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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 428

Il 13 marzo del 2015, a pochi mesi dalla deludente conclusione della prima sezione del Sinodo speciale sulla famiglia, dopo avere ben ponderato il pericolo che, facendo leva sulla presunta irreformabilità della dottrina, l'opposizione di un significativo gruppo di cardinali e vescovi conservatori potesse impedire alla sua linea riformatrice di superare il placet finale dei due terzi dei Sinodali, Jorge Bergoglio ha annunciato la prossima apertura di un Anno santo della Misericordia. Ha deciso cioè di sparigliare le carte e di buttare sul tavolo la briscola dell'autonomia decisionale del Papa, la carta che permette a chi la usa di costringere tutti a ripartire dalla sua prossima mossa. Ancora una volta una mossa spiazzante, perché inattesa e soprattutto in conclamata contraddizione con ogni precedente dichiarazione sulla necessità di riequilibrare il rapporto tra collegialità e primato pontificio, di ridimensionare la centralità dottrinale e decisionale di Roma e di restituire all'annuncio evangelico del perdono e della salvezza la sua originaria connotazione di dono gratuito, connesso alla pratica della giustizia e della misericordia. Tutti sappiamo, infatti, che il primo Giubileo cristiano fu proclamato, con atto autocratico, da Bonifacio VIII, nemico dei movimenti francescani più fedeli alla “Regola” del Santo, per riaffermare la centralità religiosa e politica del papa e di Roma e accrescere la sua potenza finanziaria. E in molti abbiamo temuto che la scelta di tale strumento per valorizzare misericordia e perdono, ricerca della giustizia e della pace, potesse trasformarsi in una trappola per la riforma di Francesco e per il suo rinnovato impegno ecumenico. Così non è stato. Non solo perché papa Bergoglio ha continuato nel suo impegno a ventilare la paglia per ripulire il grano, ma anche perché, con precise scelte operative, ha dimostrato che il Giubileo celebrativo del cinquantenario del Concilio poteva e doveva essere “conciliarmente” qualificato e trasformato in modo tale da rovesciarne completamente la funzione pastorale. E oggi dobbiamo riconoscere che l'abituale tendenza a valutare ogni azione dei papi alla luce di quanto hanno storicamente fatto i loro predecessori, risulta inadeguata per interpretare le parole e i gesti dell'attuale vescovo di Roma. Va stretta a lui e fa da paraocchi a noi. L'inizio del Giubileo della misericordia, assai più coi gesti messi in atto dal papa che col suo ben articolato decreto di indizione, ha reso chiaro che questa volta sarebbe stato davvero difficile, anche se non impossibile, mescolare il pentimento dell'uomo e il perdono di Dio con la vendita, più o meno camuffata, delle indulgenze, con atti di culto e offerte alla chiesa. Questo perché l'accesso al perdono divino, che col suo annuncio evangelico la chiesa metteva a disposizione degli uomini, non era legato a costosi pellegrinaggi alle basiliche romane e a reiterate orazioni rituali, ma veniva strettamente connesso alla pratica del perdono tra uomini, sulla base dell'ingiunzione profetica: “Giustizia voglio e misericordia, non altari e sacrifici”. Ingiunzione, che ripresa dai Sinottici, è riaggiornata, in modo originalissimo, a beneficio di tutte le creature, cielo, terra e mare compresi, nella Laudato sì. Se poi aggiungiamo che la prima Porta Santa, il Papa è andato ad aprirla, in primis, nella cattedrale di Bangui nel Centrafrica, proclamata «capitale spirituale della preghiera per la misericordia»; che ha invitato i vescovi di tutto le diocesi del mondo a aprire Porte Sante, con le stesse prerogative di quelle romane, là dove ritenessero opportuno per il bene dei fedeli di quelle terre; che lui stesso ha aperto nella sua diocesi “porte del perdono” in edifici santi, non per altro che per il loro essere luoghi di umana pietà e soccorso agli ultimi, comprendiamo come questo Giubileo, ben più che un classico Santo Giubileo e un Giubileo santamente laico, come laico è il Dio che si è rivelato in Gesù Cristo. E ci rendiamo pure conto che il Papa, proprio come i vescovi, Pietro e gli apostoli tutti, è, per Jorge-Francesco, ben più un altro Giovanni battezzatore, testimone della cristicità di Gesù, che un alter Christus. Per questo, facciamo nostra la conclusione di Tonio Dell'Olio su questo tema (su «Rocca» del 1/1/2016): «Il Giubileo diffuso, aperto profeticamente da Papa Francesco, contiene l'invito, rivolto a tutti i credenti, a varcare le porte della chiesa non solo per entravi ma anche per uscirne». Ed è questa in fondo la vera sfida che Francesco il Santo e Francesco il Papa lanciano ai cristiani del loro tempo e forse non solo ai cristiani. Proclamando, infatti, che la porta della comunità dei discepoli di Gesù è sempre aperta, proclamano anche, in risposta a chi spranga le case, alza muri di cinta, presidia in armi le frontiere, decapita gli oppositori e rompe ogni relazione coi nemici, che la gelosia del proprio e la paura dell'altro figliano odio e guerra, mentre l'accoglienza e la condivisione preparano la pace.

