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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 424

Dopo decenni in cui abbiamo trattato l'immigrazione clandestina come una questione di sicurezza, ora che ha preso la dimensioni di una valanga cominciamo a renderci conto che non si tratta di un evento marginale e passeggero, ma di una trasformazione degli equilibri economici e demografici di rilievo planetario. Ecco perché non solo singoli gruppi di cittadini, ma interi governi nazionali cominciano ad agitarsi e a prendere i provvedimenti più contraddittori, tra cui la costruzione di muri, che oggi sono inutilmente progettati per non  lasciare entrare gli stranieri e domani potrebbero servire ad  impedire l'espatrio agli stessi cittadini.

Il risultato è che gli stati europei dilapidano risorse finanziare ingenti per fermare ciò che non può essere fermato, costringono i migranti a consegnare alle mafie dei trasportatori quel poco che hanno con sé, a rischiare la vita, a presentarsi al paese che dovrà ospitarli come mendicanti bisognosi di tutto. La presenza degli immigrati tra noi dà così luogo a crescenti disagi e a spettacoli di degrado e sporcizia particolarmente vistosi. Costretti a bivaccare in ogni spazio libero e coperto gli “stranieri” risultano così ospiti particolarmente sgraditi per gli autoctoni. Eppure è evidente che a giungere da noi così ridotti li ha obbligati il nostro rifiuto ad accoglierli come normali migranti. Sono “clandestini” perché noi abbiamo reso reato il loro legittimo desiderio di emigrare. Mentre, se ogni stato spendesse, per organizzarne e regolarne il flusso, quanto ha speso per impedire che possano giungere alla loro meta, il nostro impatto con la loro situazione di bisogno sarebbe meno traumatico e la loro integrazione più facile.

D'altra parte è ormai chiaro che neanche un cambiamento nell'indirizzo della politica migratoria dei singoli stati sarebbe sufficiente per affrontare fattivamente un fenomeno che sta assumendo le proporzioni di un evento storico epocale. Le vere cause, per cui questo esodo finirà col comportare un travaso massiccio della popolazione dal terzo al primo mondo, pongono problemi che possono trovare soluzione solo a livelli continentali. L'Unione europea stessa sarà insufficiente, se non trova forme di confronto coi paesi di provenienza dei maggiori gruppi di migranti, grazie anche alla mediazione dell'Onu.

La crescente e sempre meno controllata e controllabile globalizzazione dei commerci e delle operazioni finanziare sposta sempre maggiori risorse minerarie e agricole dall'Africa e dall'Asia sud orientale verso le potenze industriali e bancarie dell'Occidente e dell'Asia settentrionale. Il riesplodere dei conflitti regionali tra integralismi religiosi e conflitti etnici secolari, che coinvolgono ormai decine di nazioni mediorientali, nord-africane e della penisola indocinese, creano situazioni di insicurezza per milioni di civili. I cambiamenti climatici, che rendono aride vaste zone dell'Africa sub-sahariana, mettono alla fame intere nazioni. La vertiginosa crescita della popolazione mondiale ha fatto sì che negli ultimi quindici anni la popolazione mondiale sia passata da 6 a 7,3 miliardi di bocche da sfamare. Dove mai i milioni di uomini e di donne, cacciati dalle guerre e dalla miseria assoluta potranno cercare un futuro se non là dove l'accumulo di ricchezza sembra consentire una maggiore possibilità di vita e di perequazione sociale?

Finalmente sembra che, dopo aver conosciuto più da vicino la drammatica condizione in cui questo esodo si svolge, abbiano deciso di accettare una qualche condivisione degli oneri già scaricati sulle spalle degli stati mediterranei della UE. Gli stessi politici che fino a ieri consideravano vuote lamentele quelle della Grecia e dell'Italia, dopo le vicende legate al muro ungherese, hanno , almeno negli annunci ufficiali, sposato la causa dell'accoglienza, affermando, come cosa ovvia, quello che fino a ieri avevano considerato inaccettabile. Ha cominciato la Germania, che per bocca della Merkel, unico statista tra i tanti mestieranti della politica europea, ha capito che non si poteva lasciare su questo tema, cavallo di battaglia delle destre populiste e demagogiche, campo libero al prender piede di un serpeggiante e sempre più aggressivo fascismo, e ha detto chiaramente che l'Europa o sviluppa una democrazia socialmente aperta alla multiculturalità e alla collaborazione tra i popoli, o cessa di esistere. Le hanno subito fatto da contraltare i conservatori britannici, con la loro ipotesi di difendere l'identità anglosassone dell'Inghilterra, chiudendo ermeticamente le frontiere agli ex-sudditi delle colonie e contingentando l'afflusso dei cittadini europei d'oltre Manica. Per non parlare dell'Ungheria e dei confinanti ex-satelliti dell'Urss, tutti memori dell'invasione comunista e ormai dimentichi di quella nazista.

