il foglio 
Mappa | 32 utenti on line


 Login
   
    
 Ricordati di me

  menu
 ::  editoriali
 ::  bibbia
 ::  chiesa
 ::  documenti
 ::  etica
 ::  filosofia
 ::  lettere
 ::  mondo
 ::  pace-nonviolenza
 ::  poesia
 ::  politica
 ::  recensioni
 ::  scienza
 ::  società
 ::  storia
 ::  teologia
 ::  zibaldone
 :: home
 :: indici analitici
 :: solo online

 Ricerca
  

 in libreria

Enrico Peyretti

Il diritto di non uccidere

IL MARGINE


Conversazioni di

Giuseppe Barbaglio e

Aldo Bodrato

QUALE STORIA A  PARTIRE DA GESU'?

ESODO Sevitium


Aldo Bodrato

L'avventura della Parola

Affatà Editrice


Enrico Peyretti

Dialoghi con Nortberto Bobbio 

Claudiana


Enrico Peyretti

Il bene della pace. La via della nonviolenza

Cittadella


Enrico Peyretti

Elogio della gratitudine

Cittadella


  editoriali

 

Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 423

Dopo le recenti elezioni amministrative, vogliamo esplorare lo scenario politico. Cominciamo con la sinistra, intendendo quello che si muove alla sinistra del Pd, compresa la sua minoranza interna. In Liguria si è presentata con una lista propria ottenendo il risultato di far vincere la destra, dimostrarsi debole (i suoi voti sono stati la metà di quelli della Lega) e rendere palese da che parte vanno le masse e quale programma preferiscano. Diamo per scontate le gravi provocazioni della maggioranza Pd, ma il risultato è che Toti oggi dice chiaramente che le Liguria ha già troppi immigrati e non può accoglierne altri. Bel risultato per chi voleva spostare più a sinistra l’asse della regione. Ricorda la situazione del marito che si evira per far dispetto alla moglie. Sembra incredibile che persone e movimenti che hanno il culto della storia non riescano a leggerla. Tanto può il pregiudizio, il dogmatismo, o forse più banalmente l’interesse di gruppo. Ma la storia della sinistra è costellata da errori marchiani costati molto cari. Cominciando dalla sciagurata scissione del ’21, proprio mentre montava la canaglia fascista appoggiata da consistenti pezzi dello Stato, quando invece occorreva unità, anche col centro popolare, per tentare di arginarla, fino all’ossigeno restituito per molti anni ancora a Berlusconi facendo cadere il governo Prodi e rischiando la bancarotta dell’Italia e il capolavoro odierno della Liguria. Com’è possibile che menti politiche esperte non si accorgano che oggi nella concreta situazione dell’Italia, ma il discorso vale anche per gran parte dell’Europa, l’unica alternativa possibile è la destra? In un paese impoverito dalla globalizzazione e dalle miopi politiche comunitarie e che si sente invaso da torme di disperati provenienti dalle parti più povere e disgraziate del pianeta, sono proprio le masse popolari quelle più sbandate che temono di più di dover dividere quel poco che avevano recuperato con i nuovi venuti, e anche il ceto medio ora teme per la sua posizione sociale. La reazione naturale non è di solidarietà e accoglienza, ma di chiusura e ripulsa.

Passiamo alla Lega e a uno scenario poco probabile, ma pericoloso. Dopo gli scandali che l’avevano ridotta ai minimi termini, la Lega si ripresenta con volto cambiato e una nuova classe dirigente. Le parole d’ordine sono sempre le stesse, ma ora si propone non più come partito locale, ma con ambizioni nazionali. E il successo è stato travolgente: fa il pieno al Nord, prende molti voti al Centro e anche al Sud ottiene risultati non disprezzabili. Con il disfacimento di Forza Italia diventa il partito egemone del centro-destra. Queste però erano elezioni amministrative, per aspirare alla direzione del paese ha bisogno di un forte alleato. E ne potrebbe avere uno a disposizione: il M5S, uscito anch’esso bene dalle elezioni. Infatti i programmi dei due movimenti hanno alcuni punti in comune, come l’avversione all’Europa ed alla riforma delle pensioni e il reddito di cittadinanza. Sull’emigrazione c’è più distanza, ma non quanto appare, se è vero che il M5S è alleato in Europa con un partito razzista. Anche lo spirito aggressivo, populista e anti-sistema è simile. Una volta conquistato il potere dovranno realizzare il programma anti-immigrazione, che però è inarrestabile con metodi democratici, gli scenari che potrebbero presentarsi sono foschi. Sarebbe infatti una situazione ideale per scaricare tutte le tensioni sociali su capri espiatori, deboli e indifesi. Questa alleanza Lega – M5S potrebbe essere vincente, come del resto il più probabile ritorno all'accoppiata Lega – ex berlusconiani, già sperimentata in Liguria e nel secondo turno delle comunali, e sarebbe un disastro in tutti e due i casi.

