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Enrico Peyretti

Il diritto di non uccidere

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QUALE STORIA A  PARTIRE DA GESU'?

ESODO Sevitium


Aldo Bodrato

L'avventura della Parola

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Enrico Peyretti

Dialoghi con Nortberto Bobbio 

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Enrico Peyretti

Il bene della pace. La via della nonviolenza

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Enrico Peyretti

Elogio della gratitudine

Cittadella


  editoriali

 

Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 475

Dopo gli omicidi in Francia, a Parigi e Marsiglia, e in Austria a Vienna, e in particolare quello del professor Samuel Paty, assassinato dopo aver mostrato in classe alcune caricature di Maometto, anche nella redazione c’è stata una larga e animata discussione (vedi gli altri due articoli di Casadio e Peyretti). Si sono lette e condivise riflessioni che mettevano in luce posizioni spesso polarizzate: pur stigmatizzando entrambe, ovviamente, i recenti crimini, sembravano coagularsi attorno a due partiti, quello del rispetto e quello della libertà. Modelli esemplari di questa dialettica contrapposta sono apparsi il breve scritto di Carlo Rovelli, Non sono d’accordo e la lettera aperta di Paolo Flores d’Arcais che replicava a quella riflessione. La discussione nella redazione, il fatto stesso che sia esistita e abbia mosso passioni contrapposte, ma anche una necessità di dibatterle, ci ha portato forse come approdo che nessuno di questi aspetti possa essere considerato un valore assoluto. Gli assoluti, in fin dei conti, sono rassicuranti, ma spesso inesatti. Considerare il valore della libertà e del rispetto ci pone in realtà di fronte alla difficoltà di trovare un equilibrio tra due elementi che i rapporti sociali rendono estremamente complicato e precario.

C’è un livello di critica legittimo: la satira ne è un attore mordace, ma può anche esserne l’oggetto. Pertanto, facilmente uno può trovare ad esempio le vignette di «Charlie Hebdo» piacevoli, un altro disgustose. E può dichiararlo. Il problema sorge se in nome di quel disgusto ne chiede la rimozione, o peggio, arriva a uccidere. Qui si passa un argine che non può essere sostenuto con un appello al rispetto (per quanto un esercizio dell’empatia renderebbe forse le nostre società migliori nella gestione dei loro conflitti). Perché il rispetto, quando proposto in una misura eccessiva, strabordante, può diventare una clava che una parte muove sull'altra. Ora sembra che l'islam abbia nel suo seno un livello di isteria preoccupante. Certamente l'islam non è l'unica fede ad avere avuto questi accessi. Tutte le religioni le hanno coltivate nel loro seno, come se il dogmatismo fosse una tentazione sempre presente, e la stessa laicità vi si è talvolta abbandonata, mostrando un volto persecutorio nei confronti dei credenti. E questo è accaduto anche per la laicità francese: senza tornare agli eccessi della Rivoluzione, si può ricordare l’affaire des fiches all’inizio del secolo scorso, quando il governo di Émile Combes imbastì una schedatura dei soldati cattolici per impedirne le promozioni. L’oltranzismo fanatico non identifica il pensiero laico, né quello cristiano, né qualsiasi altra fede, ma in alcuni momenti storici, in alcune aree sociali incuba al loro interno. Lo stesso discorso vale per l’islam. È una banalità quasi scontata ricordare che continua a offrirci pensatori illuminati, anche in Italia, basta pensare, a titolo di esempio, alla scrittrice contemporanea Igiaba Scego. Non si può tuttavia negare che nell’islam il rapporto tra fede e libertà di espressione sia oggi assai problematico e questo al di là degli attentati che hanno insanguinato molte città. In diverse delle sue manifestazioni va oltre il legittimo diritto di critica e la questione non può essere chiusa con un appello al rispetto. Il senso di offesa della propria fede è un sentimento soggettivo variabile, che sarebbe improprio trasformare nell’ideale regolativo di una società.