 

 427

Nel mondo girano troppe armi. Non stiamo parlando di qualche cassa di fucili con relative munizioni, ma di navi container che trasportano interi sistemi d’arma in grado di rifornire veri e propri eserciti. I fornitori non sono solo le grandi potenze, ma anche quelle medie e locali. Il loro obiettivo è geopolitico, aiutare i paesi amici, rifornire i gruppi ribelli che si oppongono agli stati nemici per destabilizzarli, seguendo la collaudata politica che afferma che i nemici dei nostri nemici possono essere nostri amici. Intendiamoci, questa è una politica che si è sempre praticata fin dalle epoche antiche, basti pensare all’unità d’Italia, favorita da Francia ed Inghilterra in funzione anti austriaca. Oggi però in un mondo globale interconnesso, caotico, con comunicazioni così complicate, questa strategia mostra tutta la sua pericolosità. Non si può più sapere con certezza alla fine da chi e contro chi queste armi saranno impugnate. Inoltre le guerre non sono più combattute tra eserciti contrapposti con regolare dichiarazione, dove il più forte alla fine vince: quella in cui ci siamo infilati dall’11 settembre è una guerra asimmetrica senza fronti, senza retrovie e zone franche, combattuta nelle città, nei centri vitali, nelle zone di rifornimento delle materie prime, nelle informazioni. Occorre che le classi dirigenti delle grandi potenze prendano atto di questa mutata realtà ed agiscano di conseguenza. Deposte le diffidenze e i giochi sporchi che oggi si possono trasformare in un boomerang, devono sedersi intorno ad un tavolo, dichiarando chiaramente quali sono i loro interessi vitali a cui non possono rinunciare, per pervenire infine ad un accordo globale che possa ridurre al minimo il profluvio di armi in circolazione. Anche le potenze locali recalcitranti dovranno essere forzate ad aderire a questo accordo. La loro competizione dovrà essere trasferita ad altri campi meno pericolosi. Questo prima che la situazione diventi irrecuperabile. Particolare attenzione dovrà essere dedicata al mondo islamico, ricco di risorse ma mal distribuite, con una popolazione giovane in rapida crescita spesso senza sbocchi, governata da una classe dirigente per la maggior parte incapace e corrotta tenuta al potere per interessi esterni. E l’avvio a soluzione della tragedia palestinese è a questo proposito cruciale. La spinta del popolo, che è quello che subisce maggiormente i colpi di questa guerra asimmetrica, è fondamentale per decidere quale direzione prenderanno gli avvenimenti. È necessaria però una migliore informazione e partecipazione e una classe dirigente più seria e preparata. Anche qui però bisogna fare in fretta perché se la situazione peggiorerà e gli attentati diventeranno sempre più devastanti, larghe parti di società si radicalizzerà in senso sempre più aggressivo e xenofobo portando infine ad uno scontro di civiltà catastrofico, che è proprio l’obiettivo che si prefiggono i jihadisti. Sugli attentati di Parigi. Tra l’immensa tristezza generata da tanta violenza brutale, insensata e inutile, si accende una piccola fiammella di conforto: l’amore mostrato da tanti europei, soprattutto giovani, per la capitale francese ferita dal terrorismo. È anche attraverso queste dure prove collettive che si forma nel tempo una coscienza comune, l’unica che può dare sostanza e forza ad un cammino d’unione. Mentre ci sembra sbagliata la prima reazione di Holland, il Presidente francese, troppo emotiva ed inutilmente aggressiva, che dimostra debolezza e sbandamento invece di forza e determinazione come vorrebbe. È il tipo di reazione che si augurano gli organizzatori degli attentati. E non è una scusante la vicinanza delle elezioni in Francia, periodo scelto forse non a caso, così come quello delle bombe a Madrid che portò alla sconfitta di Aznar. Per certi versi Hollande ci ha ricordato Bush dopo le torri gemelle con la reazione scomposta e i tanti errori commessi. Abbiamo bisogno di classi dirigenti all’altezza delle sfide che ci attendono.

