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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 452

 Lo si ripete spesso, ma forse questa volta è proprio vero: stiamo assistendo a cambiamenti epocali che ora travolgono anche il nostro paese. Trump conquista la più grande democrazia del pianeta, Putin consolida il suo controllo autoritario sulla grande Russia, entrambi invocano esplicitamente il primato degli interessi nazionali ed esercitano una forte influenza sui molti che li guardano con ammirazione. L’Europa Unita è minata dalla Brexit, dalla crescita dei partiti neofascisti e dei “populismi”, dalla deriva autoritaria e razzista del gruppo di Visegrad. Per ora il cuore dell’Europa, Francia e Germania, ha saputo porre un argine a questi fenomeni grazie ad accordi politici che non sembrano riproducibili in altri paesi come il nostro. Nel momento in cui scriviamo queste righe, in Italia si profila un inedito esecutivo guidato da un movimento difficilmente inquadrabile da un punto di vista ideologico e con una capacità di governo tutta da dimostrare. Il principale alleato, invece, ha chiarito fin troppo bene il suo posizionamento lepenista ed essendo anche il più vecchio dei partiti italiani può contare su una classe dirigente che ha dato prova di saper ottenere ciò che vuole. La presenza ingombrante di un Berlusconi ora riabilitato, e comunque mai sconfessato dalla Lega, lascia intendere che alcune delle più promettenti istanze del M5S – come legge sul conflitto di interessi, lotta alla corruzione e alla mafia – verranno per l’ennesima volta diluite se non del tutto accantonate. Gli altri partiti o non hanno nessun peso politico o non intendono farlo contare, come nel caso di un PD tenuto in disparte dai calcoli di colui che ne determina l’indirizzo. Lo spessore umano e politico di questa legislatura, insomma, non consente di immaginare che il nostro paese possa affrontare i problemi che lo affliggono e tanto meno quelli di un quadro internazionale sempre più preoccupante. Ciò che scuote l’Occidente dal suo cuore americano fino alle sue estreme propaggini nei territori dell’ex impero sovietico è un profondo e diffuso malessere. L’ultima crisi ha colpito duramente ceti medi e lavoratori, i quali per di più, in quanto principale base contributiva, hanno pagato l’intervento pubblico per salvare gli istituti finanziari che avevano generato la crisi (nella generale demonizzazione dell’intervento pubblico solo un certo tipo di eccezioni sono ancora auspicabili). Il sistema che ora (bisognerebbe scrivere ancora, perché era già successo nel 1929, ma la storia non insegna mai nulla) mostra le sue falle – e che sempre più spesso viene messo in discussione non appena al popolo sovrano è concesso di esprimersi – è quello del sistema di potere economico-politico-ideologico degli ultimi decenni. Qualcosa di simile si era verificato nei ruggenti anni Venti americani; poi la brutalità della crisi aveva costretto gli Usa a trattenere con politiche “keynesiane” i peggiori istinti del capitalismo con una più equa distribuzione della ricchezza. Questa e un maggiore consenso politico hanno poi sostenuto la potenza americana e la crescita dell’intero Occidente nel secondo dopoguerra. Per alcuni decenni, l’Occidente capitalista ha condiviso col suo nemico – l’Oriente comunista – una certa attenzione al mondo dei lavoratori. Al di là dell’ideologia e di una sobria sicurezza sociale, sull’effettiva capacità del socialismo reale di prendersi cura dei lavoratori si possono nutrire non pochi dubbi, ma gli effetti più positivi il sistema sovietico li ha forse ottenuti in modo indiretto in Occidente, dove la minaccia comunista ha pesato sul piatto della bilancia dello stato sociale. Tutto questo è finito con Reagan, Thatcher e la caduta dell’Impero sovietico. Il capitalismo, senza più freni politici interni ed esterni, dagli anni Novanta ha riprodotto le condizioni della nuova crisi. Come la classe dirigente liberale degli anni Venti e Trenta, una classe politica diversamente piegata all’ideologia capitalista ha assecondato e servito i profitti di pochi perdendo progressivamente il contatto con i molti. Ora come allora, nel disorientamento generale le democrazie e i partiti tradizionali si indeboliscono mentre si rafforzano le tentazioni sempliciste dei nuovi nazionalismi, autoritarismi, delle chiusure identitarie, razziste, ecc. Giocare con questi fenomeni, tollerarli, sottovalutarli, pensare di gestirli è giocare con il fuoco. Lasciarli fare pensando “tanto peggio tanto meglio” è follia irresponsabile. Purtroppo lo abbiamo già visto e pagato carissimo. Denunciare i “populismi” (termine onniesplicativo per dire “antisistema”) non serve a risolvere i problemi dei popoli né a scongiurare i loro errori elettorali. Ostinarsi a far sacrifici a Mammona può giovare al benessere dei suoi sacerdoti, ma la storia insegna che è tragicamente miope, e lo spirito insegna che è anche poco evangelico.