Tuttavia c'è un altro aspetto, ovvero che la satira sia sempre legittima nella sua denuncia. La satira antisemita è stata uno dei volani per la diffusione dell'odio antiebraico. Anche dove non ha portato all'instaurazione di regimi persecutori e totalitari, ha comunque contribuito a diffondere una mortificante deformazione delle comunità ebree, anticamera di atteggiamenti violenti e discriminatori. La stessa Francia ne è stata un esempio. Non abbiamo ragione di dubitare che alcuni trovassero piacevoli anche allora le vignette che rappresentavano gli ebrei come mostri o insetti. E anche in quel caso si può dire che non si voleva offendere una religione, ma la presunta potenza dell'ebraismo mondiale. Certo, tra quella paccottiglia e «Charlie Hebdo» c’è uno scarto, che chiunque può misurare. Ma l’accostamento ci aiuta a dubitare che la libertà di irridere sia una facoltà assoluta. Una delle conquiste che viene dallo sviluppo del pensiero razionale, che ha nell’illuminismo uno dei suoi passaggi cardinali, è stata proprio quella di interrogarci rispetto alle situazioni che ci troviamo di fronte, senza poterle risolvere appellandoci a principi assoluti, ma attraverso la ricerca di una difficile medietà, poco rassicurante, che ci permette però di fare i conti con la complessità delle cose.

Marco Labbate

 474

Chi ha vinto le elezioni del 20-21 settembre? Il covid-19 e l'Europa. O forse, meglio, l'Unione Europea attraverso il Covid. Al netto infatti della parzialità dell'elettorato coinvolto, nelle regioni e nei comuni in cui si è votato un duplice giudizio risulta abbastanza chiaro: il comportamento del Governo di fronte alla pandemia è stato giudicato accettabile (e non è un caso che abbia ottenuto riconoscimenti anche in campo internazionale) e le conseguenti misure decise dalla Commissione Europea sono state valutate positivamente. Non sfugga che, oltre a cospicui contributi a fondo perduto, per la prima volta viene emesso un debito garantito direttamente dall'Esecutivo di Bruxelles (Un "rubicone" che quasi certamente non consentirà ripensamenti in futuro).

Inaspettatamente abbiamo un discreto consolidamento della costruzione europea che solo qualche tempo fa sembrava addirittura in pericolo di sopravvivenza. In parallelo si evidenzia un primo, ancor timido, arretramento dei sovranismi nostrani, che si trovano con armi scariche e incominciano ad annoiare anche i loro simpatizzanti, con i consueti mantra, un po' usurati. Ne fa fede anche lo stanco dibattito parlamentare di questi mesi.

Si riconferma anche la netta contrapposizione tra destra e sinistra, ad onta di coloro che la volevano seppellire. Ed è proprio questo a mettere profondamente in crisi il movimento (postideologico?!) 5 Stelle e a rendere più difficile il cammino del governo, che ha come prossima tappa il "semestre bianco"(luglio 2021), raggiunto il quale non sarà più possibile lo scioglimento delle Camere fino all’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Gli altri partiti di governo non se la cavano male. Il Pd, che non viene penalizzato da una certa subalternità ai 5 Stelle, e Leu che vede premiata la sua lealtà alla maggioranza, oltre ad averci dato un eccellente ministro della Sanità.

Ora è però chiaro che il programma andrà accelerato a partire (solo per fare qualche esempio) dalla modifica dei decreti sicurezza, dalla ripresa del dibattito sullo ius culturae per l'acquisizione della cittadinanza, nonché dall'accurato impiego dei fondi europei.

Discorso a parte merita il risultato referendario che, al di là della confusione delle motivazioni, permette l'apertura ad altre modifiche costituzionali mirate, con la fine del bicameralismo paritario e una nuova centralità del Parlamento, adeguata tuttavia alla complessità del nostro tempo. È vero infatti che di decisionismo muore la democrazia, ma anche di "indecisionismo". Ne abbiamo avuto alcuni esempi in un non lontano passato e occorre non ripetere drammatici errori.

Sul quesito referendario la nostra redazione si è divisa, con una robusta maggioranza per il no, un paio di opzioni esplicite per il sì, mentre altri si sono astenuti o hanno preferito la scheda bianca. Il dibattito è stato breve ma intenso e costruttivo, confermando la polemica leale che caratterizza la nostra amicizia, al di là di ogni pericoloso unanimismo. Se diamo retta a Gianrico Carofiglio con il suo ultimo libro Della gentilezza e del coraggio abbiamo qualcosa di prezioso da conservare gelosamente.

