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Avvertenza

 

Sino al numero 347 (dicembre 2007) l’editoriale viene reso per intero nella pagina in questo numero.

Dal numero successivo il testo completo deve essere letto alla voce specifica editoriali riportati per numero progressivo. Poiché la pagina si apre sempre sull’ultimo aggiornamento, un editoriale deve essere ricercato facendo riferimento al numero del giornale.



 433

Le migrazioni umane sono un fenomeno a carattere permanente. L'umanità, che sta diventando oggi più che mai una unità (pur con moti di reazione contraria, come i neo-nazionalismi), si è formata con lo spostamento di singoli e di popoli, per ragioni ambientali, ricerca di vita migliore, persecuzioni, espulsioni (ebrei), conquiste, esplorazioni, missionarismo, anche sottomissioni (schiavismo), stermini, ecc. Tra le popolazioni c'è una legge dei vasi comunicanti: si va, per necessità o per scelta, dove si vive meglio.

Il problema attuale, più consistente, è certamente da governare, ma non può essere evitato, o eluso. Coi respingimenti e i muri si condanna al peggio chi fugge da luoghi invivibili e ha già sofferto violenze. Chi viene in pace, bisognoso, ed è respinto acquisterà uno spirito aggressivo. È comprensibile la priorità dei profughi da guerre e fame rispetto ai migranti economici: occorre accoglienza immediata dei primi, lista d'attesa dei secondi e non pura espulsione. Teniamo conto che si fugge anche da società tribali e tradizioni non più sopportabili (per es. matrimoni forzati delle bambine) verso società attraenti e invidiate per libertà e benessere. Noi conosciamo la crisi, ma loro vedono solo il bello.

Il problema attuale è cosmopolitico, neppure soltanto europeo, e richiede soluzioni cosmopolitiche, come canali umanitari, per diritto internazionale, dalla partenza all'arrivo. I valdesi e la Comunità di S. Egidio, che hanno già condotto in Europa centinaia di migranti in tutta sicurezza, sono l'esempio: è possibile.

Solo la coscienza della nuova età planetaria è all'altezza dei fatti: la pluriculturalità, l'interculturalità, l'universalismo, il cosmopolitismo, sono le categorie culturali-politiche adeguate al fenomeno, con l'obiettivo storico di un governo democratico mondiale, dei diritti umani universali, dell'unità nella diversità. L'umanità è unica, con molti volti. Ricuperando in profondità il modello spirituale politeista e quello cristiano della uni-trinità di Dio, è possibile un umanesimo che abbia il respiro della pacifica «pluralità delle vie» (Bori). La storia va dalle culture e identità separate, autocentrate, reciprocamente escludenti, verso la contaminazione (meglio: «fecondazione reciproca», come dice Panikkar) delle culture. Un umanesimo universalista e plurale è la vocazione e la condizione necessaria del tempo che viene.

La vita umana ha bisogno della pace tra le “culture profonde” (religioni, sapienze) per assicurare la pace tra i popoli. Vale la formula di Hans Küng: «Non c'è pace tra le nazioni senza pace tra le religioni. Non c'è pace tra le religioni senza dialogo tra le religioni. Non c'è dialogo tra le religioni senza una ricerca sui fondamenti delle religioni». L'unità planetaria è plurale: hanno valore le identità comunicanti; è pericolosa a sé e agli altri una identità (anche una fede rivelata) che si fa immobile, eterna, autosufficiente. La crisi cristiana e cattolica ha questo problema: il papato di Francesco non ha da rimuovere soltanto una pastorale legalista, ma una lettura fissa delle verità ricevute. Anche papa Benedetto ha riconosciuto che il dogma ha una evoluzione nella storia. Ora, non solo i poteri curiali, coi loro mezzi, ma anche il residuo popolo devoto in cerca di religione rassicurante vuole verità marmoree a cui appoggiare la misericordia pratica spicciola. Questi fatti non sono estranei alla migrazione di popoli, che è penetrante incontro di culture e di spiritualità.

