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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 425 - La lunga strada verso la democrazia

 

L’Ungheria e i profughi

 

Può suonare paradossale, ma, in queste settimane, nemici dell'accoglienza sembrano proprio i popoli e i governi di quei paesi in cui nelle scuole, nelle università, attraverso i media, si è cercato per decenni di inculcare gli ideali di uguaglianza, di internazionalismo, ecc. Visti i risultati, abbiamo l’ennesima conferma: era ideologia. Il comunismo ha fallito ben prima, forse già quando Marx ha pensato di avere una soluzione che potesse precedere e prescindere dalla partecipazione consapevole della gente. I compagni di strada più sensibili alla libertà come Bakunin avevano avvertito per tempo il pericolo dell’autoritarismo e le loro strade si sono ben presto separate. Il socialismo reale, anche considerato nei suoi aspetti positivi, ha trasformato le strutture sociali senza coltivare un’analoga trasformazione delle coscienze. I frutti migliori e più duraturi, forse, il comunismo li ha dati dove non è stato al potere, in occidente, ed è riuscito a svolgere una funzione di contenimento degli appetiti del capitalismo.

In Europa orientale, inoltre, i popoli sono passati direttamente dal dominio degli imperi autoritari a quello dei regimi socialisti. Forse aveva ragione Churchill, quando sosteneva che la democrazia è la peggior forma di governo, fatta eccezione per tutte le altre sperimentate sino ad ora. Con tutto il male che possiamo dire dei nostri sistemi parzialmente democratici, ora si possono misurare le differenze tra le due sponde dell’Europa. Ci vuole tempo per imparare a essere democratici: occorrono istituzioni democratiche per sviluppare lo spirito democratico nei popoli, ma ci vogliono popoli democratici perché le istituzioni democratiche possano funzionare.

La fase più critica probabilmente si situa all’inizio, quando un popolo non abituato all’autogoverno deve cominciare a farsi carico della responsabilità di decidere della propria sorte. La tentazione delle semplificazioni e della sostituzione di un potere forte con un altro è grande. Arduo è assumere i rischi della libertà e imparare uno sguardo politico autonomo e lungimirante. Anche noi italiani, appena allargato il suffragio, abbiamo finito per dare vita al regime fascista. Certo, quella svolta ha la sua radice profonda nella partecipazione alla prima guerra mondiale e nella temperie di quel dopoguerra; tuttavia, se avessimo avuto un popolo e delle istituzioni democratiche già mature, forse ciò non sarebbe potuto accadere. Per esempio, Francia e Gran Bretagna hanno saputo resistere ai loro fascismi interni. Occorre però anche dire che queste potenze, in quegli anni, godevano di una maggiore ricchezza diffusa, di risorse naturali e di mercati che hanno loro consentito di affrontare meno drammaticamente le crisi del primo dopoguerra e del Ventinove, fatali per noi e per la Germania. Francia e Gran Bretagna, insomma, hanno avuto buon gioco nello scaricare i loro problemi interni e il malcontento sociale sugli imperi coloniali. Quelle potenze, analogamente alla troppo spesso idealizzata Atene del V secolo, si comportavano in modo democratico al loro interno e in modo autoritario oltremare. Germania e Italia non erano in condizioni di farlo; non a caso la prima, appena unificata a fine Ottocento, ha subito cercato di costituire il proprio impero, ma era ormai troppo tardi, perché, dopo secoli di colonialismo, non restava quasi più nulla da occupare. Nel Novecento si trattava di rinunciare all’impero o di rimettere in discussione gli equilibri delle potenze. Da qui le guerre scatenate e perse dalla Germania (e noi a cercare, di volta in volta e furbescamente, le alleanze migliori nelle varie fasi della nostra guerra dei trent’anni: 1915-1945).

