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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 440

Il 25 marzo saranno 60 anni dal Trattato di Roma, che diede vita alla Comunità Economica Europea, diventata poi con Maastricht, nel 1992, Unione Europea. Si spera che la ricorrenza non si limiti a esaltazioni retoriche del passato, ma affronti con coraggio un presente poco rassicurante e un futuro ancora più incerto. Di fronte al prepotente ritorno dei nazionalismi è possibile uscire dalle pericolose secche in cui si è incagliato da tempo il processo di unificazione? Senza alcuna illusione o ridicola pretesa di completezza proviamo a indicare qualche tema che potrebbe essere sviluppato per avere più integrazione, e non meno, come chiedono molte forze politiche che mirano alla liquidazione dell'Unione stessa.

Primo: la messa in comune del debito pubblico. Cioè la creazione di un ministro del Tesoro europeo che possa emettere buoni del tesoro federali, garantiti dall'Unione, sottoscritti, almeno in parte, dalla Banca centrale e successivamente messi a disposizione dei bilanci dei singoli stati. Una graduale sostituzione del debito nazionale con un debito europeo.

Secondo: far emergere partiti europei con leader europei, superando le gabbie nazionali che impoveriscono e limitano le rappresentanze democratiche e favoriscono il consolidarsi di burocrazie autoreferenziali. Il Parlamento e la Commissione dovrebbero vedere rafforzato il loro ruolo, che in questi anni invece si è ridotto di fronte al prevalere di paralizzanti politiche intergovernative (decisioni prese dai capi di governo o dai ministri dei vari stati, pressati da interessi localistici).

Terzo: affrontare il problema della difesa europea, nella prospettiva di un esercito comune, con qualche primo esperimento, perché no?, di difesa nonviolenta. Riprendere il discorso interrotto nel 1954 adì opera dei francesi che impedirono la costituzione della Ced (comunità europea di difesa). De Gasperi ebbe la notizia a pochi giorni dalla morte: «Vedeva lucidamente le ripercussioni di lungo periodo che il no francese alla CED avrebbe avuto  su tutto il processo d'integrazione...era in gioco non solo il progetto della Ced... Lui voleva che l'idea europea fosse un dato non aggiuntivo ma costitutivo della politica e identità italiana» (G. Sangiorgi, De Gasperi, uno studio, Rubbettino 2014, p. 17). Tema di grande attualità di fronte agli atteggiamenti di Putin, in verità provocati anche dall'espandersi della Nato verso est, e in rapporto alle recenti dichiarazioni isolazioniste di Trump. La costruzione di un esercito comune, oltre a mitigare la soggezione verso gli Usa, avrebbe anche il non secondario vantaggio di ridurre e rendere più efficienti le spese militari complessive dei singoli stati.

Quarto: l’immigrazione. Problema di durata indefinita, altro che emergenza. Che non si risolve con ambigui accordi con la Turchia e, più recentemente con la Libia, affinché facciano da argine preventivo al passaggio del Mediterraneo costringendo i migranti in lager disumani e probabilmente alimentando col flusso di aiuti, governi corrotti e malavita locale. Occorre invece dare finalmente concretezza a sistemi legali di immigrazione, cioè aprire quei corridoi umanitari di cui molto si parla, ma per i quali finora, se si eccettuano lodevoli eccezioni per numeri necessariamente limitati, come quelle della Chiesa Valdese e della Comunità di S. Egidio, nulla è stato fatto. «Abbiamo bisogno di canali d’accesso legali per le persone che necessitano di protezione», ha autorevolmente ribadito J. Gauck, presidente tedesco, in un’intervista, negli ultimi giorni del suo mandato.