La gestione politica del fenomeno migrazioni non può essere locale (scaricata sulle regioni più esposte), ma europea e “planetaria” (come dice Mattarella), non emergenziale, non solo di ordine pubblico. Carrozze e automobili hanno fatto creare regole e strutture stradali: così ha da fare il movimento dei profughi. Il fenomeno ha atroci “costi umani” quotidiani, sotto i nostri occhi che si abituano, come durante le guerre; costi che avranno effetti nel futuro: la memoria (dolorosa, avvelenata) delle vittime genera un “trauma” che può cercare risarcimento o vendetta. È già accaduto nella storia; potrebbe accadere.

È naturale la paura umana dell'“altro”: allora, necessaria come leggere e scrivere e far di conto diventa l'educazione all'alterità, invece della politica che sfrutta la paura (i torvi movimenti xenofobi) o il crimine che sfrutta la necessità dei fuggitivi (gli scafisti e le mafie). Abbiamo tutti responsabilità e possibilità, sia ognuno di noi (tutti abbiamo rapporti personali con immigrati), sia le comunità sociali-religiose-locali-politiche: riconoscere, aiutare, formare mentalità, dare dimensioni esatte del fenomeno; conoscere e sostenere le esperienze positive.

Popoli più giovani rinsanguano popoli vecchi: la questione non è solo etica, ma è anche una convenienza economica-sociale, perché aumentano i produttori giovani, che primi finanziano le pensioni dei vecchi non produttori. Se confrontiamo le vecchie generazioni, di cultura precedente, con le nuove, nate e cresciute in presenza del fenomeno in atto, sentiamo i vecchi dire: «È arrivato lo straniero che ci toglie il lavoro, è privilegiato, delinque, ecc. ecc.», e i giovani: «Ho compagni di classe cinesi, africani, ecc.». Si vede già per strada la coppietta: lui italiano, lei cinese, o lui africano e lei italiana. Diamogli qualche anno e le fusioni matrimoniali faranno il loro lavoro, come hanno fatto a Torino i matrimoni piemontesi-meridionali, nello sconcerto dei genitori, poi felici dei nipotini di…. sangue misto.

Intanto, cadono sotto i colpi della realtà “idoli sacri” del passato: Stati, Patrie, Confini, terre sante, culture imperiali, religioni superiori. Per il fenomeno migrazioni umane, come per i fenomeni atmosferici e il degrado dell'ambiente, non esistono confini ma continuità: solo guardando la terra dal cielo si vede la realtà. Il problema più serio: ci sono oggi maestri e modelli e scuole di vita interculturale? Non ne vediamo famosi, ma abbiamo fiducia, nonostante tutto, che microcellule di società solidale vivano e fermentino. Sta a noi tutti sostenerle e renderle forze adeguate alla prova in cui siamo tutti posti.

 432

La profeticità del messaggio di papa Francesco a Lesbo non sta in quanto ha detto, ma in quanto ha fatto. È il fare, la capacità e il coraggio di agire nella realtà del presente, con tutti i suoi limiti e condizionamenti, che rende profezia, parola di Dio, la parola e l'azione di un uomo. La profezia non è parola, intesa a dire cosa accadrà nel futuro o cosa dobbiamo fare e dire perché alcunché accada, quando noi più non saremo a prendercene la responsabilità. Profezia è dire e fare ciò che è possibile e doveroso nel presente, anche se ancora non ci sono tutte le condizioni sociali e storiche per farlo come cosa normale.

