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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 468

Ancora nel maggio del 1966, a Concilio concluso, Paolo VI parlava della Chiesa come di una «città sul monte», quasi una «Gerusalemme celeste»: una società resa omogenea e autonoma da leggi e da autorità proprie. Una comunità unita e governata da un diritto sociale distinto; una nazione, uno stato sui generis, in quanto, già in terra, ordinata/o al «Regno» (Udienza generale 25/5/1966). «La Chiesa ‒ ribadiva ‒ è appunto una società giuridica, organizzata, visibile, perfetta». E, citando il Compendium juris Ecclesiae, concludeva: «Che la Chiesa abbia forma di società, è un fatto che cade sotto gli occhi di tutti; è infatti a tutti palese l’esistenza d’una moltitudine di cattolici fedeli, congregata dai quattro venti, soggetta ed obbediente alla guida d’un pastore supremo e di altri particolari rettori, munita di mezzi, sia spirituali che temporali, destinati a vantaggio della comunità, e rivolta al fine soprannaturale della visione beatifica» (Mariano Rampolla Del Tindaro, La città sul monte, Roma 1938).

Sono passati cinquant’anni e molte cose sono cambiate, ma solo il 4 dicembre scorso, dopo lunghe consultazioni e riflessioni, i vertici vaticani hanno deciso di abolire il segreto pontificio sulle denunce, i processi e le decisioni riguardanti i delitti citati nel primo articolo del recente motu proprio Vos estis lux mundi, vale a dire nei casi di violenza e di atti sessuali compiuti sotto minaccia o abuso di autorità; di abuso sui minori e su persone vulnerabili; di pedopornografia; di mancata denuncia e copertura degli abusatori da parte dei vescovi e dei superiori generali degli istituti religiosi.

La nuova istruzione specifica anche: «Dette informazioni sono trattate in modo da garantirne la sicurezza, l’integrità e la riservatezza, stabiliti dal Codice di Diritto canonico per tutelare “la buona fama, l’immagine e la sfera privata” delle persone coinvolte. Ma questo segreto d’ufficio non osta all’adempimento degli obblighi stabiliti in ogni luogo dalle leggi statali, compresi gli eventuali obblighi di segnalazione, nonché d’esecuzione delle richieste delle autorità giudiziarie civili».

Siamo di fronte al primo, concreto, inequivocabile passo dell’ormai inevitabile rinuncia della nostra Chiesa a trattare sé stessa e il proprio assetto istituzionale come l’anticamera, se non la quintessenza, del Regno? Siamo al punto di non ritorno di quel processo di demitizzazione e desacralizzazione dell’apparato dottrinale ed ecclesiologico cattolico, premessa a ogni nuovo fecondo dialogo della Chiesa con la modernità, voluto dai promotori e temuto dagli oppositori del Vaticani II?

A giudicare dalla reazione allarmata dei settori più conservatori della Chiesa italiana, verrebbe da dire di sì, visto quanto, in proposito, scrive il nostro alter ego quotidiano e loro fan sfegatato, Giuliano Ferrara: «Il Papa ha scelto di non portare avanti un’azione di contrasto al romanzo gotico decristianizzatore del mondo contemporaneo e con la scusa della pedofilia ha reso il Vaticano ostaggio della giustizia della delazione . Ben scavato vecchia talpa» («Il Foglio» 19/12/2019).

Qui potremmo fermarci, non prima però di aver fatto presente, sia ai nostri lettori più anziani e smemorati, sia ai più giovani, ignari di antiche battaglie, che all’origine di tanto spudorata demonizzazione del pontificato di Bergoglio, non stanno solo i pettegolezzi dei troppi porporati emeriti, delusi e frustrati, alla Viganò, bensì il retaggio di quell’intransigentismo clerical-confessionale a cui, citando il cardinal Martini, papa Francesco addebita «i due secoli di ritardo storico-culturali che vanificano la missione evangelizzatrice della Chiesa oggi» (Discorso alla Curia 21/12/2019)

Quale visione del cristianesimo, infatti, intende difendere Ferrara quando scrive: «Papa Francesco, togliendo il segreto pontificio dagli atti investigativi e processuali canonici, ad ogni livello, fa un passo, più che verso la trasparenza, verso il caos e il mondo, che, come si sa, sono strettamente intrecciati»? Se non il cristianesimo sotto forma di «cristianità», o meglio di «cattolicità politicamente e religiosamente assolutista»?