È certamente anche possibile aiutarli “a casa loro”, se una casa ce l’hanno… con un’analisi molto accurata delle modalità di aiuto, perché le risorse non finiscano in mani sbagliate. Ma sapendo anche che la spinta a scelte disperate, al netto della povertà e delle guerre, è talora determinata dalla invivibilità di certi ambienti, divenuti tanto più insopportabili per effetto della comunicazione globale. Esistono stati, come l’Eritrea, da cui è impossibile uscire legalmente e in cui i maschi sono costretti a fare il servizio militare praticamente a vita e le femmine a sposarsi bambine. Si tollerano, se non si favoriscono, antiche usanze familiari e norme tribali. La scelta di fuggire, in tali casi, è incontenibile. All’arrivo si apre tutto il discorso della distribuzione tra i vari paesi, finora osteggiata, in vario modo e in diversa misura, dai governi nazionali e quello ancor più grave dell’integrazione (culturale e lavorativa), che non può avvenire proficuamente se non con una distribuzione di piccoli numeri nei vari territori. Per l’Italia si vedano, ad esempio, i criteri seguiti dalla regione Toscana.

Il discorso porterebbe lontano e la complessità aumenterebbe. Molto resta ancora da fare per l’integrazione culturale dei popoli europei, in cui dovrebbe affermarsi una lingua comune (che non può che essere l’inglese), insegnata in parallelo con le lingue nazionali, dalle scuole elementari, come avviene da molti anni nei paesi del nord Europa. È altrettanto necessario che il cammino unitario riparta dal cuore dei paesi fondatori, non necessariamente i sei iniziali, ma certo non molti di più. Forse i diciannove della moneta unica sono già troppi per pensare a un cammino proficuo in questi tempi.

È utopia tutto questo? Probabilmente sì. Ma l’alternativa è la disgregazione della costruzione europea, che non si fermerà al ripudio della moneta, ma ritornerà alle economie e agli stati nazionali aprendo il futuro a ogni più tragico scenario. Dobbiamo quindi fortemente sperare, con Mario Draghi, che euro money e European Union siano «irrevocable and irreversible».

 439
Gli slogan e il linguaggio usati da Trump durante la corsa alla Presidenza degli Usa sono quelli di un miliardario pieno di sé, con l'autoritarismo nel sangue e il macete dell'anti-cultura stretto tra i denti. Ha messo subito in luce che, per ottenere la guida politica del suo paese, era disposto a ricorrere alle formule più corrive del populismo: «Gli Stati Uniti sopra tutto e tutti», «Il potere deve tornare al popolo, perché è il popolo che ha reso grande l'America». Oggi, che ha toccato la meta, con la scelta dei collaboratori e con i primi provvedimenti, presi senza neppure consultare questi ultimi, fa chiaramente capire che il «noi» è un «io» elevato all'ennesima potenza che sovrasta e ingloba il popolo intero: «Tra gli intelligenti sono il più intelligente; tra i decisi il più forte e coraggioso».

Si è detto nei giorni del dibattito preelettorale che, se avesse vinto, Trump avrebbe dovuto moderare il suo linguaggio, accettando di gestire il potere in accordo con l'insieme delle altre agenzie governative e con le altre forze politiche più moderate. Avrebbe cioè dovuto tenere conto della realtà senza stravolgerla. Erano considerazioni doverosamente prudenti che oggi è ben difficile ripetere. Questo anche se è evidente che, qualsiasi sia il comportamento futuro di Trump, vista la complessità dei fenomeni storici, ogni suo eventuale progetto, come ogni nostra previsione, sono aleatori e facilmente si rovesciano nel proprio contrario o in un inedito imprevisto.

Ciò che fin d'ora risulta chiaro è che le esternazioni del nuovo Presidente, la sua vittoria, le sue prime iniziative demagogiche si presentano pericolose, prima che per gli Usa, uno stato politicamente, economicamente e militarmente forte, per tutti quegli stati che, per la loro storica frammentazione e per un passato di guerre fratricide, hanno trovato nell'Alleanza Atlantica una forma di convivenza pacifica. È questo clima di pace relativa, almeno all'interno dell'alleanza occidentale, che la fittizia ambizione autarchica dell'America trumpiana sta già mettendo in discussione.

Il blocco dell'ingresso agli stranieri originari di molti stati a maggioranza islamica, il rilancio, con grancassa, della costruzione del muro sul confine col Messico, le minacce di iper-tassazione su prodotti tecnologici e industriali lavorati all'estero e concorrenti rispetto ai prodotti statunitensi, le dichiarazioni sulla necessità che l'euro lasci nuovamente campo al dominio del dollaro nelle transazioni sul mercato mondiale, l'auspicio che fallisca presto il progetto della Ue, già messo in crisi dalla Brexit e dalle chiusure politiche dei governi dell'Est, sono un segno inequivocabile del fastidio e dell'antipatia con cui Trump guarda alle democrazie europee e al loro, almeno teorico, progetto di welfare, basato sul rispetto dei diritti dell'uomo.

