: «Lasciatelo da solo, poverino, se non c'è un comunista non ci divertiamo. Mi fanno simpatia quelli che nel 2019 vanno ancora in giro con la bandiera rossa e la falce e martello. A Milano c'è il Museo della Scienza e della tecnica dove si studiano i dinosauri».

Infatti, per Salvini amare il prossimo è un grave atto arcaico-comunista. Lui sa cos'è il rosario ma non il vangelo. Per il sistema selettivo, amare chiunque incontri sulla strada della vita, è una colpa, è un reato da colpire! Un ragazzo come questo della sciarpa evangelica, non bacia i crocifissi di latta, ma ama i crocifissi dal sistema.

Ci chiediamo: quale cristianesimo è usato in politica dalla destra nazional-sovranista-antiinternazionalista-antisolidarista, fino a limiti razzisti e persecutori, feroci e disumani? Ecco il punto, che tocca il valore proprio della politica tanto quanto l'autenticità del cristianesimo. È in corso dal Concilio, oggi incarnato in papa Francesco (più che nei papi precedenti), una revisione di portata millenaria: il cristianesimo storico si confronta con il vangelo di Cristo.

Questo confronto tocca e scuote moltissime cose del cristianesimo istituito. Nessuna meraviglia che ci sia opposizione aspra, anche politica e complottistica contro Francesco, contro la revisione evangelica del cristianesimo (vedi i cardinali "tridentini" che condannano Francesco per eresia). Nessuna meraviglia che la competizione politica si faccia forte delle tradizioni devozionali più corrive, e si rivesta di sacro, abusando di Gesù e di sua madre (è più facile). È già successo molte volte, e anche più in alto di un "capitano", spregiudicato demagogo.

Dove la secolarizzazione ha più dissolto la cristianità, cioè quel cristianesimo identificato in un sistema socio-culturale, ci sono più possibilità di ritrovare il vangelo di Gesù, nel cammino spirituale plurale dell'umanità.

La chiesa dei credenti nel vangelo di Gesù oggi deve accettare questa sfida, la stessa che fu posta a Gesù dalle folle, dalle autorità, e infine da Giuda: «O servi alla causa politica nazionale, e ti fai Davide liberatore, oppure il potere religioso e politico alleati ti eliminano, perché il tuo vangelo dei poveri, degli esclusi, degli irregolari e degli stranieri, è pericoloso agli interessi forti, alla continuità di chi conta, alla sicurezza». Si trattava di quella stessa sicurezza assicurata alla gente dal Grande Inquisitore, che infatti condanna Gesù e la sua libertà. In politica Gesù ha solamente contestato il potere di chi opprime e inganna gli ultimi, e ai discepoli dà come unica regola “politica” il servire e non dominare: «Non così tra voi» (in Matteo 20, Marco 10 e Luca 22). Il “vivere per gli altri”, che egli ha testimoniato fino in fondo, è anche l'anima di una politica un po' umana, del convivere, non sopraffare, del condividere, non arraffare. Già la manna nel deserto era distribuita con la regola «nessuno senza, a nessuno troppo».

Sono temi brucianti, che potrebbero riguardare anche il tema che forse sarà di un Sinodo: «Fede e politica». Non è un tema ecclesiastico, ma umano, perciò propriamente politico. La politica ha bisogno di una fede. Non una determinata fede religiosa ‒ che è della spiritualità personale e non della “polis”, la casa di tutti ‒ ma una fede nell'umanità e nelle sue possibilità di convivenza giusta. Chi non crede in questa possibilità degli umani, starà tra loro, nel migliore dei casi, come un domatore della belva umana, e avremo sempre l'infelicità politica che già conosciamo. Nei casi peggiori, sarà un comandante che promette tutto per avere obbedienza, e meriterà resistenza civile nonviolenta, se avremo ancora un'anima libera. Chi invece stima l'umanità di tutti capace, pur con fatica, di “grandezza” e non solo di “miseria”, di pace e giustizia, può lavorare, con la necessaria fatica, alla costruzione di un sereno convivere, produttivo di qualità umana. Il realismo politico è quello che vede i ritardi, i vizi, ma anche i desideri qualificanti e gli slanci al bene, presenti insieme nella nostra comune umanità.


 
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