Certo la Merkel proponendo per prima la riapertura della discussione sui nuovi accordi europei che dovrebbero meglio rispondere alle esigenze dei richiedenti asilo, si è anche garantita la prelazione sui siriani, la parte più facilmente integrabile dei richiedenti asilo, ma ha anche acquisito un prestigio e un'autorità che nessun democratico europeo potrà più negarle: quello di essersi dimostrato il capo di governo più pronto e deciso nel contrastare la potenziale rinascita fascista, sotto la maschera del nazionalismo lepenniano e del regionalismo leghista. Non per nulla tutte le destre europee di stampo nazional-fascista l'hanno subito individuata come colei che col suo improvvido slancio buonista sta provocando disordini in tutti i paesi dove si stanno riversando in massa i profughi.

Due auspici conclusivi. Innanzitutto che i democratici europei d'ogni nazione e corrente politica capiscano, come sembra aver capito la cancelliera tedesca, che sulla soluzione equilibrata dell'accoglienza dei richiedenti asilo dalla miseria assoluta, dalle guerre e dalle dittature si gioca non solo la partita della giustizia e dell'eticità della politica europea, ma anche la sua capacità di resistere al fascino perverso dell'etnocentrismo fascista.

In seconda istanza che, come lasciano presagire le esperienze di tanti nuclei parentali di migranti dall'Asia e dall'Africa, che negli anni si sono stabilizzati in diverse parti dell'Europa e periodicamente si ritrovano a casa dell'uno o dell'altro, oltre che nelle grandi occasioni (nascite, morti e matrimoni), siano proprio questi stranieri, distribuiti a caso tra Italia, Francia, Germania, Inghilterra, a insegnarci a vivere un'intensa e personale esperienza di unità europea.

 423

Dopo le recenti elezioni amministrative, vogliamo esplorare lo scenario politico. Cominciamo con la sinistra, intendendo quello che si muove alla sinistra del Pd, compresa la sua minoranza interna. In Liguria si è presentata con una lista propria ottenendo il risultato di far vincere la destra, dimostrarsi debole (i suoi voti sono stati la metà di quelli della Lega) e rendere palese da che parte vanno le masse e quale programma preferiscano. Diamo per scontate le gravi provocazioni della maggioranza Pd, ma il risultato è che Toti oggi dice chiaramente che le Liguria ha già troppi immigrati e non può accoglierne altri. Bel risultato per chi voleva spostare più a sinistra l’asse della regione. Ricorda la situazione del marito che si evira per far dispetto alla moglie. Sembra incredibile che persone e movimenti che hanno il culto della storia non riescano a leggerla. Tanto può il pregiudizio, il dogmatismo, o forse più banalmente l’interesse di gruppo. Ma la storia della sinistra è costellata da errori marchiani costati molto cari. Cominciando dalla sciagurata scissione del ’21, proprio mentre montava la canaglia fascista appoggiata da consistenti pezzi dello Stato, quando invece occorreva unità, anche col centro popolare, per tentare di arginarla, fino all’ossigeno restituito per molti anni ancora a Berlusconi facendo cadere il governo Prodi e rischiando la bancarotta dell’Italia e il capolavoro odierno della Liguria. Com’è possibile che menti politiche esperte non si accorgano che oggi nella concreta situazione dell’Italia, ma il discorso vale anche per gran parte dell’Europa, l’unica alternativa possibile è la destra? In un paese impoverito dalla globalizzazione e dalle miopi politiche comunitarie e che si sente invaso da torme di disperati provenienti dalle parti più povere e disgraziate del pianeta, sono proprio le masse popolari quelle più sbandate che temono di più di dover dividere quel poco che avevano recuperato con i nuovi venuti, e anche il ceto medio ora teme per la sua posizione sociale. La reazione naturale non è di solidarietà e accoglienza, ma di chiusura e ripulsa.

