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Bisogna essere ragionevolmente soddisfatti per questa soluzione governativa “rimediata” ma positiva, perché è alternativa (in ritardo) al tentativo di autoinvestitura con "pieni poteri" di un uomo rozzo, che ha avvelenato lo spirito pubblico, eccitando e utilizzando gli spiriti umani peggiori, deturpando ulteriormente il discorso pubblico, cercando di manipolare a proprio utile le istituzioni repubblicane. La forma costituzionale corretta è che il popolo elegge il Parlamento, e questo forma il governo. Solo se il Parlamento non riesce in ciò, il popolo torna a votare. Il popolo non è sovrano assoluto, ma «nelle forme e nei limiti» della Costituzione (art. 1). In regime costituzionale nessun potere è assoluto, o “pieno”: sono tutti limitati, a garanzia di tutti.

Salvini e la destra volevano nuove elezioni, dopo solo un anno e mezzo, considerando l'espressione diretta popolare superiore alle istituzioni formate democraticamente. Costoro ‒ anche per convenienza del momento (dopo le elezioni europee e i sondaggi), oltre che per la malattia endemica italiana, del «fascismo autobiografia della nazione» (Gobetti) – pensano la sovranità del popolo come assoluta, che crea un potere sacralizzato e "pieno", con una delega immediata e umorale, autospoliazione dei cittadini, eccitata da stimoli continui che scavalcano i tempi della discussione ragionata, libera, e dell'informazione seria. La tendenza rinunciataria nel pubblico, accanita nel privato, rende un popolo servo e maltrattato, ingannato. Questi mali sono nel nostro popolo, che proprio per questo deve educarsi, deve imparare la dignità e i doveri, almeno quanto rivendica i diritti.

Specialmente Salvini (ma fin da Craxi e Berlusconi: “politica spettacolo”, leaderismo, partiti personali) ha instaurato o potenziato un "regime del twitter", sulla misura dei risultati sportivi, esasperando l'aspetto di gara-concorrenza politica al di sopra del confronto-discussione-deliberazione. In quell'ottica è chiaro che il Parlamento ‒ dove si «parla» per potere decidere al meglio ‒ non vale come il popolo e la piazza. Infatti, Fratelli d'Italia subito, e la Lega per il 19 ottobre (una settimana prima del 28 mussoliniano) convocano la piazza. Anche la piazza è legittima espressione, ma, come non è legittimo un “tribunale del popolo” in uno stato di diritto dove governa la legge e non i capi, non chi si impone, così la piazza può, e deve anche, “manifestare”, richiedere, esigere, denunciare, ma non può decidere.

Se si vogliono usare le elezioni democratiche come un rilievo immediato dell'umore popolare, delle passioni eccitate, si semina violenza e divisione, mentre la democrazia è «la prima forma di nonviolenza» (Norberto Bobbio). La democrazia, infatti, è il pacato discorrere, il dare tempo al confronto corretto, e poi è il contare i pareri, in luogo dell'imposizione con la forza materiale, e anche con la violenza della parola.

Le istituzioni servono proprio a raccogliere e interpretare fattivamente la volontà popolare, in forme operative, con una continuità e stabilità sufficiente a mettere in atto i programmi politici democraticamente scelti. La democrazia è idealmente una “aristocrazia”, cioè un “potere dei migliori”, non dei trafficoni incompetenti, o peggio. Ha perciò bisogno di etica pubblica, di ragionamento pubblico disteso e libero, di informazione corretta, di un popolo istruito. Non di urla e insulti, né di turpiloquio ministeriale.

Come ha detto Giuseppe Sala, sindaco di Milano, questo governo fatto oggi si poteva fare un anno e mezzo fa, e si evitava l'avvelenamento pubblico seminato da Salvini. Fu Renzi (per qualche calcolo suo sbagliato) a fare muro al tentativo di portare i 5Stelle, almeno una parte, dal “vaffa” alla politica. Così si è dato tutto lo spazio a Salvini, che ha agito illegalmente da capo del governo, per terra e per mare.

Conte ha parlato ora (ma non prima!) di un “nuovo umanesimo”. Non si tratta solo del modo di trattare i migranti, ma certamente si tratta di questa onta della politica italiana fino ad oggi. Il problema è difficile, ma inevitabile e sarà crescente: esso deve essere orientato anzitutto al rispetto e alla difesa di ogni vita umana, criterio assoluto nella ricerca di soluzioni pratiche. Si tratta di dare una ritrovata misura di umanità alla vita politica interna e mondiale.

Queste due dimensioni sono sempre più inseparabili, collegate. Come agirà l'Italia nel piano della ormai unica «famiglia dei popoli» (Giovanni XXIII nella Pacem in terris)? Avrà sapienza sufficiente, e meditazione sulle esperienze, per una politica estera di giustizia, pace, libertà? Forse è meglio chiamarla “planetaria” e non “estera”, perché sempre meno c'è separazione fra interno ed estero, per ogni popolo, nel mondo attuale.

La scelta europea di questo governo sembra chiara. Speriamo che non solo contribuisca a salvare e realizzare al meglio l'ideale europeo civile, umanistico, federalista, pacifico, ma anche a porre l'Europa come perno di ragionevolezza nelle tensioni mondiali tra colossi, sulla pelle dei popoli. Queste relazioni, oggi, sono in mano a figure inferiori alle grandi tradizioni civili, alle antiche culture umane, con le quali la nostra Europa può tenere dialoghi fecondi di umanizzazione.

Per Platone, il politico è anche, lo voglia o no, un educatore (buono o cattivo) della polis. Rappresenta visivamente un concetto e una pratica di convivenza, del vivere insieme. La politica è azione complessa: a) è fare, in ordine ai problemi, alle necessità, agli obiettivi e speranze (Ossicini diceva: è «organizzazione della speranza»); ma è anche: b) sapere, conoscenza della storia e dell'animo umano, cultura ed esperienza, che mancano alla frenesia di “cambiamento”; ed è: c) un buon volere, un'etica del vivere insieme, plurale, giusto, il più possibile felice per gli altri non meno che per sé.

Da un governo serio non ci si attende né promesse mirabolanti, né una navigazione senza orizzonti, ma un cammino serio. E da tutti noi cittadini, favorevoli o contrari al governo, è dovuto un contributo di buona volontà, critico ma costruttivo, non per sé ma per tutti, nel nostro paese e nel mondo.


 
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