Non c'è regime, più o meno dittatoriale, che Trump non consideri migliore di queste. Loda Putin, guarda compiaciuto a Erdogan, al presidente delle Filippine, incoraggia Marine Le Pen e gli altri esponenti delle destre nazionali europee, attacca l'Iran per compiacere l'Arabia e sconfessare la politica riconciliatrice di Obama. Fa tutto quello che può per favorire il ritorno al nazionalismo dei vari stati, al fine di instaurare una diplomazia politica, economica e militare basata sui rapporti di forza più che sulla ricerca del diritto. Dopo aver dichiarato che gli Usa devono pensare innanzitutto a se stessi, al proprio benessere e alla propria sicurezza, senza ingerirsi nelle questioni altrui, si trova già, come è inevitabile, a minacciare atti di guerra economica e interventi militari contro chi considera dannoso per i suoi progetti di supremazia mondiale, Iran e Cina compresi, che non sono certo potenze che possono essere provocate senza rischi di guerre mondiali.

Ora molti pensano che la stessa furia scomposta con cui Tramp ha inaugurato la sua presidenza è segno della sua debolezza; che l'aver promesso di essere il presidente di tutta la nazione, per ricadere subito nella ricerca esasperata del consenso dei suoi soli elettori, sollevando l'opposizione clamorosa dell'altra metà dei suoi concittadini, lo destinano a un clamoroso fallimento. In fondo la stessa maggioranza repubblicana alla camera e al senato potrebbe considerare meglio, per le sorti del partito, fare salire alla presidenza il vice-presidente, politicamente molto più raccomandabile. Potrebbe anzi farlo presto, per aver modo di arrivare, dopo i quattro anni previsti dalla costituzione, alle elezione del 2020 liberi dal ricordo ingombrante di un personaggio tanto controverso e tanto sgradito al partito stesso.

È possibile e, forse, ancor più auspicabile. Ma fin d'ora è possibile prevedere che, se le sue sfuriate telefoniche con questo o quel primo ministro del Messico, dell'Australia o della Germania, se i suoi tweet al fulmicotone, dove attacca con coloriti insulti personali questo o quell'avversario politico, sono folklore, il discredito con cui colpisce il prestigio nazionale e internazionale della potenza politica che può essere considerata, nel bene e nel male, quella centrale nel mantenimento dell'equilibrio del mondo, la rincorsa all'emulazione indotta nei politici di basso cabotaggio in paesi di basso spessore democratico e di serpeggiante cesarismo, sono già oggi potenzialmente devastanti. Non solo per i rapporti tra le nazioni, ma anche tra gli uomini e la loro stessa possibilità di vita salutare sulla terra, visto che anche prime le iniziative prese da Trump e dai suoi ministri contro le già fin troppo prudenziali misure ecologiche di Obama.

 438

A distanza di un mese dall’esito referendario è forse possibile tracciare un primo bilancio. Spentesi le luci dei riflettori sulla Costituzione, questa è tornato ad essere il pezzo di carta che «senza l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenerne le promesse», come diceva Calamandrei nel celebre discorso agli studenti milanesi, non si muove. La proposta referendaria ha avuto il merito di sollevare problemi reali come la farraginosa procedura di un sistema bicamerale paritario e le insufficienze manifestate dalla riforma del titolo V. Ha fornito tuttavia risposte confuse, spesso raffazzonate, imposte da una parte con una personalizzazione eclatante ed esiziale da parte del premier. La sconfitta del sì e la franosa caduta del governo Renzi hanno tuttavia rimosso, insieme alle parti più discutibili, anche le proposte unanimemente positive (riduzione del quorum nei referendum abrogativi, disciplina dei decreti legge, facoltà del governo di chiedere alla Camera di fissare un termine entro cui deliberare sui progetti rilevanti per l’indirizzo politico dell’esecutivo), sia la consapevolezza di una necessità riformatrice del congegno istituzionale.