Passiamo alla Lega e a uno scenario poco probabile, ma pericoloso. Dopo gli scandali che l’avevano ridotta ai minimi termini, la Lega si ripresenta con volto cambiato e una nuova classe dirigente. Le parole d’ordine sono sempre le stesse, ma ora si propone non più come partito locale, ma con ambizioni nazionali. E il successo è stato travolgente: fa il pieno al Nord, prende molti voti al Centro e anche al Sud ottiene risultati non disprezzabili. Con il disfacimento di Forza Italia diventa il partito egemone del centro-destra. Queste però erano elezioni amministrative, per aspirare alla direzione del paese ha bisogno di un forte alleato. E ne potrebbe avere uno a disposizione: il M5S, uscito anch’esso bene dalle elezioni. Infatti i programmi dei due movimenti hanno alcuni punti in comune, come l’avversione all’Europa ed alla riforma delle pensioni e il reddito di cittadinanza. Sull’emigrazione c’è più distanza, ma non quanto appare, se è vero che il M5S è alleato in Europa con un partito razzista. Anche lo spirito aggressivo, populista e anti-sistema è simile. Una volta conquistato il potere dovranno realizzare il programma anti-immigrazione, che però è inarrestabile con metodi democratici, gli scenari che potrebbero presentarsi sono foschi. Sarebbe infatti una situazione ideale per scaricare tutte le tensioni sociali su capri espiatori, deboli e indifesi. Questa alleanza Lega – M5S potrebbe essere vincente, come del resto il più probabile ritorno all'accoppiata Lega – ex berlusconiani, già sperimentata in Liguria e nel secondo turno delle comunali, e sarebbe un disastro in tutti e due i casi.

 

a. p.

 422
 Riceviamo da un lettore un intervento che la redazione fa proprio come editoriale.

 

La tragedia dei cristiani e di tutte le minoranze religiose in Medio oriente è terribile, sia sotto l'aspetto umanitario, sia per l'effetto devastante che tale repressione produce sul ricchissimo patrimonio culturale e antropologico di quei territori impoverendo un'area geostorica di importanza vitale per l'intera storia dell'umanità.

Fermare questa catastrofe dovrebbe essere un impegno di tutti. i cristiani vengono identificati come il nemico storico da parte dei fondamentalisti in preda a un delirio di violenza prodotto da un complesso di inferiorità nei confronti dell'Occidente che, nonostante il suo inesorabile ridimensionamento globale, resta una potenza militare a dir poco invincibile così come un riferimento culturale estremamente vivo nella mente e nei sogni di milioni di uomini e donne di tutto il mondo. per gli integralisti riuscire a scalfire questo primato è oggettivamente impossibile e l’unica via che hanno è quella di demonizzarla e, per quanto è possibile, distruggerla. Non si tratta però solo di pronunciarsi in difesa di queste popolazioni, che devono essere tutelate insieme al loro retaggio culturale. Ma di riflettere che tutto ciò non è solo frutto di odio religioso. Non siamo cioè di fronte a una crociata all'inverso. Il vero dramma che stiamo vivendo è l'esito criminale del folle tentativo di contrapporre ai disastri, provocati da una globalizzazione dominata dagli interessi economici di una plutocrazia finanziaria sovranazionale, il ritorno a mitiche identità etniche, nazionali e religiose. Come spiegare altrimenti la persecuzione dei musulmani in Birmania da parte di componenti significative del mondo buddista con il sostegno dell'esercito? Come comprendere i massacri dalle dimensioni assolutamente superiori a quelle dei cristiani, da parte di gruppi sunniti verso gli sciiti e viceversa? Come spiegare la persecuzione delle minoranze non islamiche sempre nel Medio oriente? E ancora come leggere il tentativo di genocidio dei musulmani in Bosnia da parte dei "cristiani" serbi e croati?