 

a. p.

 422
 Riceviamo da un lettore un intervento che la redazione fa proprio come editoriale.

 

La tragedia dei cristiani e di tutte le minoranze religiose in Medio oriente è terribile, sia sotto l'aspetto umanitario, sia per l'effetto devastante che tale repressione produce sul ricchissimo patrimonio culturale e antropologico di quei territori impoverendo un'area geostorica di importanza vitale per l'intera storia dell'umanità.

Fermare questa catastrofe dovrebbe essere un impegno di tutti. i cristiani vengono identificati come il nemico storico da parte dei fondamentalisti in preda a un delirio di violenza prodotto da un complesso di inferiorità nei confronti dell'Occidente che, nonostante il suo inesorabile ridimensionamento globale, resta una potenza militare a dir poco invincibile così come un riferimento culturale estremamente vivo nella mente e nei sogni di milioni di uomini e donne di tutto il mondo. per gli integralisti riuscire a scalfire questo primato è oggettivamente impossibile e l’unica via che hanno è quella di demonizzarla e, per quanto è possibile, distruggerla. Non si tratta però solo di pronunciarsi in difesa di queste popolazioni, che devono essere tutelate insieme al loro retaggio culturale. Ma di riflettere che tutto ciò non è solo frutto di odio religioso. Non siamo cioè di fronte a una crociata all'inverso. Il vero dramma che stiamo vivendo è l'esito criminale del folle tentativo di contrapporre ai disastri, provocati da una globalizzazione dominata dagli interessi economici di una plutocrazia finanziaria sovranazionale, il ritorno a mitiche identità etniche, nazionali e religiose. Come spiegare altrimenti la persecuzione dei musulmani in Birmania da parte di componenti significative del mondo buddista con il sostegno dell'esercito? Come comprendere i massacri dalle dimensioni assolutamente superiori a quelle dei cristiani, da parte di gruppi sunniti verso gli sciiti e viceversa? Come spiegare la persecuzione delle minoranze non islamiche sempre nel Medio oriente? E ancora come leggere il tentativo di genocidio dei musulmani in Bosnia da parte dei "cristiani" serbi e croati?

La lista non si ferma qui. Potremmo continuare con la guerra senza pietà in Cecenia, sempre contro i musulmani, lo scontro tra induisti e islamici in India, che ha mietuto decine di migliaia di vittime, il genocidio dei sick in Ceylon, la tragedia palestinese frutto dell'intolleranza di buona parte del mondo israeliano. In questo quadro si potrebbero inserire anche gli scontri (interreligiosi?) tra ucraini e russi, ambedue popoli cristiani, ma animati da diversi disegni nazionalisti. Come si vede richiamare l'attenzione prevalentemente sulla «persecuzione dei cristiani nel mondo» è riduttivo e difficilmente regge a uno sguardo più ampio. Questo non perché anche i cristiani non siano vittime di atroci massacri, ma perché le loro uccisioni si collocano in un processo più ampio che le ingloba.

Insomma, oggi, a seguito dello stillicidio di morti cristiani per mano dei fanatici del Califfato, rischia di accendersi, di riflesso, un analogo atteggiamento di rifiuto, comprensibile ma non adeguato alla complessità della situazione. Il vero nemico è la pratica della costruzione del nemico, la chiusura in una falsa maschera identitaria a cui si aggiunge l'incapacità, anche dell'Occidente, di affrontare i grandi problemi che il mondo globale pone in Medio oriente e non lì soltanto. Si pensi al dramma palestinese, all'assenza di sostegno a paesi come la Tunisia, che ha dato vita a una costituzione laica, o infine all'appoggio che viene continuamente assicurato ai peggiori regimi politici della penisola Arabica. Si pensi allo sfruttamento economico a cui è sottoposta l'Africa, alla guerre inter-etniche fomentate dagli interessi multinazionali d'America, Russia, Europa e, ora, anche della Cina.

Capiremo allora che il vero problema di fondo è la povertà politica dell'attuale globalizzazione, che parla solo in termini finanziari e di scambi commerciali. Povertà che apre le porte a ogni forma di barbarie, in quanto non sa e non vuole mettere in campo iniziative adeguate per rispondere a esigenze che non siano quelle (spesso irrealizzabili) di crescita del Pil, della riduzione della spesa pubblica e sociale e della privatizzazione di ogni tipo di risorsa economicamente rilevante.

