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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 488

E così alla fine il gerarca russo ha deciso di invadere l’Ucraina. Il fatto ci lascia attoniti, stentiamo a credere che l’abbia fatto veramente, nel cuore dell’Europa. Putin ormai nella fase terminale del suo lungo potere, ha deciso di lasciare un segno rinverdendo i fasti dell’impero russo e dell’Urss, del cui apparato del resto ha fatto parte nella prima fase della sua carriera politica. Mentre scriviamo (3 marzo) non sappiamo come evolverà la situazione ma speriamo che l’incendio venga contenuto e questa sia l’ultima nefandezza del dittatore. E speriamo anche che siano gli stessi russi a liberarsene, sarebbe un bel passo avanti per quel paese martoriato.

Ma tutta la faccenda è costellata di errori ed arroganza. Gli Stati Uniti hanno voluto stravincere la guerra fredda e sappiamo da casi precedenti quanto questo sia dannoso. Invece di favorire l’evoluzione verso l’Europa della Russia l’hanno circondata con la Nato.

L’Europa, che presenta l’unico esperimento geopolitico adatto all’epoca che viviamo, non riesce a portarlo a termine, avanza troppo lentamente e viene sempre superata dai fatti. Per comodo non si assume le sue responsabilità sullo scacchiere globale delegando la propria difesa agli Stati Uniti. Rinuncia perciò a fare una politica indipendente e di mediazione. L’esempio fondamentale di molti paesi che si sono combattuti per secoli e ora si unificano viene perciò depotenziato.

Anche la classe dirigente ucraina, dopo la rivoluzione, ha fatto una mossa azzardata, ha voluto costituire uno stato nazionale su un territorio in cui vivono da sempre due nazionalità: l’altra è la russa! Uno straccio rosso sventolato davanti agli occhi di Putin, che infatti lo ha usato come uno dei pretesti per l’invasione. Ed è il popolo ucraino che sta pagando il prezzo più alto. Ancora una volta scelte sbagliate dei politici provocano molto dolore e morte.

L’unico insegnamento che si può trarre da questa tragedia è la miseria e la pericolosità della vecchia geopolitica basata sulla potenza, alla ricerca dell’egemonia. È ormai il tempo di modificare profondamente il modo di regolare i rapporti tra Stati, per adattarlo alla realtà del mondo cambiata profondamente nell’ultimo secolo. Le grandi potenze devono abbandonare la ricerca impossibile e pericolosa dell’egemonia mondiale per aprirsi finalmente al multilateralismo, al riconoscimento degli interessi legittimi degli altri, a una collaborazione per affrontare i gravissimi problemi globali che ci sovrastano tutti: degrado ambientale, pandemie, sovrappopolazione, enormi disuguaglianze, migrazioni, economia criminale ecc.

Una politica di potenza in un mondo globalizzato, dotato di armi di distruzione di massa è criminale. Speriamo non sia necessaria una terza guerra mondiale per far capire all’umanità quello che ragionevolmente occorre fare.

 487

La ‘guerra’ è esplosa da tempo. Tra Sì vax e No vax infuriano i combattimenti, senza esclusione di colpi. Si sparano cannonate: e se ne sparano veramente di grosse.

Come nel caso del giuristaUgo Mattei che indossa i panni di un Galimberti redivivo e invoca un nuovo Cln. Ma anche qualcuno tra i suoi avversari è preda di un sacro furore e alza i toni, invocando “tolleranza zero”.

Noi abbiamo scelto la vaccinazione, perché temiamo il covid più del vaccino. Se qualcuno teme il vaccino più del virus e non è convinto che la campagna di vaccinazione sia di generale utilità, rispettiamo la sua scelta, che non condividiamo (d’altronde, il meglio della tradizione liberale – dall’illuminismo in poi –non consiste forse nel riconoscere pieno diritto di cittadinanza alle opinioni che non si condividono?).

Intanto valutiamo positivamente che quasi il 90% degli italiani abbia deciso di vaccinarsi; mentre non valutiamo positivamente l’escalation di questa ‘guerra’ e il fatto che molti corrano ad arruolarvisi. Si ha l’impressione che ‒ come in tutte le guerre ‒ anche in questa la prima vittima sia la verità, e anche in questa il tuono dei cannoni serva innanzitutto a silenziare la riflessione e il pensiero critico.

In concreto, ci riferiamo al fatto che l’astiosa querelle polemica cui assistiamo ogni giorno nei talk show e sui social (sino alla noia e alla nausea) sta ottenendo un risultato: ridurre al lumicino la discussione e l’impegno per una nuova politica dei servizi pubblici.

Pensiamo ai trasporti o alla scuola. Nei primi mesi della pandemia si era evidenziato come certe carenze strutturali ne rendessero assai più problematica la gestione. La rete del trasporto locale ha subìto nell’ultimo ventennio un continuo ridimensionamento, mentre nella scuola tutti lamentavano il problema delle classi numerose.