È il problema di chi arriva tardi e cerca di fare ciò che gli altri hanno fatto prima. Forse il cerchio si chiude: i paesi dell'est europeo ora cercano di recuperare il tempo perduto, ma hanno in mente il tipo di sviluppo dell'occidente, che però è partito quando non esisteva un sistema mondiale consolidato, e Francia, Gran Bretagna e USA potevano agire a loro piacimento pressoché indisturbate. Adesso la coperta è più corta: meno risorse, meno spazi, più soggetti e più grandi, qualche regola in più. L'egoismo e le aspirazioni alla ricchezza però rimangono le stesse di sempre.

Le democrazie occidentali, peraltro, hanno dimostrato che qualcosa di buono sono state in grado di fare, e lo hanno mostrato proprio ai popoli dell'Europa orientale, che 25 anni fa bussavano alle porte della UE dopo il disfacimento del sistema sovietico. Ora sembra che questi popoli si siano dimenticati di essere stati accolti e aiutati (come peraltro noi italiani sembriamo dimenticare di essere stati a lungo emigranti – e, visti i dati recenti, stiamo tornando a esserlo). La cosa è ancora più stupefacente, perché il trattamento riservato ai profughi non si giustifica in nessun modo, visto che gli immigrati, in genere, non hanno nessuna intenzione di fermarsi in paesi come Ungheria o Macedonia. Il razzismo da quelle parti è ancora fortissimo, ma forse si può capire: sono società chiuse da sempre e, probabilmente, in Ungheria stanno vedendo i primi "neri" della loro vita.

Nonostante la globalizzazione stia unificando il mondo, il processo, nel bene e nel male, non è ugualmente sviluppato nelle diverse regioni del pianeta. Già Marx pensava che il futuro fosse in Inghilterra e USA, e infatti studiava (e criticava) quei paesi. Quando gli si fece notare che i russi erano già/ancora in parte comunisti per i loro residui comunitaristi medievali era molto perplesso sulla possibilità che ne venisse qualcosa di buono. Ancora oggi i popoli dell’Europa orientale sono affascinati dal modello degli USA per le cose che non hanno mai avuto nel loro. Ma quando è caduto il comunismo volevano la libertà, come dicevano, o la ricchezza dell'occidente? Sicuramente – anche per paura di ricadere nell’orbita russa – sono diventati i principali sostenitori del modello americano, anche nei momenti del peggiore interventismo bellico di Bush.

Per concludere, c'è chi non è mai stato favorevole all'allargamento dell'Unione ai paesi dell'Europa orientale, e ora ovviamente sostiene che queste differenze culturali e sociali stanno emergendo in modo drammatico. Noi abbiamo sempre creduto il contrario invece; ovviamente ci allarma quello che sta accadendo in Ungheria e, in modo più attenuato, in altri paesi lì accanto. Ma proprio per questo crediamo sia importantissimo che si trovino dentro l'Europa e non fuori, perché in questo modo si può provare a condizionarli maggiormente e a “stimolarli” affinché si inneschino, gradualmente, quei processi di maturazione democratica che richiedono un tempo di incubazione che quelle terre al momento non hanno ancora avuto, mentre quelle più a occidente sì.

A questo proposito, un segnale di speranza viene dalle manifestazioni che in questi giorni si stanno tenendo a Budapest: un sintomo prezioso e benaugurante a sostegno degli immigrati e contro le politiche del governo.

 

Claudio Belloni e Massimiliano Fortuna

 

 425 - UN CONTRIBUTO PER L'IMMINENTE SINODO DEI VESCOVI

 

L'amore può finire (ma il sacramento no)

 

Dal 4 al 25 ottobre 2015 si terrà il Sinodo conclusivo sulla famiglia: il tutto ha avuto un iter in più tappe, partendo dal questionario con circa una cinquantina di domande inviato a tutte le conferenze episcopali, affinché il popolo di Dio fosse coinvolto nel processo di riflessione e approfondimento. Ne è seguito l’anno corso un primo sinodo dei vescovi, da cui è stato tratto l’Instrumentum Laboris  [147 brevi punti, o articoli, per un totale di 40 pagine] reso pubblico nel giugno 2015 quale documento di lavoro per l’imminente sinodo di ottobre: è frutto del cammino intersinodale scaturito dalla creatività pastorale di Papa Francesco, che ha convocato a distanza di un anno due diverse Assemblee sinodali sul medesimo tema. È quindi quanto mai opportuno un nostro intervento prima di tale sinodo finale, senza escludere un commento anche post: questo numero presumibilmente arriverà a metà ottobre, quindi in extremis per essere forse letto da qualche padre sinodale.