 

 473

Gente di poca fede. Il sentimento religioso nell'Italia incerta di Dio (Il Mulino 2020) suona l'inchiesta del sociologo Franco Garelli che ha condotto un'indagine nazionale (finanziata dalla CEI) sulla religiosità degli italiani, confrontandone i risultati con una simile ricerca realizzata nel 1994 dal medesimo professore. In tale scenario (recensito sulla «Stampa» del 19 Agosto) sono cresciuti l'ateismo e l'agnosticismo non solo tra i giovani; gli italiani credono e praticano di meno. Solo un quinto partecipa regolarmente ai riti, mentre un terzo non ci va mai (esclusi funerali e matrimoni). È triplicata infatti la percentuale di chi non presenzia mai alle liturgie: dal 10% al 30%. C'è sempre chi alla domenica non manca alla Messa, ma dal 31% si è arrivati al 22%. Uno su venti negli anni '90 pensava che in Dio credessero solo le persone più ingenue e illuse; oggi è l'idea del 23%.

Tuttavia nei meandri di questo presunto ateismo è largo ad es. il consenso per il crocifisso nei luoghi pubblici, appoggiato da quasi sette italiani su dieci: ossia ben il 70% si rifugia in un cattolicesimo di «matrice identitaria» o di «appartenenza educativa». E non va trascurato l'incremento di chi crede che esista una potenza maligna subdolamente «in campo» contro l'umanità: è il 40%. E più del 30% assicura di avere ricevuto una grazia, un miracolo o comunque aiuti divini.

Mentre alla fine del secolo scorso coloro che si professavano atei erano il 10%, oggi quelli che non credono nell'esistenza di Dio sono saliti al 30% (anche questo dato, forse il più rilevante, triplicato in 25 anni). La motivazione principale è la seguente: «Se davvero esistesse un Dio, non permetterebbe l'esistenza diffusa del male, delle tragedie, delle calamità e delle ingiustizie nel mondo» (p. 28 del quotidiano; l'articolista è Domenico Agasso jr). Persiste ancora in maniera pesante la millenaria concezione teistica e creazionista di Dio; solo in una visione non-teista ed evolutiva si può cercare di abbozzare una risposta alla suddette questioni di teodicea: nell'evoluzione sono fondamentali le variazioni del Dna (altrimenti noi non ci saremmo), purtroppo anche quelle dannose (malattie). Come è fondamentale il sistema “caotico” terrestre (terremoti, eruzioni, inondazioni, drastici cambiamenti climatici dell'habitat come le epoche glaciali...): reagendo a tale pressione selettiva gli organismi si sono creativamente modificati sino alla comparsa dell'uomo. Prima l'evoluzione, poi la storia umana non sono tele-guidate dall'alto, poiché Dio non interviene materialmente nel mondo. La responsabilità poi del male morale (ingiustizie) è tutta dell'uomo medesimo (Dio non c'entra); non si può più obiettare: perché Dio ha creato l'uomo con la tendenza al male? Oppure buono; ma allora da dove viene il male? Tutte obiezioni creazioniste oggi prive di senso: non basta accettare astrattamente l'evoluzione solo a parole. Dio infatti non ha creato nulla direttamente e come prodotto finito: solamente in tal caso gli si potrebbe contestare di non aver creato una Terra migliore senza malattie, tettonica a zolle [che causa certo i terremoti, ma ha permesso l'origine delle specie-figlie per separazione e diversificazione dalla specie-madre]..; perché non un mondo perfetto sin dall'inizio, dato che tutte le specie sarebbero presenti da sùbito e per di più fatte direttamente da Lui (sic, milioni di...“stampi” diversi solo per gli insetti)?

Quegli a-tei hanno ragione, poiché tale Dio non esiste; purtroppo però (nonostante i nostri sforzi per contrastare l'onnipotenza divina) non sono in grado di distinguerlo dal Dio ben diverso del Crocefisso, e quindi risulta loro preclusa la via alla fede (esplicita). Ma non del tutto, perché, anche se in maniera anonima e implicita, è cresciuta significativamente dal 27% al 43% l'adesione al cristianesimo come “deposito di valori”.

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