 426

La sera del 24 ottobre, papa Francesco, a coronamento del documento conclusivo dei lavori del Sinodo sulla famiglia, che molti considerano il classico topolino partorito dalla montagna, ha ribadito con particolare chiarezza il taglio che intende dare alla sua azione di rinnovamento della Chiesa. Questi in particolare i passi che ci orientano nella comprensione e nella valutazione di quanto egli si e ci propone: «Il Vangelo rimane per la Chiesa la fonte viva di eterna novità, contro chi vuole ‘indottrinarlo’ in pietre morte da scagliare contro gli altri ... La Chiesa vuole difendere e diffondere la libertà dei figli di Dio, per trasmettere la Novità cristiana, qualche volta coperta dalla ruggine di un linguaggio arcaico o semplicemente non comprensibile … I veri difensori della dottrina non sono quelli che difendono la lettera ma lo spirito; quelli che non pongono al primo posto le idee ma l’uomo, non le formule ma la gratuità dell’amore di Dio e del suo perdono».

Possiamo dunque ben ritenere che ognuno dei problemi affrontati e lasciati aperti dal  Sinodo (una rappresentanza ben ristretta delle molteplicità di esperienze e di voci che fanno dell'ecclesia una cattolicità) dovranno essere affrontati a partire dalla ferma presa di coscienza che il vangelo è assai più che dottrina e legge, è un flusso incontenibile nella legge e nella dottrina e che la misericordia evangelica esonda dai contenitori storicamente determinati della dottrina, anche dogmatizzata, e della legge, anche la migliore.

Francesco ha ripreso in mano e in mani ci ha rimesso il vangelo, meglio dei papi e degli episcopati successivi al Concilio. Ha soffiato sulla polvere che lo ingrigiva, e sulla cenere che copriva le braci. Non si tratta per noi di difendere il papa dall'attacco di "cattolici" oltranzisti nel marmorizzare una tradizione, la propria. Ogni papa può essere − o anche deve − essere criticato. La questione non è questo papa e il suo stile. La questione è tra vangelo e dottrina.

 Ogni dottrina, dai primi concili, ai dogmi, ai più recenti catechismi, non è altro che tentativi, anche sinceri ma sempre inadeguati, di esprimere in teorie e in regole pratiche lo spirito del vangelo, incontenibile in teorie e regole. Ma Gesù non ha fondato chiese, non ha dettato dottrine, ha fatto ben di più: ha annunciato e inviato discepoli ad annunciare che l'amore di Dio è con noi, che possiamo vivere in questo amore, e che ciò adempie tutta la legge e le profezie.

Se ci aiutiamo in questo, formiamo una fraternità in cammino, dove gli ultimi sono i primi. Questo anche perché Gesù ha rivelato che il regno di Dio - cioè vivere gli uni per gli altri, amare tutti come Dio ama tutti - viene ed è qui, se lo accogliamo nel nostro modo di vivere, come ha vissuto Gesù. E ha annunciato che Dio è padre, madre, amico, spirito di vita, che vede in noi più il bene (anche piccolo) che il male (anche grande), perciò perdona, accoglie, vivifica.

La misericordia vale più dell'autoconferma del sistema religioso, perché il vangelo è misericordia: «Misericordia voglio, non sacrificio». Le dottrine non sono intoccabili davanti al desiderio di bene, anche di chi ha sbagliato qualcosa, anche di chi ha fatto male. Davanti alla sofferenza delle persone, anche dei peccatori, che cercano ancora un bene, la dottrina deve adattarsi. Amare è più della fede, perché la fede non è altro che credere all'amore di Dio che guarisce e vivifica, e voler amare come lui.

Le istituzioni sono per le persone, il sabato è per l'uomo e la donna, non viceversa. Teorie e regole vanno adattate nel tempo, che sempre cambia, al tentativo di essere buoni e giusti, anche dopo ogni errore o debolezza. Gesù non ha condannato se non chi si riteneva perfetto e chi soffocava lo spirito nella legge. Nelle vicende cattoliche di oggi è in gioco non l'ortodossia ma il vangelo. Papa Francesco è profeta del vangelo, non difensore di un sistema religioso e qualunque cosa succeda il vangelo non si perde, anche se si può forse perdere la dottrina (utile come strumento in evoluzione, non come idolo fisso e assoluto).

Ecco perché riteniamo che tutti coloro che hanno a cuore il destino della fede evangelica si debbano sentire impegnati a sostenere papa Francesco, a pregare e parlare di lui, a collaborare al suo progetto riformatore con lo studio, con la ricerca, con l'impegno sociale e civile, con l'accoglienza e l'attenzione agli ultimi. Diciamogli che la chiesa dei poveri è con lui e che è ben cosciente di esistere solo per portare il vangelo della misericordia, non per dar modo alle superbe porpore dei diversi Sinedri di condannare al silenzio, nei poveri, Gesù.

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