Prima di questa ventata di freschezza e democrazia collegiale volta ad ascoltare il sensus fidelium, permaneva un ferreo giuridicismo: ad es. la mancanza di fede di per sé non era causa di nullità del matrimonio sacramentale, perché bastava avere l'intenzione di fare ciò che fa la Chiesa: in primis quindi contrarre un matrimonio indissolubile. Infatti senza questa credenza il matrimonio può essere anche attualmente invalidato «in radice», cioè annullato. Si continuava a lavorare nell'ipotesi che un matrimonio falliva perché non era mai esistito. E si accetta tuttora la fine di un matrimonio a patto che non ci sia mai stato!! La chiesa ha sempre detto: «non ci è consentito interrompere questo sacramento indissolubile, a meno che non sia mai avvenuto. Forse ci dispiace anche, ma non ci è concesso cambiare le istituzioni del nostro divin fondatore, ne tradire le sue [presunte] inequivocabili parole al riguardo. Purtroppo non ci possiamo fare nulla!». Questa è ancora l'idea dei padri sinodali tradizionalisti: ci sono cose immodificabili perché di diritto divino.

 

Dalla nullità allo scioglimento

Ma già Papa Francesco ha cominciato a dare «spallate e spintoni» per smuovere dallo stallo, quasi «ordinando» la gratuità dei processi; in pratica sta decretando a lungo andare la dissoluzione dei tribunali ecclesiastici: chi pagherà gli avvocati rotali e le costose perizie psichiche e quelle «sgradevoli» volte a stabilire o meno l'impotenza? Il Vaticano, lo Ior? Di fatto ha avviato secondo noi il sacrosanto futuro smantellamento della sacra Rota (in maniera non diretta, ossia in modo «furbetto» come sa fare lui in senso buono): Francesco è semplice, ma tutt'altro che ingenuo: non bisogna confondere le due cose.

Poi il questionario e l'instrumentum laboris hanno cominciato a smuovere ancor di più le acque. Certo nel merito permangono alcuni aspetti critici: ricompare purtroppo quel richiamo a vivere come fratello e sorella tra divorziati-risposati (la solita proposta indecente); come anche quell'accenno della partecipazione all'eucarestia in forma «spirituale» (altra proposta odiosa), definendo famiglie «ferite» quelle dei divorziati. Ma i divorziati-risposati non sono dei «poveretti infettati» da un peccato-colpa indelebile; così come gli omosessuali non sono dei «poverini che soffrono tanto!».

Ci sembra tuttavia che in questo documento traspaia anche un qualche passo in avanti: si sta cioè facendo in sordina il passaggio dalla nullità (il matrimonio non c'è mai stato) all'annullamento-scioglimento (d'ora in poi il matrimonio non c'è più). Il che costituirebbe uno slittamento enorme, in cui si arriva a ventilare di striscio il fatto che il matrimonio possa essere solubile, e non più indissolubile. A nostro parere è l'avviato giusto smantellamento di un apparato arcaico: non è compito della chiesa interessarsi giuridicamente (il punto di vista esistenziale-pastorale di aiutare le coppie in difficoltà è un'altra cosa) delle separazioni, dei divorzi e degli annullamenti. È compito dello Stato e della giurisdizione civile fare questo, come è avvenuto per i primi sette-otto secoli del cristianesimo in cui non esisteva ancora il sacramento del matrimonio [così pure non esisteva ancora la confessione privata come la intendiamo noi], e la chiesa accettava il dettato civile. Di conseguenza sostenere che Gesù a Cana abbia istituito il sacramento del matrimonio [e altrove pure quello della penitenza] è un anacronismo ingenuo. La storia è fatta di uomini in continuo sviluppo; e ancor prima, come in una lunga evoluzione biologica è emersa l'umanità, così nella storia della chiesa lentamente è emersa la sacramentalità più in generale, e poi la prassi specifica dei  sette sacramenti: perciò non possiamo rimaner ancorati all'idea che li abbiamo ricevuti direttamente da Gesù e quindi non ci è consentito cambiarli.