Due anni dopo si può dire che nulla è stato fatto. Non solo. Nulla, o quasi nulla, è stato avviato. Nemmeno una riduzione di una o due unità del numero massimo degli alunni nelle classi prime, peraltro agevolata dalla costante diminuzione del numero complessivo degli utenti (stendiamo un pietoso velo sui banchi con rotelle o senza). Chi confida nell’obbligo di green pass sui mezzi pubblici evidentemente non li frequenta granché: altrimenti saprebbe che spesso i controllori stenterebbero a farsi largo strusciando e sgomitando tra un passeggero e l’altro.

Ma più ancora dei trasporti o della scuola, il nodo decisivo doveva essere quello della sanità. Tutti sanno che per un lungo periodo questo settore è stato soggetto a tagli consistenti: la sanità piemontese, ad esempio, ha perso tra il 2010 e il 2017 seimila posti letto e 3800 occupati. Per molti anni gli stessi Ordini dei Medici hanno segnalato che nel nostro paese i numeri degli accessi nelle ‘specialità’ di medicina non avrebbero consentito di garantire nemmeno l’ordinario turn over del personale, mentre anche gli infermieri erano insufficienti. Nella pandemia si sono visti – e si vedono e si vedranno – i risultati di quelle scelte (nel frattempo, non si è trovato di meglio che alzare da 1500 a 1800 il numero massimo dei mutuati dei medici di famiglia, che ormai scarseggiano).

Qualcuno ha ascoltato, in questi due anni, un messaggio politico forte per una radicale inversione di tendenza e per un generale rilancio – a livello nazionale e nelle singole regioni - della sanità pubblica? Qualcuno, tra i responsabili del passato, ha ammesso che si era andati nella direzione sbagliata?

Sarebbe bello – ma difficile – rispondere di sì. Per di più, purtroppo, quella tendenza ha avuto una larga condivisione ‘bipartisan’. Se ne vedono i frutti ancor oggi, in area torinese, nel progetto Città della Salute, su cui la politica tace o annuisce, anche quando l’Ordine dei Medici critica come insostenibile la prevista riduzione dei posti letto (da 1400 a 1050) rispetto agli ospedali dismessi; mentre segna il passo il potenziamento – giustamente invocato come fondamentale – della “medicina di territorio”.

Ovviamente, in questo contesto sembrano finire nell’ombra o nel dimenticatoio – lontani da qualsiasi agenda politica - anche temi ben più vasti, dalla diseguaglianza globale (che fa dell’Africa la Cenerentola dei vaccini) alla relazione tra ecologia e pandemie.

Ma ora, scusate l’intermezzo, torniamo alla partita Sì vax – No vax. Fa più audience.

 486

Pubblichiamo, facendolo nostro, l’appello di oltre 50 premi Nobel per la riduzione delle spese militari.

La spesa militare, a livello globale, è raddoppiata dal 2000 ad oggi, arrivando a sfiorare i duemila miliardi di dollari statunitensi all’anno. Inoltre, è in aumento in tutte le aree del mondo. I singoli governi sono sotto pressione e incrementano la spesa militare per stare al passo con gli altri Paesi. Il meccanismo della controreazione alimenta una corsa agli armamenti in crescita esponenziale, il che equivale a un colossale dispendio di risorse che potrebbero essere utilizzate a scopi migliori.

In passato, la corsa agli armamenti ha spesso condotto a un’unica conseguenza: lo scoppio di guerre sanguinose e devastanti. Noi vogliamo presentare una semplice proposta per l’umanità: che i governi di tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite si impegnino ad avviare trattative per una riduzione concordata della spesa militare del 2 % ogni anno, per cinque anni.

La nostra proposta si basa su una logica elementare:

‒ Le nazioni nemiche ridurranno la spesa militare, e così facendo rafforzeranno la sicurezza dei rispettivi Paesi, pur conservando l’equilibrio delle forze e dei deterrenti.

‒ L’accordo siglato servirà a contenere le ostilità, riducendo il rischio di futuri conflitti.

‒ Enormi risorse verranno liberate e rese disponibili, il cosiddetto «dividendo della pace», pari a mille miliardi di dollari statunitensi entro il 2030.

La metà delle risorse sbloccate da questo accordo verrà convogliata in un fondo globale, sotto la vigilanza delle Nazioni Unite, per far fronte alle istanze più pressanti dell’umanità: pandemie, cambiamenti climatici e povertà estrema. L’altra metà resterà a disposizione dei singoli governi. Così facendo, tutti i Paesi potranno attingere a nuove e ingenti risorse, che in parte si potranno utilizzare per reindirizzare le notevoli capacità di ricerca dell’industria militare verso scopi pacifici nei settori di massima urgenza.

La storia dimostra che è possibile siglare accordi per limitare la proliferazione degli armamenti: grazie ai trattati Salt e Start, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica hanno ridotto i loro arsenali nucleari del 90 percento dagli anni Ottanta ad oggi. I negoziati da noi proposti avranno una buona possibilità di successo, perché fondati su un ragionamento logico: ciascun attore sarà in grado di beneficiare dalla riduzione degli arsenali del nemico, e così pure l’intera umanità. In questo momento, il genere umano si ritrova ad affrontare pericoli e minacce che sarà possibile scongiurare solo tramite la collaborazione. Cerchiamo di collaborare tutti insieme, anziché combatterci.

Seguono le firme dei premi Nobel promotori.

Testo originale: peace-dividend.org, traduzione italiana da lists.peacelink.it.

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