Così infatti scriveva Donoso Cortes a sostegno del Sillabo di Pio IX: «Il cammino dell’umanità è un mistero profondo, che ha ricevuto due spiegazioni contrarie: quella del cattolicesimo (conoscenza per fede) e quella della filosofia (conoscenza razionale). L’insieme di ciascuna di queste spiegazioni costituisce una “civiltà completa”. Tra queste due civiltà (modelli sociali) vi è un abisso insondabile, un antagonismo assoluto … La “civiltà-società cattolica” contiene il bene senza mescolanza di male, mentre la “civiltà-società filosofica” contiene il male, senza mescolanza di bene» (G. Miccoli, Tra mito della cristianità e  secolarizzazione, p. 58, Marietti 1985).

 467
«L’uso dell’energia atomica per fini di guerra è immorale, come allo stesso modo è immorale il possesso delle armi atomiche, come ho già detto due anni fa. Saremo giudicati per questo dalle nuove generazioni. Come possiamo parlare di pace mentre costruiamo nuove e formidabili armi di guerra? E mentre giustifichiamo determinate azioni illegittime con discorsi di discriminazione e di odio?», ha detto papa Francesco a Hiroshima. E a Nagasaki: «La corsa agli armamenti spreca risorse preziose che potrebbero invece essere utilizzate a vantaggio dello sviluppo integrale dei popoli e per la protezione dell’ambiente naturale. Nel mondo di oggi, dove milioni di bambini e famiglie vivono in condizioni disumane, i soldi spesi e le fortune guadagnate per fabbricare, ammodernare, mantenere e vendere le armi, sempre più distruttive, sono un attentato continuo che grida al cielo». La spesa per gli armamenti è giunta a 1800 miliardi di dollari, nel 2018.

Le armi, che si giustificano contro gli attentati, sono dunque esse stesse un attentato. E non solo perché sottraggono moltissimo alle necessità vitali degli umani e alla custodia della terra, ma perché procurano fortune criminali a chi le fabbrica e le vende, imprenditori privati e gli stati stessi.

Detenere un'arma a scopo di deterrenza, e non di uso, è in sostanza un falso: non c'è alcuna deterrenza nei confronti dell'avversario pericoloso, se non c'è la disponibilità all'uso di quell'arma. E questo vale, in misura terribile, anche per le armi nucleari. Perciò il loro semplice possesso è immorale, come dice papa Francesco, perché è effettiva minaccia di enorme strage, che nessuna tensione politica può giustificare.

Giovanni XXIII aveva detto «la guerra è fuori della ragione» (Pacem in terris). Francesco aggiunge una nuova definizione alla pace: «La vera pace è disarmata», perché «le armi, ancor prima di causare vittime e distruzione, hanno la capacità di generare cattivi sogni, (...) falsano la psicologia dei popoli. La vera pace può essere solo una pace disarmata».

Le armi, specialmente le più minacciose, corrompono l'animo dei popoli. Lo dice anche il pensiero più razionale: «Il possesso della forza (Gewalt) corrompe inevitabilmente il libero giudizio della ragione» (Immanuel Kant, Per la pace perpetua, Secondo supplemento). «Gli eserciti permanenti (miles perpetuus) devono col tempo interamente scomparire». «Essi, infatti, dovendo sempre mostrarsi pronti a combattere, rappresentano per gli altri una continua minaccia di guerra; li invitano a superarsi reciprocamente nella quantità di armamenti, al quale non c'è limite» (Per la pace perpetua, Sezione Prima, Articoli preliminari, Articolo 3).