 

La dottrina si cambierà dopo

Ci auguriamo vivamente che l'imminente sinodo non prenda la piega del tipo seguente: siamo bloccati dal dogma dell'indissolubilità e dalle severe parole di Nostro Signore, per cui possiamo solo inventarci una ri-formulazione dottrinale (quasi un escamotage da azzecca-garbugli) per consentire finalmente a quei «poveretti» di fare la comunione. Invece la riammissione dei divorziati-risposati all'Eucarestia non è per nulla un problema: tutti i credenti hanno libero accesso a Dio, in forza del loro sacerdozio universale, e quindi devono essere ammessi all'eucarestia; le modalità di partecipazione o meno sono affidate alla responsabilità della coscienza personale, non a divieti esterni. E questo direttamente, senza penitenze: consideriamo infatti «odiosa» l'idea (sottolineata nell’instrumentum) di un necessario cammino penitenziale affidato al vescovo diocesano, proprio perché non sempre la coppia si sente in condizione di peccato-colpa.

Francesco sta spingendo per la riammissione, poiché per lui la realtà conta più delle idee; i matrimoni sono solubili perché questo ci dice la realtà. Inoltre prima si cambia la prassi, e poi eventualmente si modifica la teoria dottrinale (non viceversa, come invece penseranno sicuramente la maggioranza dei padri sinodali, secondo i quali prima di muoversi a livello pastorale-pratico occorrerà rivedere la dottrina). Per Francesco prima viene la orto-prassi e poi la orto-dossia: prima la retta prassi, poi la retta credenza, non solo in senso cronologico bensì essenziale (ontologico). Che la realtà effettiva sia più importante della teoria va benissimo per la prassi matrimoniale (mentre può essere rischiosa in altri campi ed ambiti). Bisogna entrare nell'ottica che un matrimonio vero (non nullo, invalido o immaturo) possa finire, e non necessariamente in tragedia. E pure l'inverso: quante volte incontriamo matrimoni nati nell'immaturità che quindi sarebbero nulli, ma che diventano nel corso della vita matrimoniale sempre più maturi e fecondi. Per quanto detto fino ad ora non c' è poi molto da approfondire ulteriormente: ci vuole solo il coraggio di agire. C'è invece una cosa su cui veramente occorre riflettere per poi decidere: come fanno ad es. la chiesa ortodossa e quella valdese, potremo in futuro benedire le seconde nozze? 

 

Ha avuto ed ha tuttora senso

Per vederci più chiaro è opportuno riprendere il legame fra matrimonio e sacramento, prendendo spunti dall'ultima redazione della rivista «Matrimonio». Pensiamo che a nessun vedovo risposato verrebbe mai in mente di rinnegare il primo matrimonio, ma ne conserva la memoria, il senso, e la fecondità di quanto è stato costruito insieme, in particolare l'essere cresciuto nella propria umanità accanto al coniuge e attraverso di lui; così pure può essere per un divorziato risposato. Cominciamo a lavorare nell'ipotesi che può finire l'amore tra i due ma il sacramento resta. Non crediamo che cessi di essere sacramento quell'amore che è finito; si scioglie quindi un matrimonio non un sacramento (questo potrà forse non dispiacere ai tradizionalisti, convincendoli della nuova prassi). Il sacramento rimane, anche perché è rimasta la fede dei divorziati-risposati, che proprio per questo desiderano la partecipazione piena all'eucarestia. Si continua a simboleggiare, «incamerare» e testimoniare l'amore salvifico di Dio; la realtà di Dio è nell'esistente, nel cuore degli uomini, in forma sacramentale nella coppia; Dio non è una realtà esterna che agisce ex opere operato piombando dall’alto come un oggetto che inizia ad esistere; che ti avvince con la sua grazia abituale (come un abito), che ti prende in maniera indelebile scodellandoti addosso un sacramento, imprigionandoti e schiacciandoti  come in una  specie di sequestro divino.