In questo senso, commentando il passo in cui Marco ci presenta la piccola tragedia del povero fico maledetto da Gesù perché, non essendo ancora la stagione, non aveva fichi da offrirgli a sollievo della sua fame (11,12-14), il Vangelo ci chiede di «dare frutti in anticipo sui tempi naturali e storici» (A. Bodrato, Il vangelo delle meraviglie, 1995). Il profeta non è colui che si ripromette o propone agli altri di fare cose inaudite, di produrre meloni se siamo soltanto zucche, di realizzare la società perfetta se siamo imperfetti, ma di cominciare a fare oggi quello che possiamo e riteniamo giusto fare, anche se il momento non pare opportuno. Ridurre la profezia a un concreto e storico “dare frutti fuori stagione”, “con qualche anticipo, cioè, sui tempi della storia”, parrà forse a qualcuno una resa ai limiti del presente, ai vincoli della realtà quotidiana, restare invischiati nelle miserie e nei labirinti del contingente. Così la pensava probabilmente Pietro, quel bravo discepolo che alla previsione del Maestro sul prossimo tradimento dei discepoli, giura e spergiura che lui mai lo tradirà. Ma poi non riesce a vegliare con Gesù nell'Orto degli ulivi e, se lo segue fino al cortile del Sinedrio, messo alle strette, lo disconosce. Si fa, a parole e con tutte le migliori intenzioni possibili, con Gesù profeta del Vangelo, impegnandosi a seguirlo dovunque e comunque. Ma di fatto ne diventerà seguace profetico solo quando diverrà portatore operativo del suo messaggio con la sua vita.

Alberto Melloni ha interpretato la visita a Lesbo di Francesco e Bartolomeos come finalmente intercomunione, tra cristiani stupidamente separati, nel corpo di Cristo che è il povero, il profugo, il bombardato. Melloni ricorda anche che qua e là (a Torino da cinque anni un piccolo gruppo assiduo di cattolici e protestanti) i cristiani scavalcano le barriere teologiche e diciplinari erette dalle chiese autocentrate e divise, e prendono insieme, alla mensa di Gesù, il pane e il vino che alimentano il vivere gli uni per gli altri, cioè l'ultima soluzione politica umana che ci è rimasta.

Questa lettura è illuminata: vede che il soccorso, difesa e accoglienza del povero in fuga dal disumano, è un atto che riconosce nella persona umana scacciata e perseguitata, quel Vivente che chiamiamo Dio, fattosi carne nostra per farci vivi come lui: «Quel che avete fatto al più piccolo di questi fratelli l'avete fatto a me». Questo è umanesimo pieno e luminoso, che a nessun altro umanesimo si oppone e si impone, ma è offerto a un’Europa dimentica di se stessa, atrofizzata come corpo senza vita, in un benessere malato, vuoto, ebete, murato. Si compirà il prodigio della risurrezione dell'Europa? Questi pastori delle chiese europee lo credono e lo fanno, e non sono soli nelle loro chiese.

Il gesto profetico compiuto da papa Francesco a Lesbo avrà ricadute profetiche non se moltiplicherà i suoi echi sonori, ma se credenti e non credenti, in primo luogo le comunità diocesane, parrocchiali e di base, i “movimenti” e con esse i singoli lo seguiranno nella scelta operativa di quell'accoglienza che da tempo chiede loro di tradurre in fatti.

 431
 Gli ultimi attentati dell'Isis a Bruxelles e dei talebani a Lahore in Pakistan ci obbligano a ritornare su due questioni: lo scandalo del dare la morte in nome del “Dio della vita” e il pericolo dello scontro di civiltà tra l'islam e l'Occidente. «Uccidere in nome di Dio è bestemmia»: proclamano con enfasi i seguaci delle varie religioni. A noi pare che tale enfasi suoni ridondante. È l'uccidere che, in quanto colpa gravissima, la peggiore di cui possa macchiarsi un essere umano, è di per sé blasfemo. Chi invoca un'istanza superiore per giustificare un atto tanto contrario al comune sentire, confessa apertamente di saperlo.