Compito primo della politica è salvare la vita. E oggi la vita si può salvare solo con una politica per la Terra, dettata da una Costituzione mondiale, cosmopolitica. Ma è proprio per salvare la vita – dicono – che le politiche fino ad oggi si sono affidate alle armi. Così sono entrate nella follia, che è l'escalation della minaccia, in quantità e in potenza. Ma oggi la sorte umana è comune, indivisibile: quel che poteva valere nella logica parziale di una fazione di umanità (gli stati illusoriamente "sovrani"), oggi non vale più. Nessuno si difende da un altro con mezzi distruttivi, senza minacciare a se stesso la propria distruzione.

E prima della distruzione fisica, la logica della minaccia è distruzione morale, della stessa dignità del soggetto minacciato, tanto quanto del minaccioso. Secondo Simone Weil «la forza che uccide è una forma sommaria, grossolana della forza», ma ce n'è un'altra più sorprendente: «Quella che non uccide ancora. Ucciderà sicuramente, o ucciderà forse, ovvero è soltanto sospesa sulla creatura che da un momento all'altro può uccidere; in ogni modo muta l'uomo in pietra». Weil legge nell'Iliade un'altra verità: «Tanto spietatamente la forza stritola, altrettanto spietatamente essa inebria chiunque la possieda o creda di possederla» (L'Iliade poema della forza, 1939).

Ma si dice che proprio la Mutua Distruzione Assicurata (MAD = pazzo) ha evitato l'apocalisse nucleare durante la Guerra Fredda. Sì, ma quante sono state le situazioni di rischio estremo, evitate fortunosamente, per un pelo? Si conosce il caso di Stanislav Petrov, il 26 settembre 1983, ma quanti altri? Affidarsi al caso o alla saggia prudenza? Se è andata bene nel passato, si può sfidare l'apocalisse nel futuro prossimo?

Il 7 luglio 2017 l'assemblea dell'Onu ha votato il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW), che  rende illegittimo il possesso di queste armi. Per entrare in vigore, c'è bisogno della ratifica di cinquanta stati. La Santa Sede è il primo stato che ha aderito. Fino al 25 novembre, sono 34. L'Italia non ha aderito. Una campagna di base insiste da due anni al motto «Italia, ripensaci!». La Campagna internazionale contro le armi nucleari ICAN è premio Nobel per la Pace 2017.

Bene, con tutto ciò in Italia stazionano, sotto controllo Usa, 70 ordigni nucleari nelle basi Usa di Ghedi, a Brescia, e Aviano, Pordenone. E prevista, nel 2020, una loro progressiva sostituzione con nuovi modelli,B61-12, adatti a essere trasportati con i caccia bombardieri F35, l cui acquisto il governo ha da poco rimosso ogni limite. Il possesso e detenzione di armi atomiche è politica morale o saggia? Si sveglia una coscienza della vita?

 466

Nel mondo è in atto una grande redistribuzione di lavoro e reddito che la sinistra occidentale non riesce a interpretare (vedi Papuzza sul foglio 465). Grandi paesi ex colonie o semicolonie hanno intrapreso vigorosamente la via dello sviluppo mentre altri scalpitano per seguirli. La loro concorrenza mette in crisi i nostri paesi di vecchia industrializzazione, destabilizzando i nostri sistemi sociali. La sinistra è in difficoltà perché il suo modello ideologico e quindi il suo modo di leggere la realtà è diventato obsoleto. I suoi schemi prevedevano uno scontro tra capitale e lavoro e l’unità di tutti i lavoratori. Ma oggi allo scontro tra capitale e lavoro si è sostituito quello tra i lavoratori dei paesi sviluppati e quelli dei paesi emergenti. I primi vogliono continuare a migliorare il loro tenore di vita così come è successo negli ultimi due secoli, gli altri vogliono uscire dal sottosviluppo e recuperare nel più breve tempo possibile il terreno perduto. Questa concorrenza tra lavoratori è molto favorevole al capitale, soprattutto quello finanziario, che si accaparra una parte crescente della ricchezza prodotta. Questo però non modifica la situazione di scontro tra classi lavoratrici. Tra capitale e lavoro c’è rivalità nella divisione del valore creato durante la produzione, ma anche solidarietà. Entrambi hanno interesse a far progredire l’impresa, ad aumentare la produzione per incrementare reddito e posti di lavoro. È così che negli ultimi 200 anni i lavoratori in Occidente hanno potuto migliorare progressivamente le loro condizioni di vita: attraverso le lotte hanno costretto il capitale a cedere loro una parte della ricchezza prodotta. Ora i lavoratori dei paesi emergenti vogliono seguire la stessa strada. Per loro quindi la solidarietà col capitale, che li sfrutta ma gli garantisce anche lavoro e reddito, è superiore a quella con i lavoratori dei paesi ricchi. Del resto tra lavoratori di zone con sviluppo molto diseguale, storicamente la concorrenza è sempre stata molto forte, più forte della solidarietà. Il nostro sviluppo è stato pagato anche con lo sfruttamento delle colonie, ora il loro sviluppo è pagato in parte con l’arresto del nostro.