Di fronte al fermento dinamico di un amore la concezione sacramentale tridentina scricchiola e frana rovesciandosi completamente. Non c'è alcun bisogno di «interrompere» il sacramento dichiarandolo finito, o decaduto, o non più esistente: anche in un matrimonio che finisce, quell'amore, quando c'era, ha costruito parecchio nel loro vissuto, compresa la capacità di uscirne quando si sia rivelato impraticabile. Come continuiamo oggi a ricevere la luce di stelle già morte, così ci può illuminare ancora il riverbero del (primo) matrimonio. La fine di un matrimonio può essere la fine di una storia «positiva» che ha realizzato e dato molto, anche forse la possibilità di intraprendere una nuova storia sponsale: quindi ha avuto senso e non si sente la necessità di un cammino penitenziale per essa.

È il sacramento che semmai è «indissolubile», ma nel senso che si continua a simboleggiare e a testimoniare la grazia salvifica di Dio, anche con un altro coniuge. La sacramentalità si può estendere senza soluzione di continuità (il che è un sinonimo di «indissolubilità»). Indissolubilità è riconoscere il sacramento perdurante, anche se il matrimonio è finito (e questo a prescindere da eventuali seconde nozze o convivenze).

 

Mauro Pedrazzoli

 424

Dopo decenni in cui abbiamo trattato l'immigrazione clandestina come una questione di sicurezza, ora che ha preso la dimensioni di una valanga cominciamo a renderci conto che non si tratta di un evento marginale e passeggero, ma di una trasformazione degli equilibri economici e demografici di rilievo planetario. Ecco perché non solo singoli gruppi di cittadini, ma interi governi nazionali cominciano ad agitarsi e a prendere i provvedimenti più contraddittori, tra cui la costruzione di muri, che oggi sono inutilmente progettati per non  lasciare entrare gli stranieri e domani potrebbero servire ad  impedire l'espatrio agli stessi cittadini.

Il risultato è che gli stati europei dilapidano risorse finanziare ingenti per fermare ciò che non può essere fermato, costringono i migranti a consegnare alle mafie dei trasportatori quel poco che hanno con sé, a rischiare la vita, a presentarsi al paese che dovrà ospitarli come mendicanti bisognosi di tutto. La presenza degli immigrati tra noi dà così luogo a crescenti disagi e a spettacoli di degrado e sporcizia particolarmente vistosi. Costretti a bivaccare in ogni spazio libero e coperto gli “stranieri” risultano così ospiti particolarmente sgraditi per gli autoctoni. Eppure è evidente che a giungere da noi così ridotti li ha obbligati il nostro rifiuto ad accoglierli come normali migranti. Sono “clandestini” perché noi abbiamo reso reato il loro legittimo desiderio di emigrare. Mentre, se ogni stato spendesse, per organizzarne e regolarne il flusso, quanto ha speso per impedire che possano giungere alla loro meta, il nostro impatto con la loro situazione di bisogno sarebbe meno traumatico e la loro integrazione più facile.

D'altra parte è ormai chiaro che neanche un cambiamento nell'indirizzo della politica migratoria dei singoli stati sarebbe sufficiente per affrontare fattivamente un fenomeno che sta assumendo le proporzioni di un evento storico epocale. Le vere cause, per cui questo esodo finirà col comportare un travaso massiccio della popolazione dal terzo al primo mondo, pongono problemi che possono trovare soluzione solo a livelli continentali. L'Unione europea stessa sarà insufficiente, se non trova forme di confronto coi paesi di provenienza dei maggiori gruppi di migranti, grazie anche alla mediazione dell'Onu.