Di fatto nella storia quotidiana degli uomini si uccide per le più diverse ragioni personali e collettive. Dovunque e comunque si uccida, chi lo fa si sente in colpa e cerca una qualche motivazione che renda ciò comprensibile e accettabile agli occhi propri ed altrui. Ma quando l'uccidere vuole trasformarsi in un atto lecito, una sorta di dovere che autorizza qualunque membro di un gruppo etnico, politico, religioso, nazionale e sovranazionale, a trattare come nemico mortale ogni individuo che a tale gruppo non appartiene, è allora che si profila la necessità di individuare un principio assoluto che renda lecito l'umanamente illecito. Un principio che rimandi a un livello d'autorità che tutti ingloba e tutti trascende. Un principio il cui tradizionale modello è rappresentato dal ricorso al volere e all'agire di Dio, ma che nelle società secolarizzate può prendere le più diverse forme dell'ideologia laicista. Le religioni debbono ricordarselo quando prendono le distanze dai loro strumentali epigoni. Insieme all'uso, l'abuso del nome di Dio accompagna tutta la loro storia.

Terrorismo e guerra non sono, nelle loro manifestazioni storiche, la stessa cosa; proprio come non tutte le forme di azione, definite terroristiche, e non tutte le guerre sono tra loro sovrapponibili. Facilmente l'una si serve dell'altro e l'altro nell'altra si trasforma. Ma ciò che davvero le accomuna è l'abitudine a rivestire di paramenti sacri, religiosi o ideologici, le cause umane dell'uso della violenza estrema. Ieri ci si appellava ai miti della (T)erra (M)adre, della (P)atria, del (S)angue e della (R)azza. Oggi alle (T)radizioni e ai (V)alori della (C)iviltà, ai fantasmi dell'(I)slam e dell'(O)ccidente. Fantasmi perché né il cosiddetto islam, né il cosiddetto Occidente (cristiano) sono ormai qualcosa di più di una realtà nominale e fittizia. Sono ombre del passato proiettate sullo schermo della storia presente a rappresentare i proprio sogni e a dar volto agli incubi che tali sogni turbano.

Gli integralisti islamici parlano di un islam puro, unito e onnipotente. Inseguono l'utopia di un califfato religioso e politico, guidato da un emulo di Maometto, capace di conquistare il mondo e di governarli in pace grazie alle leggi della sharia. In realtà governano le popolazioni islamiche che riescono a conquistare usando il terrore e fomentando l'odio e la rivalità tra le diverse confessioni della loro stessa religione. Sbandierano il fantasma dell'anti-islamismo crociato per giustificare la propria spietatezza e accusare di connivenza col nemico occidentale i loro nemici interni. Per gli integralisti islamici l'Occidente è Satana che ambisce al primato di Allah, ne scimmiotta l'onnipotenza e minaccia l'islam nei suoi valori più sacri. Di fatto la vera minaccia per il futuro dell'islam è l'integralismo, sono le guerre inter-islamiche. Coloro che hanno il compito di liberare l'islam da questo cancro mortale sono gli islamici stessi.

Speculare è la posizione dell'integralismo occidentale, che mentre moltiplica le grida contro il pericolo di perdere la propria libertà e di vedere stravolti i valori della propria civiltà superiore, innalza muri verso l'esterno e l'interno, rivendica autonomie escludenti, divide le comunità in gruppi e gruppuscoli tra loro in guerra, rifiuta ogni disegno di maggiore integrazione europea, emargina i paesi più poveri e più deboli, lascia marcire nel fango i profughi asiatici e affogare in mare quelli africani. I fan dell'Occidente utilizzano il fantasma dell'invasione islamica, per pugnalare i propri nemici politici e sociali interni. Per odio reciproco neppure riescono a dar vita a una politica comune della difesa e della collaborazione investigativa. Sbandierano i diritti dell'uomo per sequestrarne l'uso a proprio vantaggio e negarli agli altri. Il nemico dell'Occidente non è l'islam, sono gli occidentali stessi, quando, come molti islamici “moderati”, fingono di non vedere la rovina che incombe sull'islam a opera dell'Isis e del jihad, e trattano con indifferente indulgenza, se non con tacito consenso, quelle forze politiche organizzate e quei movimenti eversivi che vorrebbero il ritorno alle rivalità nazionali e alla prova di forza di tutti contro tutti.

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