Se ci si ferma all’analisi economica, al vivere giorno per giorno, non si vede come possano essere contemperati questi interessi contrapposti. Per trovare obiettivi politici comuni, occorre quindi elevarsi a un livello superiore, a problemi che oggi riguardano tutta l’umanità: la pace e la difesa dell’ambiente. Su questo terreno non contano né confini, né classi sociali, né recriminazioni. Da uno scontro economico o peggio militare tra grandi potenze o dal degrado dell’ambiente tutti alla fine ci perdiamo, fino a rischiare il suicidio dell’umanità. Parliamo di pace e ambiente da molto tempo, ma mai questi problemi erano apparsi così concreti e urgenti. La gravità e la portata di queste emergenze si può inferire dal durissimo scontro politico in atto in Occidente tra destra e sinistra, tra chi vorrebbe mantenere a tutti i costi le cose come stanno e chi ha capito che occorre cambiare modello di sviluppo e rendere il mondo più giusto. Le destre sono molto aggressive, più compatte, pronte a usare anche i mezzi di propaganda più squallidi, dispongono di molti fondi e possono contare sull’appoggio di importanti mezzi di informazione. Le sinistre invece sono più indecise, confuse e, come ho già detto, sono indebolite perché ancorate alla vecchia ideologia. Occorre anche dire che le tre scelte che hanno di fronte non facilitano il compito. L’accrescimento o almeno la difesa del tenore di vita dei lavoratori dei paesi sviluppati, il miglioramento di quello dei paesi emergenti e la difesa dell’ambiente non si possono perseguire contemporaneamente: almeno una è da sacrificare. I vari partiti in cui si è frantumata la sinistra occidentale non riescono a fare una scelta chiara e definitiva e si disperdono in proposte spesso contraddittorie e velleitarie. Per questo le destre sembrano in vantaggio e conquistano sempre più spazio su una popolazione impaurita, confusa e arrabbiata. Non è però tutto buio. Alla debolezza della sinistra sopperiscono due realtà. La prima è la Chiesa di papa Bergoglio, che ha scelto chiaramente i paesi poveri e il loro riscatto e la difesa dell’ambiente. La sua voce è sempre più forte e il suo impegno vigoroso: per questo sta pagando un prezzo elevato, con una fortissima opposizione, rischiando perfino una spaccatura all’interno della stessa Chiesa cattolica. L’altra è un vivace movimento globale di giovani e giovanissimi che si battono per l’ambiente. Ancora magmatico e disorganizzato e quindi debole politicamente, ha però una grande importanza perché, prima che politica, la battaglia è per l’egemonia culturale, per la conquista del cuore e della mente dei popoli, per affermare una visione del mondo più avanzata, più adeguata alle sfide che stiamo affrontando, più solidale. Anche loro sono attaccati fino all’irrisione. Evidentemente li temono.

Lo scontro dunque è feroce, la posta in gioco molto alta, altissima, impegnativa e anche dolorosa, soprattutto per noi occidentali, perché si tratta di rimettere in discussione posizioni acquisite e di modificare modi di pensare e vivere consolidati da tempo. Ma non abbiamo scelta. Di fronte abbiamo due possibilità: un lungo periodo di crisi, scontri e regressi o un passo avanti deciso verso due obiettivi che l’umanità insegue da tempo: una società più giusta e uguale e l’eliminazione della guerra come strumento per modificare l’assetto geopolitico e come soluzione dei conflitti tra popoli.

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