La lista non si ferma qui. Potremmo continuare con la guerra senza pietà in Cecenia, sempre contro i musulmani, lo scontro tra induisti e islamici in India, che ha mietuto decine di migliaia di vittime, il genocidio dei sick in Ceylon, la tragedia palestinese frutto dell'intolleranza di buona parte del mondo israeliano. In questo quadro si potrebbero inserire anche gli scontri (interreligiosi?) tra ucraini e russi, ambedue popoli cristiani, ma animati da diversi disegni nazionalisti. Come si vede richiamare l'attenzione prevalentemente sulla «persecuzione dei cristiani nel mondo» è riduttivo e difficilmente regge a uno sguardo più ampio. Questo non perché anche i cristiani non siano vittime di atroci massacri, ma perché le loro uccisioni si collocano in un processo più ampio che le ingloba.

Insomma, oggi, a seguito dello stillicidio di morti cristiani per mano dei fanatici del Califfato, rischia di accendersi, di riflesso, un analogo atteggiamento di rifiuto, comprensibile ma non adeguato alla complessità della situazione. Il vero nemico è la pratica della costruzione del nemico, la chiusura in una falsa maschera identitaria a cui si aggiunge l'incapacità, anche dell'Occidente, di affrontare i grandi problemi che il mondo globale pone in Medio oriente e non lì soltanto. Si pensi al dramma palestinese, all'assenza di sostegno a paesi come la Tunisia, che ha dato vita a una costituzione laica, o infine all'appoggio che viene continuamente assicurato ai peggiori regimi politici della penisola Arabica. Si pensi allo sfruttamento economico a cui è sottoposta l'Africa, alla guerre inter-etniche fomentate dagli interessi multinazionali d'America, Russia, Europa e, ora, anche della Cina.

Capiremo allora che il vero problema di fondo è la povertà politica dell'attuale globalizzazione, che parla solo in termini finanziari e di scambi commerciali. Povertà che apre le porte a ogni forma di barbarie, in quanto non sa e non vuole mettere in campo iniziative adeguate per rispondere a esigenze che non siano quelle (spesso irrealizzabili) di crescita del Pil, della riduzione della spesa pubblica e sociale e della privatizzazione di ogni tipo di risorsa economicamente rilevante.

Per la difesa dei cristiani d'Oriente, così come delle altre minoranze (ahl-i haqq, baha'i, buddhisti, giainisti, induisti, mandei, aleviti, drusi, ismaeliti, zaydi, sarliya-kakaiya, shabak, sikh, testimoni di geova, yezidi, zoroastriani, ebrei...), che spesso non hanno sostenitori potenti che ne denuncino la tragedia, non abbiamo innanzitutto bisogno di interventi armati, eventuali e prudentemente limitati ad operazioni di polizia internazionale. Abbiamo bisogno di riprendere a pensare in termini di diversità, di uguaglianza, di dignità umana e sociale, rifiutando ogni forma di identitarismo e di contrapposizione sia aggressiva che vittimistica. Dobbiamo rifiutare ogni barriera, ogni muro che separi i popoli gli uni dagli altri, ogni arroccamento in frontiere armate per difendere il proprio benessere, ogni identità e ogni cultura che non sia costituita dal principio del dialogo, del confronto e dell'apertura interna quanto esterna. Bisogna lavorare per sostenere politiche di cooperazione interregionali, tra stati e nazioni, tra confessioni religiose e religioni diverse; sostenere i profughi, che oggi sono abbandonati a se stessi, destinati a cadere nelle mani di trafficanti di morte, in un territorio che va dal Pakistan fino alla Turchia e alla Libia; operare per la crescita culturale dei più poveri (non si investe più sull'istruzione, mentre si spendono migliaia di miliardi di dollari in armamenti), rilanciare i progetti di sostegno e di cooperazione internazionale (i tagli in questo settore sono impressionanti). Dobbiamo insomma riprendere il linguaggio alto della politica con i suoi valori di giustizia e uguaglianza e libertà, che stanno a monte di ogni tentativo di civiltà, a Nord e Sud, ad Oriente e ad Occidente. Ne saremo capaci?

 

William Bonapace

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