 451

Dopo l'orgia di promesse elettorali megafonate da imbonitori d'ogni età; dopo insulti e minacce reciproche, gridate da bravacci alla don Rodrigo e da Masanielli da Vespri napoletani; dopo l'inflazione di sottilissime analisi politiche dei risultati: un vero bisticcio di detti e contraddetti a conforto del Delfino della propria parte e sottoparte; dopo le più curiose ipotesi di alleanze, di patti maggioritari e minoritari, di governi alla carta e di governissimi trasversali, consociativi, di abbracci tra «oves, boves et universa crava», di compromessi storici e di storiche rotture, tutte e tutti puntualmente smentiti, ieri, oggi e domani, non resta che rifugiarci nella retorica tardo-barocca, che di parole buttate al vento ben aveva esperienza e, in certa misura, sottile capacità di giudizio. Dobbiamo al librettista Iacopo Badoer (1603-1656) il rilancio operistico della massima: «Un bel tacer non fu mai scritto» e a Metastasio (1698-1782) l'esegesi madrigalista di questa lode del silenzio: «Un bel tacer talvolta / ogni dotto parlar vince d’assai». Talvolta, dunque, meglio il silenzio che solenni parole destinate alla precarietà del quarto d'ora. Un silenzio non mosso da sdegnosa superiorità al nostro presente, di cui ogni adulto è, in diversa misura, responsabile, ma da desiderio di decantazione e di riflessione. Il futuro non nasce dalle acque torbide di tempeste e diluvi, ma dai nuovi depositi di terra fertili e dalle nuove correnti di limpide acque, rese possibili dagli sconquassi dell'assetto antico. Doveroso è allora navigare a vista, come fanno i marinai nel caso di fitte nebbie che precludono l'orizzonte. E navigare a vista non vuol dire, in politica come nei viaggi per mare, non avere un obiettivo, ma saper aggiustare la rotta per raggiungerlo, non sacrificare il presente al futuro, il contingente storico a un ideale assoluto, destinato peraltro a non trasformarsi mai da sogno in realtà, se non grazie al contingente e come contingente, sia pure ulteriore. Persino l'ulteriorità, come l'“essere” e la “verità”, si dice in molti modi. Può, forse, essere evocata come definitiva per le religioni, mai per la politica (da polis), che non nasce nella Gerusalemme davidica, ma nell'Atene di Pericle. La politica ha certo avuto una sua preistoria tribale e una sua protostoria monarchica, quando le tribù si sono unificate in popoli, ma solo come democrazia ha davvero iniziato il cammino storico che l'ha portata a noi, come processo sempre ancora incompiuto e, grazie all'illuminismo, nella forma di repubblica costituzionale. È al fine di ripensare e riprogettare per il nostro oggi, che sborda oltre il nostro ieri e il nostro domani (nostro di nonni/e, padri/madri, figli/e e nipoti) che torna utile un “bel tacere”, assai più di “un forte gridare”. Arroccarsi a difesa dei piccoli santuari, salvati dalla marea montante dei cosiddetti populisti, serve a poco, come a poco serve affannarsi a smantellarli il più rapidamente possibile. Tanto Renzi, quanto Berlusconi, D'Alema e compagni si sono o si stanno demolendo da soli. Hanno dato quello che credevano di avere da dare e non valeva, a quanto pare, più di un momento di controversa pubblicità. Di Maio e Salvini saranno messi alla prova e indotti in tentazione, non riteniamo da Dio e neppure da Satana. Come se la caveranno lo vedremo, tra non molto. Se formeranno o non formeranno un loro governo tandem, a staffetta, a colpi bassi, seraficamente foriero di rosei futuri, non possiamo prevederlo. Mettere le sinistre d'ogni particola e particella sotto il mantello del “buon Bergoglio”, nella speranza che la “bergoglizzazione” di primi e secondi ministri distrugga, a vantaggio di questa o quella consorteria, il suo preziosissimo tentativo di laicizzare tanto la chiesa quanto lo stato, sarebbe criminale oltre che illusorio. Tacere!? Ma per fare che cosa, oltre che “seguire a vista” quello che il presente nel suo divenire ci mette davanti e reagire, avendo come stella polare la Costituzione? Per riconquistare, nel nuovo contesto storico economico e sociale, la capacità di scendere alle radici più autentiche della politica democratica. Politica, per definizione laica, incarnata, proiettata ad attuare le sue riforma nell'oggi, con preveggenza e senza fanatismi metastorici. Democrazia che, per non degenerare in demagogia, deve promuovere la parità nei diritti umani a tutti e ai cittadini eguaglianza di fronte alla legge. Che, per restare se stessa, avrà cura di normare il diritto di voto dei cittadini all'interno di un sistema elettorale capace di favorire l'aggregazione politica delle loro rappresentanze, così che gli eletti, attraverso un pubblico confronto, possano maturare un programma e formare governi non soggetti a ricatti e a condizionamenti di parte, in grado cioè di realizzare quanto promesso e di assumersene la piena responsabilità.