Per la difesa dei cristiani d'Oriente, così come delle altre minoranze (ahl-i haqq, baha'i, buddhisti, giainisti, induisti, mandei, aleviti, drusi, ismaeliti, zaydi, sarliya-kakaiya, shabak, sikh, testimoni di geova, yezidi, zoroastriani, ebrei...), che spesso non hanno sostenitori potenti che ne denuncino la tragedia, non abbiamo innanzitutto bisogno di interventi armati, eventuali e prudentemente limitati ad operazioni di polizia internazionale. Abbiamo bisogno di riprendere a pensare in termini di diversità, di uguaglianza, di dignità umana e sociale, rifiutando ogni forma di identitarismo e di contrapposizione sia aggressiva che vittimistica. Dobbiamo rifiutare ogni barriera, ogni muro che separi i popoli gli uni dagli altri, ogni arroccamento in frontiere armate per difendere il proprio benessere, ogni identità e ogni cultura che non sia costituita dal principio del dialogo, del confronto e dell'apertura interna quanto esterna. Bisogna lavorare per sostenere politiche di cooperazione interregionali, tra stati e nazioni, tra confessioni religiose e religioni diverse; sostenere i profughi, che oggi sono abbandonati a se stessi, destinati a cadere nelle mani di trafficanti di morte, in un territorio che va dal Pakistan fino alla Turchia e alla Libia; operare per la crescita culturale dei più poveri (non si investe più sull'istruzione, mentre si spendono migliaia di miliardi di dollari in armamenti), rilanciare i progetti di sostegno e di cooperazione internazionale (i tagli in questo settore sono impressionanti). Dobbiamo insomma riprendere il linguaggio alto della politica con i suoi valori di giustizia e uguaglianza e libertà, che stanno a monte di ogni tentativo di civiltà, a Nord e Sud, ad Oriente e ad Occidente. Ne saremo capaci?

 

William Bonapace

 421

In modo improvviso e inaspettato, qualcuno direbbe sconsiderato, il nuovo Vescovo di Roma ha indetto per la fine del 2015 e tutto il 2016, «un anno Santo della misericordia», che non riguarda solo la sua diocesi, ma tutte le diocesi del mondo. Insomma il papa, senza apparentemente aver consultato nessuno, ha indetto il Giubileo. Proprio quel Giubileo che il grande e temibile Bonifacio VIII per primo indisse nel 1300.

Davvero numerose e assai gravi sono le possibili, anzi doverose, critiche alla prospettiva di ripetere i chiassosi raduni di massa degli ultimi giubilei, mastodontici e caotici modelli di gran turismo religioso. Ne hanno scritto i giornali, parlato le televisioni. Ne abbiamo discusso tra noi. C'è chi se ne lamenta, chi se ne compiace. Temono i primi, sperano i secondi il ritorno ai consueti rituali, al rinnovarsi di quelle pratiche devozionali che così bene sono servite per far dimenticare le opere di misericordia corporale e sociale.

C'è chi preferisce tacere fino al 12 aprile, quando la “Bolla papale” ci farà conoscere le vere intenzioni di un «papa tanto imprevedibile» e che, proprio per questo, sta diventando un mito, che come tutti i miti «dà da pensare». Noi preferiamo cominciare a pensare da subito e tentare di rispondere, senza la pretesa di indovinare il futuro, alle domande più inquietanti che la sua ultima iniziativa ci obbliga a porci.

Perché una decisione tanto improvvisa e deliberatamente personale? Per affermare la propria autorità sovrana, come già il citato Bonifacio? Potrebbe anche essere, ma contraddirebbe tutta la linea pastorale comunitaria enunciata nell'Evangeli Gaudium e l'insistenza con cui chiede alla Curia di non comportarsi come «l'ultima corte europea».

Bisogna pensare ad altro. Per esempio all'andamento del Sinodo sulla famiglia, dove troppi sono orientati a far prevalere la dottrina sulla pastorale, i precetti sulle persone. Probabilmente Francesco non teme di trovarsi in minoranza, ma che si consolidi uno zoccolo duro di “dottori della legge”, capaci di seminare discordia in molte diocesi e di disorientare i fedeli. Con il documento d'indizione del Giubileo della misericordia e con i dibattiti che ne seguiranno ritiene, forse, di poter aiutare tutti a comprendere che, se «non è l'uomo ad essere fatto per il sabato ma il sabato per l'uomo», così anche la dottrina è fatta per l'uomo e che, quando cambia la cultura e l'identità antropologica dell'uomo, deve cambiare anche la dottrina. Il che, già da solo, significa che questo Giubileo non ripeterà il passato.

