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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 420

Questo inizio di 2015 sta sottoponendo la costruzione europea a una serie di prove cruciali: dalle risposte che sapremo dare dipenderà il nostro futuro.

Innanzitutto la guerra alle nostre frontiere. A nord l’Ucraina, a sud la Libia, ad est il Califfato e la piaga sempre aperta della Palestina. Di fronte a queste evenienze la risposta europea non è adeguata. Un grande spazio politico ed economico qual è oggi l’Europa parla con voci diverse e dissonanti. E il vuoto è tanto più forte dinanzi al fallimento della politica degli Stati Uniti verso i paesi islamici. La difesa di regimi corrotti, elitari e oppressivi perché facevano comodo, alla lunga si è rivelata un boomerang e di fronte alla crisi di questa strategia l’unica risposta è stata finora quella militare, che ha però favorito solo l’estremismo islamista. Dopo il crollo dell’Urss gli Stati Uniti, rimasta l’unica potenza globale, hanno creduto di poter controllare l’intero pianeta, mostrando troppa fiducia nella propria forza e troppi interessi da difendere. Spetterebbe all’Europa colmare questo vuoto politico, svolgendo un’azione mediatrice, più equilibrata e saggia, attingendo dalla propria storia e dagli errori commessi nel secolo scorso. Ma tragicamente è in ritardo perché non ha una politica estera comune, come è dimostrato dalla mediazione tentata tra Ucraina e Russia, in cui invece di intervenire con l’unica voce del ministro degli esteri dell’Unione Mogherini, hanno parlato Merkel e Holland, mentre gli altri Stati stavano a guardare. Naturalmente il peso politico di questi interventi improvvisati è molto basso. Anche nella politica verso i paesi islamici e nel contrasto al Califfato ciascun paese va per conto suo, con Francia e Gran Bretagna che vorrebbero essere i primi della classe, ricordando forse il loro passato coloniale, e invece aumentano la confusione accumulando errori su errori.

L’altra sfida è quella della politica economica posta con forza dalla vittoria di Syriza in Grecia. Aldilà del contingente problema del debito e dell’inefficienza dello Stato greco, Tsipras pone un problema di fondo: se i paesi più forti, efficienti e ricchi usano l’Unione per aumentare il divario con quelli più deboli, non si potrà andare molto lontano. Che chance ha l’industria greca contro quella tedesca? E la sua agricoltura in confronto a quella francese? La Grecia aveva un solo strumento a disposizione (ma il discorso con piccole variazioni vale anche per quasi tutti i paesi mediterranei dell’Unione): la svalutazione progressiva della propria moneta per rendere più competitive le proprie merci, manovra ormai impossibile con l’euro. Resta il turismo, risorsa importante, ma assolutamente insufficiente. Senza un progetto economico comune che ridistribuisca lavoro, risorse e redditi tra paesi forti e paesi deboli, l’Unione non sta in piedi. Ai popoli dei paesi più ricchi può sembrare un sacrificio eccessivo, che intacca i loro interessi fondamentali senza contropartite; ma questo è un grave errore di prospettiva, lo stesso che ha fatto la Lega Nord in Italia: se i paesi del sud Europa non sono più in grado di acquistare i prodotti del nord a chi li venderanno questi ultimi?

Si dovrebbe anche parlare del terrorismo e della continua pressione di migranti che lasciano in mare sempre più persone, a cui l’Unione non è in grado di dare risposte adeguate, ma dovremmo constatare la stessa mancanza di progetto politico, coordinamento, volontà unitaria (e nel caso dei migranti anche di umanità).

Molti nodi stanno venendo dunque al pettine, la situazione si degrada di giorno in giorno, mentre il ritardo accumulato è già molto grande. Non si può perciò più temporeggiare: o si rilancia l’Unione, avviandoci a una federazione con poteri reali agli organi comunitari e una politica estera ed economica lungimirante e unitaria, o inesorabilmente l’Europa arretrerà consumando fino in fondo la sua decadenza e mettendo anche a rischio l’equilibrio mondiale.

 419
 All’attacco terroristico a Parigi, cuore dell’Europa, ha risposto una grande manifestazione popolare che ha visto la partecipazione di molti leader europei, che hanno dimostrato, anche visivamente, unità e determinazione. Un segno positivo importante per l’Europa. Forse lo shock ha finalmente fatto capire a tutti che la sola moneta non basta più e che senza una politica economica, fiscale ed estera comune l’Europa è destinata a breve a disgregarsi o più facilmente a dividersi in due o tre tronconi, perdendo la capacità di poter contare nel riordino economico e politico che il mondo sta attraversando. Vedremo presto fino a che punto la dirigenza politica dell’Unione ha capito l’emergenza. Nel mese di gennaio, infatti, si sono verificati due eventi importanti. Il governatore della Bce Draghi, è finalmente riuscito a superare le resistenze dei paesi più “virtuosi” con in testa la Germania e ha ottenuto a maggioranza il permesso di aumentare la quantità di moneta in circolazione per un valore notevole, più di 1000 miliardi di euro in due anni. Questo fornirà alle banche più liquidità per aumentare i prestiti e ridurrà il valore del dollaro, facilitando le esportazioni europee. Finalmente si allenta il rigore a senso unico che soffoca i paesi più deboli del sud e avvia la Bce a diventare una vera banca centrale, responsabile della politica monetaria dell’Unione. La vittoria in Grecia di Syriza, partito che vuole rinegoziare gli accordi che hanno permesso al paese di evitare il fallimento e che adombra la possibilità di uscire dall’euro, metterà alla prova la volontà unitaria, che sarà sottoposta a forti tensioni disgregatrici, e potrebbe indurre i vertici dell’Unione a rispondere alle difficoltà del sud europeo con più lungimiranza e saggezza.