 450

La sparatoria avvenuta sabato 3 febbraio a Macerata, potenziale strage, azione dichiaratamente razzista, mirata su uomini dalla pelle nera, ad opera di un uomo che ostenta l'idea fascista, dopo le prime dichiarazioni di indignazione cerimoniale, è uscita dall'attenzione e dalla riflessione politica, sommersa da una rumorosa e misera campagna elettorale. Bisogna ritornare e soffermarsi su quel fatto, non tanto per infierire sul criminale, «smarrito di cuore» (Isaia 35,4), ma per leggerne le radici e cercare gli antidoti. Quella violenza deliberata (approvata, a quanto si sa, da molti messaggi sui social) ha un terribile significato simbolico, come furono le prime uccisioni del terrorismo nero e rosso, negli anni di piombo italiani, come fu l'11 settembre del terrorismo islamista. È il primo delitto razzista dichiarato, nella Repubblica democratica italiana. Ci sono fatti che dicono più di quel che appare. Questo dice la messa in atto dell'odio verso gli immigrati neri, odiati come nemici per il solo fatto di essere immigrati e neri. La riduzione di una persona umana a obiettivo da distruggere, o almeno ferire per dimostrazione, senza sapere nulla di lei, delle sue azioni e pensieri e atteggiamenti e bisogni e qualità, è un atto che nega in radice l'umanità di ognuno di noi, anzitutto di chi approva quel gesto. Un tale gesto ci minaccia più che fisicamente, ci minaccia nel senso del vivere: ridotto a numero in una categoria condannata, sei un semplice bersaglio dell'odio. Sei definito come non degno di vivere, di essere. Nulla di diverso fece lo sterminismo razziale del nazismo. Nulla di diverso fa ogni discriminazione degli umani per l'una o l'altra delle loro caratteristiche e identità, bene individuate come non discriminanti dal prezioso art. 3 della nostra Costituzione. Questo è già avvenuto, questo è avvenuto di nuovo a Macerata. Questo è ciò che non deve mai avvenire, per restare umani, per ritornare ad essere umani. Dobbiamo pur chiederci: è razzismo quello che ora corre nelle vene di troppi italiani, quelli che non sparano ma odiano, evitano, scartano? o è solo paura per la sicurezza "particulare", gonfiata ad arte dagli speculatori politici, sobillatori del male? Gli stranieri sono meno del 9%, ma la percezione dichiarata è del 25%. Chi spaccia e chi beve questo veleno? L'informazione puntata sul sensazionale e sul macabro accentua l'immagine della criminalità straniera rispetto a quella italiana. Eppure il tasso di criminalità degli stranieri è quasi la metà rispetto a quello degli italiani (cfr. Dossier statistico Immigrazione 2017, p. 184: 1076 e 506 su 100mila abitanti rispettivamente per gli italiani e per gli stranieri). Il discorso di un foglio come questo, piccolo, ma rappresentativo di un impegno morale-intellettuale, deve denunciare questo male e concorrere, per il poco che può, a ripararlo nelle menti e negli animi. È solo razzismo epidermico? È solo egoismo privato? Ma cosa rappresenta la manovra politica che manipola l'opinione pubblica? Perché l'informazione, anche quella pubblica, strombazza l'albero che cade e nasconde la foresta che cresce, cioè fa eco alla morte più che alla vita? La politica e le funzioni sociali fanno davvero tutto il possibile per medicare la piaga dell’ignoranza popolare, che della globalizzazione vede le tecnologie mirabolanti, ma non apprezza la ricca varietà umana dei popoli che si incontrano e si scambiano doni di cultura e di collaborazione, e non solo problemi? Perché l'amministrazione politica di questo grande fenomeno delle migrazioni, oscilla tra disorganizzata accoglienza (molto affidata alla buona volontà privata, che è numerosa ma ignorata nell'immagine pubblica) e respingimento demagogico e inumano?