La crescente e sempre meno controllata e controllabile globalizzazione dei commerci e delle operazioni finanziare sposta sempre maggiori risorse minerarie e agricole dall'Africa e dall'Asia sud orientale verso le potenze industriali e bancarie dell'Occidente e dell'Asia settentrionale. Il riesplodere dei conflitti regionali tra integralismi religiosi e conflitti etnici secolari, che coinvolgono ormai decine di nazioni mediorientali, nord-africane e della penisola indocinese, creano situazioni di insicurezza per milioni di civili. I cambiamenti climatici, che rendono aride vaste zone dell'Africa sub-sahariana, mettono alla fame intere nazioni. La vertiginosa crescita della popolazione mondiale ha fatto sì che negli ultimi quindici anni la popolazione mondiale sia passata da 6 a 7,3 miliardi di bocche da sfamare. Dove mai i milioni di uomini e di donne, cacciati dalle guerre e dalla miseria assoluta potranno cercare un futuro se non là dove l'accumulo di ricchezza sembra consentire una maggiore possibilità di vita e di perequazione sociale?

Finalmente sembra che, dopo aver conosciuto più da vicino la drammatica condizione in cui questo esodo si svolge, abbiano deciso di accettare una qualche condivisione degli oneri già scaricati sulle spalle degli stati mediterranei della UE. Gli stessi politici che fino a ieri consideravano vuote lamentele quelle della Grecia e dell'Italia, dopo le vicende legate al muro ungherese, hanno , almeno negli annunci ufficiali, sposato la causa dell'accoglienza, affermando, come cosa ovvia, quello che fino a ieri avevano considerato inaccettabile. Ha cominciato la Germania, che per bocca della Merkel, unico statista tra i tanti mestieranti della politica europea, ha capito che non si poteva lasciare su questo tema, cavallo di battaglia delle destre populiste e demagogiche, campo libero al prender piede di un serpeggiante e sempre più aggressivo fascismo, e ha detto chiaramente che l'Europa o sviluppa una democrazia socialmente aperta alla multiculturalità e alla collaborazione tra i popoli, o cessa di esistere. Le hanno subito fatto da contraltare i conservatori britannici, con la loro ipotesi di difendere l'identità anglosassone dell'Inghilterra, chiudendo ermeticamente le frontiere agli ex-sudditi delle colonie e contingentando l'afflusso dei cittadini europei d'oltre Manica. Per non parlare dell'Ungheria e dei confinanti ex-satelliti dell'Urss, tutti memori dell'invasione comunista e ormai dimentichi di quella nazista.

Certo la Merkel proponendo per prima la riapertura della discussione sui nuovi accordi europei che dovrebbero meglio rispondere alle esigenze dei richiedenti asilo, si è anche garantita la prelazione sui siriani, la parte più facilmente integrabile dei richiedenti asilo, ma ha anche acquisito un prestigio e un'autorità che nessun democratico europeo potrà più negarle: quello di essersi dimostrato il capo di governo più pronto e deciso nel contrastare la potenziale rinascita fascista, sotto la maschera del nazionalismo lepenniano e del regionalismo leghista. Non per nulla tutte le destre europee di stampo nazional-fascista l'hanno subito individuata come colei che col suo improvvido slancio buonista sta provocando disordini in tutti i paesi dove si stanno riversando in massa i profughi.

Due auspici conclusivi. Innanzitutto che i democratici europei d'ogni nazione e corrente politica capiscano, come sembra aver capito la cancelliera tedesca, che sulla soluzione equilibrata dell'accoglienza dei richiedenti asilo dalla miseria assoluta, dalle guerre e dalle dittature si gioca non solo la partita della giustizia e dell'eticità della politica europea, ma anche la sua capacità di resistere al fascino perverso dell'etnocentrismo fascista.

In seconda istanza che, come lasciano presagire le esperienze di tanti nuclei parentali di migranti dall'Asia e dall'Africa, che negli anni si sono stabilizzati in diverse parti dell'Europa e periodicamente si ritrovano a casa dell'uno o dell'altro, oltre che nelle grandi occasioni (nascite, morti e matrimoni), siano proprio questi stranieri, distribuiti a caso tra Italia, Francia, Germania, Inghilterra, a insegnarci a vivere un'intensa e personale esperienza di unità europea.

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