Anche in Italia maturano eventi importanti. Approfittando del declino di Berlusconi, Renzi cerca di occupare tutto il centro politico, lo spazio che un tempo era della Dc. Per ora non ha problemi alla sua sinistra, perché la vecchia dirigenza Pd ha dimostrato nel 2013 di non essere in grado, nonostante le condizioni estremamente favorevoli, di proporre un programma in grado di vincere le elezioni; neppure la sinistra radicale pare possa esprimere una leadership vincente. L’unica alternativa possibile al suo governo è di destra. Per sua fortuna la destra è divisa tra spezzoni di Fi, Cinque stelle e Lega. Ma la crisi italiana è profonda, difficile da districare, e una parte dell’opposizione si avvale di un populismo esasperato e irresponsabile, che presenta anche risvolti di pericolosità non indifferenti. Non si può perciò abbassare la guardia. Il suo successo o la sua rovina saranno determinati dal programma di riforma che riuscirà a portare avanti: legge elettorale, abolizione del bicameralismo perfetto e soprattutto riforma della pubblica amministrazione. L’economia invece sarà il suo punto debole, perché per ottenere dei risultati apprezzabili deve avere la collaborazione dell’Europa che ancora non ha (ma l’intervento della Bce già ricordato può essere un buon segnale). Ma il quadro politico italiano è in gran movimento e gli accordi necessari per l’elezione del Presidente della Repubblica, che al momento in cui scriviamo non è ancora avvenuta, possono determinare una svolta importante, come già è successo precedentemente con la sconfitta di Bersani e la rielezione per disperazione di Napolitano. Occorrerà riprendere l’argomento.

 418

La questione è se scrivere o se mantenere un minuto di silenzio. Perché la tragedia del 7 gennaio è entrata nelle nostre vite, nella nostra redazione, e le ha sconvolte.

Il nostro numero si sta chiudendo dopo l’attacco terroristico nella sede del giornale satirico Charlie Hebdo, gli assedi nel supermercato kosher e nella tipografia e la “grande” marcia repubblicana a Parigi.

Ci siamo scambiati decine di e-mail: passione, sconcerto, dolore. Ciascuno ha cercato di trovare un’interpretazione, secondo la sua vocazione: c’è chi ha avuto necessità di scrivere subito e chi ha preferito cercare di leggere la valanga di articoli che ci siamo scambiati; c’è chi ha portato la sua testimonianza di cittadino francese e chi ha allargato la riflessione ad altri gravi avvenimenti dei giorni scorsi; c’è chi si è interrogato su quali sono le vie per reagire ai “mali del mondo” e chi una risposta non solo non la sa trovare, ma non pensa neppure che possa essere cercata. È raro condividere con voi lettori quello che anima i discorsi della nostra redazione, eppure la pluralità di vedute è una risorsa preziosa soprattutto in un momento complesso ed estraniante come quello che stiamo vedendo.

È un modo per testimoniare la forza della diversità, che può portare la riflessione un passo oltre quello che il cuore e il pensiero di ciascuno riesce a individuare. Ed è curioso che, invece, in questi giorni abbiamo ascoltato molti commentatori sciorinare un preciso elenco delle «cose da fare»: la pronta condanna del massacro da parte delle comunità islamiche (peraltro poi avvenuta diffusamente), la necessità che il Papa commemori i cristiani perseguitati e non i vignettisti francesi, la sospensione di Schengen e via discorrendo. Forse è proprio questo l’aspetto più importante su cui riflettere: in un mondo che è inevitabilmente plurale, in cui convivono e si confrontano diverse culture, dovremmo cercare di spogliarci delle nostre certezze intransigenti e cercare di capire meglio il punto di vista e la sensibilità degli altri, pur senza tradire le convinzioni più profonde e difendere i valori.

Ed è anche un modo per rendere omaggio a una redazione − uomini e donne, vignettisti ed esperti, atei e credenti − che condensava tante differenze e tanto coraggio. Che era alle prese con le consuete incombenze editoriali quando qualcuno ha deciso di spezzare le loro matite, come numerose opere di disegnatori di tutto il mondo hanno raccontato in questi giorni. Un giornale e un piccolo oggetto della quotidianità come la matita sono diventati loro malgrado un simbolo, si sono riversati nelle piazze, hanno riempito i social network e le prime pagine dei giornali. Hanno smosso i cuori e agitato le coscienze, al di là di ogni diversità nella valutazione del loro orientamento culturale.

Possono essere una moda effimera, come dicono i cinici. Possono essere un simbolo debole, come scrivono gli anticonformisti. Possono rappresentare un impegno a buon mercato, come ritengono gli attivisti di lunga data. O forse, invece, sono un modo per non dimenticare: perché noi non dimentichiamo, perché voi non dimentichiate. Che alcune vite sono state prese, che degli uomini hanno preferito la violenza al confronto, che la convivenza è un processo dinamico e una sfida continua. Anche noi abbiamo il compito di non dimenticare, e di non far dimenticare, e per questo continueremo a confrontarci e a scriverne, a partire dal prossimo numero.

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