Disprezzo e odio etnico e razziale sono un fallimento dell'umano, perciò della cultura e della politica. L'uso cinico, per farsi dare potere dagli elettori, dell'odio e del razzismo, del disagio sociale, è delitto politico contro il bene comune. Colpevolizzare una categoria, un’etnia, una cultura, per la colpa personale di alcuni, è barbarie e delitto politico. La migrazione per fuggire dal pericolo, per necessità vitale, per condizioni migliori di vita, è un diritto umano universale – per noi stessi lo facciamo ben valere! − e non è un reato, nemmeno se si attende ancora una regolarizzazione: è solo un problema di organizzazione sociale come altri, ed è un afflusso di energie umane nella nostra società invecchiata, una risorsa per la demografia, i lavori meno ricercati, la produttività, il pluralismo culturale, del nostro paese. Lo “straniero” − extra, fuori, strano, estraneo – è figura creata dai recinti dentro-fuori, in qualche misura comprensibili e utili, ma oggi sempre meno. Comunque, ogni con-fine è una fine e un inizio, è una opportunità per la mobilità mentale, prima che fisica, delle persone umane e dei popoli.

La nuvola nera dei nazionalismi inquina i cieli d'Europa, contro la sua vocazione e necessità. E anche i cieli d'Italia, fino a spudorate riprese di simboli e voci del fascismo. Partiti fascisti di sostanza e quasi di nome non avevano diritto costituzionale di partecipare alle elezioni. Il sonno della ragione, della memoria, della civiltà democratica, dell'istruzione popolare, dà spazi di potere a questi pericolosi fantasmi.

Per e con gli immigrati, il popolo italiano sta attuando tante, e non abbastanza conosciute, azioni di umanità e solidarietà verso i loro bisogni materiali e civili, azioni che salvano il nostro onore. La vita sociale, la politica, il lavoro, hanno bisogno anzitutto, per essere decenti e vivibili, di senso umano universale: ogni essere umano ha gli stessi diritti personali e sociali, e gli stessi doveri verso tutti, nella solidarietà, condizione assoluta di vita amica e non nemica, vivibile e non infelice. I rappresentanti politici devono incoraggiare e sviluppare le qualità popolari di convivenza umana positiva e giusta. In questa opera si può sempre fare meglio, ma le chiese e le religioni sono attive, senza clamore, per animare e operare.

Oggi, i problemi reali e decisivi – che la campagna elettorale ha trascurato colpevolmente − i problemi più gravi e pericolosi per tutta l'umanità, perciò i compiti e le opportunità, riguardano la presenza di armi terribili in mano a potenze minacciose, i danni all'ambiente naturale, le ingiustizie e diseguaglianze gravi. È necessario costruire comunicazione e intesa tra le culture umane. Il destino umano è ormai unico, e non particolare. Solo le politiche e le mentalità che capiscono questo universalismo di principio e di fatto, lavorano per il bene di tutti gli umani.

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