Il mese trascorso fa forse emergere un ulteriore panorama di vincitori e vinti. Il contrasto tra favorevoli e contrari alla riforma ha in realtà celato un’altra contrapposizione che non ha lasciato meno feriti sul campo. Il discorso referendario ha ben rappresentato un conflitto tra complessità e banalizzazione del discorso pubblico (non semplificazione, che non è mai un male quando, senza recidere i ponti con la complessità, la rende accessibile ai più). La banalizzazione, l’adulterazione delle questioni referendarie sono state ampiamente perseguite da entrambi i fronti, come scopo lecito per ottenere la vittoria. La linea di faglia tra favorevoli e contrari ha tuttavia oscurato la presenza di linguaggi molteplici. E tra banalizzazione e complessità del discorso pubblico, non è difficile individuare chi ha vinto e chi ha perso. Non sono stati i lucidi interventi di Gustavo Zagrebelski, di Gianfranco Pasquino o il cristallino ragionamento di Valerio Onida a trascinare il no al referendum. La loro scomparsa dai salotti televisivi e digitali, già all’indomani dello spoglio, ne è un’emblematica rappresentazione. Alla stessa maniera, nel fronte del sì le acute disamine di Sabino Cassese o di Paolo Pombeni non sono diventate il cuore della campagna per il sì. Nulla di nuovo sotto il sole, certo. Il rapporto tra classe intellettuale e democrazia è sempre stato problematico e vagliato con un misto di disillusione e amarezza fin dagli albori del suffragio universale. Tuttavia quando la forbice tra classe intellettuale e paese si allarga non è un buon segno. La nube che si profila all’orizzonte, con una probabile contrapposizione tra quattro populismi di diversa matrice, è concreta.

La perdita di incisività del discorso degli intellettuali e del valore delle competenze nel discorso politico ha una grave responsabilità politica. Se Berlusconi e il leghismo sono stati gli iniziatori del processo, Renzi e Grillo hanno rappresentato una seconda, ulteriore fase. Lo stesso governo Gentiloni appare un’espressione della caduta della qualità della classe politica. L’inglese di Alfano, il curriculum di Virginia Fedeli o di Beatrice Lorenzin, le dichiarazioni di Poletti sui giovani all’estero sono manifestazioni diverse della cattiva capacità di selezione alle più alte cariche del governo da parte di un partito, depauperato dal modello leaderistico renziano, preoccupato di avere a disposizione uno strumento dove le fronde che potevano fargli ombra venissero tagliate e nessuna di nuova ne spuntasse. Senza una correzione “aristocratica” la democrazia diventa un puro confronto tra tribuni. Dove si perde la volontà di fornire al popolo il miglior governo possibile, affidandosi alle competenze dei migliori, gli aristoi, cioè di coloro che hanno la passione del bene comune, si perde anche il desiderio di questo di essere governato da «chi è migliore di me» per una identificazione tra governante e governato.

Non molto diversi sono gli esiti dell’effettiva messa in pratica dell’«uno vale uno» pentastellato. Gli eventi dell’ultimo mese (dalle questioni legate alla giunta Raggi a Roma, alla proposta di una giuria popolare per le bufale, fino al grottesco mancato passaggio al gruppo dell’Alde nel Parlamento europeo) ne confermano la natura di movimento umorale di massa. La fragilità del processo decisionale non si può più attribuire all’inesperienza di una forza politica nuova, ma appare deliberata scelta di discrezionalità nell’applicazione dei propri codici, dei regolamenti, dell’organizzazione interna che le permette di mantenere la propria natura anfibia: parlamentare, plebiscitaria, leaderistico-carismatica e dinastica.

Tuttavia i lamenti sull’attuale situazione lasciano il tempo che trovano. La qualità di una classe dirigente non si improvvisa, né si improvvisa una visione e il coraggio di perseguire il bene comune. I timori sono però leciti. Una società che divorzia da questa visione e perde questo coraggio ha più probabilità di essere fragile e ingiusta.

 

Marco Labbate

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