Perché accennare in questa occasione alla brevità del suo pontificato? Perché ha scoperto di essere anziano e mortale, magari anche malato? Perché teme una torta o un caffè avvelenato? Perché intende dimettersi ai primi segni di debolezza? Ci sembrano ragioni o troppo banali o troppo azzardate. Molto più naturale è pensare che voglia dirci di saper bene che la durata presumibile del pontificato di un settantottenne è troppo breve per portare a termine il rinnovamento radicale di una chiesa, ferma da secoli a tutelare l'antico prestigio e incapace di serio confronto con la realtà storica, sociale, culturale ed esistenziale degli uomini.

Eccolo, dunque, cacciarsi in un'impresa quanto mai rischiosa: tentare di dare nuova vita ad una delle pratiche più sclerotizzate e ritualizzate della chiesa medioevale, per coinvolgere tutti: uomini e donne, anche non credenti, vecchi e bambini, religiosi e religiose, preti, vescovi e cardinali compresi, in un rinnovamento profondo della pastorale e della dottrina della chiesa, a partire dal valore profetico ed escatologico del precetto sabbatico e giubilare, “simbolo” del Regno di Dio.

Fin dall'inizio della sua vita pubblica, infatti, Gesù si presenta come l'annunciatore della “buona novella”, che altro non è, secondo Luca (4, 16-21), che l'inizio della piena realizzazione della profezia di Isaia (61, 1-3) sulla liberazione dei poveri dalla miseria, dei malati dalle sofferenze, degli schiavi dalle catene. Inizio che Isaia qualifica come «anno di misericordia» e Luca ribattezza «anno di grazia», ponendo così, l'uno e l'altro, l'intera opera creatrice e salvifica di Dio sotto il segno del sabato, dell'anno sabbatico  e di quello giubilare (Es 21,1-11 e 23,10-12; Lev 25,1-55).

Ora chiunque si accosti ai passi biblici in cui si parla del sabato, dell'anno sabbatico e di quello giubilare, si rende conto che queste ricorrenze non comportano mai il rispetto di particolari pratiche religiose e spirituali, tipiche degli anni santi e dei precetti domenicali della chiesa cattolica. L'istituzione di tali tempi, privilegiati da Dio con atti straordinari di misericordia, prescrive sempre e solo il sabato, riposo per tutti, uomini e donne, padroni e schiavi, bestie dei campi comprese; nell'anno sabbatico (l'ultimo di sette), riposo della terra e delle piante, liberazione degli schiavi e remissione dei debiti;  ogni sette settimane di anni, il quarantonovesimo/cinquantesimo, annunciato dal suono del corno, lo Jöbel, da cui Giubileo, riposo della terra, liberazione degli schiavi, remissione dei debiti e, in più, la restituzione delle terre agli antichi proprietari.

Se si esclude il riposo del sabato, Israele e il popolo cristiano non ritennero mai opportuno mettere davvero in pratica tali avveniristiche raccomandazioni. Ma esse restano sempre lì disponibili per ogni vera conversione, per ogni vero atto di fede, di speranza e di carità, disponibili come porte aperte all'incontro con l'altro da noi, solo preludio a ogni vero incontro con Gesù e col suo Dio.

Sarà così che papa Francesco pensa l'imminente «anno della misericordia»? Così speriamo che lo pensi, proprio come se l'augura «La Civiltà Cattolica», che conclude così l'editoriale del suo ultimo numero: «Il giubileo non sarà solo una riflessione sui modi pastorali, ma l’impegno a riaprire in termini non soltanto astratti, ma esistenziali, la questione di Dio, su chi sia Dio, sul suo volto, che l'uomo moderno(credente e non credente) sembra non conoscere più, perché non riconosce più il Misericordioso».

Pagina: Indietro 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 Prossima
 
 il foglio
 ::  presentazione
 ::  redazione
 ::  abbonamento
 ::  contatti
 ::  link
 :: archivio storico [parziale]

 avviso agli abbonati

Ci risulta che alcuni abbonati non ricevono a tempo debito, o non del tutto, la copia del nostro periodico. Ce ne scusiamo precisando che tale situazione non dipende da un nostro difetto bensì dal disservizio delle Poste.


 web partner

gli anni di carta

 Il Corriere di Tunisi

Aldo Bodrato

Enrico Peyretti

Delfino M. Rosso

 


 Numeri recenti
 :: 454 
 :: 451 
 :: 452 
 :: 453 
 :: 450 
 ::  
 :: 449 
 :: 448 
 :: 446 
 :: 447 
 :: 445 
 :: 442 
 :: 443 
 :: 441 
 :: 440 
 :: 439 
 :: 437 
 :: 438 
 :: 434 - REFERENDUM COSTITUZIONALE / 2 
 :: 434 - REFERENDUM COSTITUZIONALE / 1 

copyright © 2005 il foglio - ideazione e realizzazione delfino maria rosso - powered by fullxml